Ultimo aggiornamento: 21/03/2009
| Locandina | Titolo [Titolo originale] | |||||
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300 [300] | |||||
| "300" è il travolgente racconto dell'antica battaglia delle Termopili, nella quale il re Leonida e 300 Spartiati affrontarono la morte pur di ritardare l'avanzata di Serse e del suo enorme esercito persiano. Il loro valore e il loro sacrificio spinsero tutte le città greche a unirsi contro l'invasore, per riconquistare l'indipendenza e la democrazia della civiltà di cui erano espressione. Un'avventura epica che parla della passione, del coraggio, della libertà e dello spirito di sacrificio dei guerrieri spartani, che combatterono una delle più grandi battaglie della storia. *** Dopo una serie di avventure sfortunate con il mondo della celluloide ormai si può dire che Frank Miller sia stato ricompensato. Tutto è iniziato com'è noto con "Sin City", che al di là di pregi e difetti ha comunque imposto un nuovo modo di rapportare l'immagine cinematografica al fumetto, secondo un metodo che potremmo definire "filologico". In parole povere la "graphic novel" (termine intraducibile e certamente più alto del nostro "fumetto", spesso dispregiativo) viene usata come storyboard e guida per la resa visiva del film, dai personaggi ai costumi, dalle scenografie alle inquadrature. L'omonima "graphic novel" da cui è tratto il film di Zack Snyder racconta la cronaca dell'epica battaglia delle Termopili del 480 a.C. in cui Leonida e trecento soldati scelti della sua guardia personale fronteggiarono per tre giorni l'immenso esercito persiano del re Serse. Il loro coraggio fu d'ispirazione alle altre città greche che si unirono affrontando efficacemente la minaccia comune. Questa è la storia. Bisogna tenere a mente che "300" nella mente di Frank Miller non era una ricostruzione storica, non ricercava l'accuratezza nella rappresentazione delle forze in gioco o degli scenari geopolitici in atto. Quello che a lui interessava era analizzare come pochi uomini con la semplice forza di volontà abbiano potuto tenere in scacco il più grande esercito del mondo antico. C'è una linea di continuità fra Leonida e Marv di Sin City: entrambi nel loro sacrificio consapevole sconfiggono il potere anche e soprattutto nel momento in cui questo riesce a porre fine alle loro esistenze terrene. Il film di Znyder rende le atmosfere dell'opera di Miller ancora più cupe e claustrofobiche, con un risultato finale che ricorda molto i momenti più cupi nella parte terza del "Signore degli anelli". In "300" ci troviamo di fronte ad una pellicola "epico-fantasy", con costumi sgargianti ed animali esotici che qui diventano quasi fantastici. La violenza è estrema, eccessiva, le scene di battaglia si susseguono in un orgia di mutilazioni e decapitazioni spettacolarizzate e coreografate. Da questo punto di vista è un'operazione trasparente: chi non è interessato se ne tenga alla larga. Il cast è all'altezza del carattere leggendario della vicenda, e se non lo è naturalmente viene reso altissimo con la CGI, come Rodrigo Santoro che diventa un torreggiante Serse alto più di due metri. La recitazione di Gerard Butler nella parte di Leonida è ispirante, ma alla lunga la sua declamazione sulla soglia dell'esaltazione finisce per appiattire leggermente il personaggio. Semplificazioni, situazioni sopra le righe e torrenti di sangue e cadaveri sono gli ingredienti per le quasi due ore di questo spettacolo senza compromessi, ma molto accattivante. Dovete solo stabilire preventivamente se è per voi una delizia oppure un banchetto francamente indigesto. La frase: "Godetevi la vostra colazione, perché stanotte ceneremo all'inferno!" Mauro Corso | ||||||
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4 amiche e un paio di Jeans [The sisterhood of the traveling pants] | |||||
| Quattro amiche, arrivate le vacanze estive, si separano ma una cosa le terrà unite, un paio di jeans che come per magia stanno bene a tutte e che naturalmente si scambieranno per tutto il corso delle vacanze... *** | ||||||
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8 amici da salvare [Eight Below] | |||||
| Dopo aver fatto diversi calcoli, due esploratori, partono per l'antartico alla ricerca di un meteorite che secondo loro si é schiantato in quella zona. Purtroppo durante il viaggio vengono sorpresi da una terribile ondata di freddo che li costringe ad abbandonare i loro cani da slitta. In loro soccorso parte una spedizione di cui fa parte anche un reporter del National Geographic. *** Nel 1983, il compianto Koreyoshi Kurahara diresse, ispirandosi ad un fatto realmente accaduto negli Anni Cinquanta, "Nankyoku monogatari", meglio conosciuto come "Antarctica", storia di una muta di cani da slitta che, abbandonati da un gruppo di ricercatori scientifici giapponesi, per cause di forza maggiore, in una sperduta base del Polo Sud, si trovavano costretti a combattere, da soli, per la sopravvivenza. La pellicola di Kurahara, che ha sbancato i botteghini del Giappone ed ha detenuto il record d'incassi per più di dieci anni, sembra aver particolarmente colpito David Hoberman, produttore, tra l'altro, di "Moonlight mile" (2002) e "Un ciclone in casa" (2003), il quale, in piena febbre di remake a stelle e strisce, ha pensato bene di realizzarne un rifacimento, dai toni meno forti e volto al vasto pubblico delle famiglie, per la regia di Frank Marshall, che in fatto di animali su celluloide già si era occupato degli invadenti ragni di "Aracnofobia" (1990) e del feroce gorilla di "Congo" (1995). Quindi, con un'ambientazione innevata che ricorda "Alive-Sopravvissuti" (1993), altra sua fatica, Marshall ci propone "8 below", il cui titolo italiano riecheggia la vecchia produzione Disney "Quattro cuccioli da salvare" (1987), sostituendo gli occhi a mandorla con i volti di Paul Walker, Bruce Greenwood e Jason Biggs, rispettivamente nei panni di una guida, un cartografo ed un geologo. Tutti appartenenti ad una squadra di esploratori e scienziati che, aiutati da Katie/Moon Bloodgood, pilota di Piper, cercheranno in ogni modo di tornare nell'Antartide per portare in salvo gli otto husky che sono stati costretti a lasciare, a causa di uno degli inverni più rigidi del secolo. Stendendo un velo pietoso sulla pessima recitazione di buona parte del cast (sarebbe ironicamente opportuno aumentare il numero dei cani nel titolo), possiamo tranquillamente affermare che questa vicenda il cui elemento determinante è l'amicizia, non priva di parentesi a loro modo inquietanti, con tanto di orca morta che sembra presa in prestito da "Lo squalo 2" (1978) di Jeannot Szwarc, ricordi non poco, grazie anche alle williamsiane musiche di Mark Isham (Crash-Contatto fisico), quella intramontabile tipologia di film per ragazzi (e non solo) che Steven Spielberg e seguaci portarono alla gloria negli Anni Ottanta. E, non a caso, Frank Marshall fu proprio allievo del Re Mida di Hollywood, ma, se "Antarctica" poteva rivelare un ulteriore motivo d'interesse nella narrazione costruita quasi esclusivamente sulle imprese dei disperati quadrupedi protagonisti, il suo film finisce per dilungarsi inutilmente, fino a raggiungere gli eccessivi 120 minuti di durata, tramite l'introduzione di superflue parentesi ambientate in città. Il risultato finale, quindi, se da un lato potrà rivelarsi, per gli amanti degli amici a quattro zampe, come un interessante oggetto di celluloide, dall'altro, tra lotta per la sopravvivenza ed i cani alle prese con l'aurora boreale, non potrà fare a meno di conferire agli spettatori rimanenti l'impressione di trovarsi dinanzi ad una delle più noiose puntate de Il mondo di Quark. La frase: "Si deve rischiare per le cose che ci interessano veramente". | ||||||
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About a boy - Un ragazzo [About a boy] | |||||
| Will, un ricco trentenne irresponsabile, si inventa un figlio immaginario per abbordare le donne. Poi fa amicizia con Marcus, dodicenne, con problemi scolastici. Gradualmente i due diventano amici.... *** Will (Hugh Grant - Il diario di Bridget Jones), è uno scapolo solo, senza figli, ricco, che passa le sue giornate alla ricerca di donne. Fingendo di essere un padre single, comincia a frequentare le riunioni di un centro sociale, dove tutti i genitori single cercano di aiutarsi a vicenda: il suo scopo, però, è quello di trovare nuove "prede". Il suo piano tuttavia, deve fare i conti con un imprevisto, Marcus (Nicholas Hoult), dodicenne, figlio di una signora per nulla attraente, hippy e costantemente depressa. Il rapporto con il ragazzo inizia quasi per caso, ma ben presto Will, cinico, pieno di sé e fermamente convinto a restare per tutta la vita "un'isola", ne resta coinvolto. Marcus va a casa di Will ogni giorno, dopo la scuola e poco a poco fra i due si instaura un rapporto di amicizia: il ragazzino riuscirà ad affrontare i compagni di scuola che lo deridono per il suo modo di vestire e di pettinarsi, Will riuscirà ad affrontare e superare le sue paure. Con queste premesse, il film potrebbe sembrare poco interessante, invece non è così. About a Boy è una commedia ricca di scene esilaranti, toccanti, simpatiche, drammatiche, insomma c'è un miscuglio di emozioni che rendono tutta la storia vera e piacevole. Hugh Grant è in forma smagliante, ritorna ad essere la simpatica canaglia che avevamo conosciuto in "Quattro matrimoni e un funerale". È affascinante, spigliato, e con un nuovo taglio di capelli che gli danno finalmente quell'aria da uomo vissuto che sinceramente gli mancava. Interpreta un trentottenne che ha terrore di ogni impegno, che è privo di ambizioni, che non analizza assolutamente le situazioni che gli capitano. Will è un egoista, vive frequentando caffè e ristoranti alla moda, guardando quitz televisivi, non lavora, ma si mantiene grazie alla rendita dei diritti d'autore di una stupida canzoncina natalizia, che lui odia, scritta da suo padre molti anni prima.Nicholas Hoult è formidabile, perfettamente calato nella parte della piccola peste che però riesce a risolvere tutto con un sorriso. Marcus è un ragazzino che abita da solo con una mamma molto particolare, che lo costringe a vestirsi stile anni '70 e che gli taglia i capelli come Nicolas de "La famiglia Bradford". È però molto sensibile e dotato di una straordinaria capacità di adattamento e di autocritica.Il film è tratto dal romanzo "Un ragazzo", di Nick Hornby ed è, come lo stesso romanzo, una pellicola leggera, divertente, che scorre talmente veloce da non rendersi conto del tempo che passa. Come giustamente afferma il regista Paul Weitz, la forza del film sta nella straordinaria combinazione di ironia e situazioni emozionanti. Infatti nonostante affronti temi delicati come l'isolamento, la famiglia, i rapporti affettivi, About a boy è un film molto divertente. | ||||||
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Alfie [Alfie] | |||||
| Bello e impossibile, Alfie spezza ogni cuore. Ma, come accade spesso, la vita lo punirà trasformandolo da predatore in preda, da carnefice a vittima. *** Qualcuno dirà che gli uomini sono tutti uguali, ma bisognerà poi aggiungere che i dongiovanni sono ancora più uguali tra loro. Sanno cosa dire e quando dirlo, quale tipo di complimento fare, come vestirsi e come comportarsi; ma quando si tratta di defilarsi all'inglese scelgono sempre un imbarazzato silenzio. Alfie (Jude Law) rientra a pennello nella categoria. Abile e raffinato donnaiolo, fin dall'inizio si propone allo spettatore come un maestro nell'atto di illustrare i segreti della propria arte: la seduzione. Alfie si richiama al savoir-vivre europeo, con una certa predilezione per le donne ed il vino, ed in assenza di quest'ultimo... per altre donne. Questo è lo spunto per proporre vari personaggi femminili: Dorie (Jane Krakowski), Julie (Marisa Tomei), Lonette (Nia Long) e Nikki (Sienna Miller), ciascuno dei quali potrebbe portare il protagonista verso una direzione che però questi sceglie sempre di non prendere. Il paradosso di Alfie consiste nell'impossibilità di imparare nonostante la pretesa di insegnare qualcosa, nei suoi continui ammiccamenti con il pubblico. Quello che lo aspetta è la via del rimpianto, e ciascuna delle donne che ha messo da parte si dimostrerà sotto certi aspetti più saggia di lui. Jude Law tutto sommato riesce ad essere convincente nel ruolo già interpretato da Michael Caine nell'omonimo film del 1966 di Lewis Gilbert, mentre la regia di Charles Shyer non è mai noiosa, specialmente nelle sue strizzatine d'occhio un po' retrò ai ruggenti anni sessanta. Degna di nota è senza dubbio Susan Sarandon nella parte di Liz, la donna che riesce a dare un colpo durissimo a qualunque presunta certezza di Alfie. La Sarandon inoltre dimostra inoltre in maniera molto eloquente come una donna di 58 anni abbia ancora molto da dire in fatto di femminilità e fascino. Se si riesce a non essere irritati dall'impronta fortemente didascalica del film (deve pur sempre dimostrare una tesi!), Alfie è un film godibile, soprattutto grazie all'ottimo cast. Peccato per l'adattamento in italiano dei dialoghi: in alcuni casi si sarebbe potuto fare meglio. La curiosità: Jude Law ha chiesto a Sienna Miller (Nikki) di sposarlo proprio il giorno di Natale del 2004, quasi un richiamo alla circostanza in cui Alfie e Nikki si conoscono nel film. La frase: "Non dipendo da nessuno e nessuno dipende da me. Ma non ho la pace dell'anima, e se non hai questo, non hai nulla". | ||||||
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All the invisible children [Take 7] | |||||
| Fotografia della sofferenza infantile nel mondo. Attraverso sette prospettive diverse, in sette paesi diversi (Italia, Africa, Serbia-Montenegro, America, Brasile…), il comune denominatore è la condizione di degrado, incomprensione e stenti in cui molto spesso sono costretti a vivere i bambini, anche tra le mura di casa. L’infanzia rubata secondo sette registi, che prestano la loro voce ad un progetto, All the Invisibile Children, i cui proventi saranno devoluti al World Food Programme e all’Unicef. *** Di film ad episodi politicamente impegnati ne arriva uno ogni anno qui al Festival di Venezia. Questa volta il tema scelto, come già il titolo "All the invisibile children" fa ben capire, sono i bambini. Bambini che vivono, che soffrono, che muoiono. Bambini che si ritrovano vittime di un mondo che sembra non volerli e che fanno l'unica cosa possibile: si adattano. Che sia la guerra civile e ci sia da imbracciare un mitra, che rubare sia l'unico modo per evitare le botte del papà alcolizzato, che si nasca con l'Aids per colpa di genitori sieropositivi, che la povertà sia per te uno stato naturale e riuscire mangiare sia l'unico obiettivo della tua giornata, i bambini si adattano. E si danno da fare. Soffrono, ma non lo danno a vedere. Non ne parlano loro, e non ne parlano i mass-media. Almeno non abbastanza, non tanto da arrivare al grande pubblico. E così ci pensa il cinema, che con sette storie di una ventina minuti ciascuna, prova a farci da finestra su storie e luoghi che non siamo abituati a vedere. Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott (che firmano assieme l'episodio "Jonathan", forse il meno riuscito dei sette), l'italiano Stefano Veneruso e John Woo. Sono queste le firme di All the invisibile children. Ognuno col proprio stile, ognuno voce della propria terra di provenienza. Il tema è forte, e così il rischio (tipico dei film a capitoli con autori diversi) che l'opera nel suo complesso risulti disomogenea viene quasi azzerato. Il film è valido, e và oltre la semplice denuncia. Diverte grazie all'allegria gitana di Kusturica, commuove quando Spike Lee ritorna nei suoi amati (e odiati al contempo) ghetti metropolitani dove i neri buttano via la propria esistenza, irride il consumismo quando dimostra come raccogliere lattine e cartoni per strada possa diventare fonte di ricchezza se ti trovi a San Paolo. E anche l'Italia porta il suo contributo con la storia di Ciro, giovanissimo bambino napoletano che sogna un giro in giostra mentre ruba orologi da polso agli automobilisti fermi al semaforo. Chi, come "noi" è nato in condizioni agiate ha fin da piccolo sognato di avere il potere, anche solo per un giorno, di diventare invisibile. E farne, nel frattempo, di cotte e di crude. Loro, che sono nati "invisibili", fanno invece di tutto per farsi vedere. E seppur il loro desiderio sia in teoria più semplice da esaudire di quello che noi sognavamo un tempo, la realtà dei fatti ci dice che è pura utopia. La frase: "Non mi hanno bocciato, mi hanno solo messo nella classe sbagliata" | ||||||
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American Psycho [American Psycho] | |||||
| Patrick Bateman ha una doppia personalità, la mattina sembra un bravo ragazzo d'affari che lavora per la compagnia del padre a Wall Street, ma la notte si "trasforma" in un maniaco omicida... *** La nuova pellicola di Mary Harron "American Psycho", tratta dall'omonimo best seller di Bret Easton Ellis, uscito nel 1991 e subito al centro di un caso internazionale per la violenza dei suoi contenuti, è una minuziosa descrizione del clima di yuppismo imperante degli anni '80. A differenza del libro, particolarmente lucido e preciso nella descrizione delle assurde violenze compiute dal protagonista, la sceneggiatura del film, della stessa regista e di Elizabeth Guinevere Turner, è molto più soft. L'attenzione si posa sulle manie di Patrick Bateman (Christian Bale) ossessionato dal voler essere il più bello, il più ricco, il più in vista di tutta Wall Street. Le sue maggiori preoccupazioni sono quelle di apparire sempre in forma perfetta, sfoggiando il miglior abito di alta sartoria italiana, Versace o Armani, di aver il miglior biglietto da visita, con carta filigranata, scritta in rilievo e di un bianco non ben definibile, di cenare sempre nei locali più esclusivi della città.Questa sua apparente normalità, nasconde, però, una verità sconcertante: il suo desiderio di possesso si spinge tanto da volere anche il sangue delle donne che frequenta, degli amici che invidia. Bateman è un perfido, ha "tutte le caratteristiche di un essere umano, capelli, occhi, mani, ma non un solo sentimento umano, se non l'arrivismo, la voglia di successo". Egli passa dall'essere super controllato, quasi freddo, distaccato ad un omicida spietato che adora ricoprirsi del sangue delle sue vittime, anche se, per non sporcare i suoi magnifici abiti e il suo costosissimo e super tecnologico loft indossa un impermeabile e poggia a terra dei giornali! Ma è proprio questo suo "vizio", la cosa che lo rende particolare, che lo allontana da quella sua voglia di conformismo, da quell'anonimità che altrimenti lo fagociterebbe.La sua lucidità maniacale lo porta a girare con i guanti di pelle sempre in tasca, a conoscere pezzo per pezzo le canzoni dei suoi artisti preferiti, a distinguere le varie sfumature di bianco di un biglietto da visita, a conoscere con precisione la vita e le "opere" dei maggiori serial killer di tutti i tempi. Tutta questa meticolosità, ad un certo punto, però, cede: quello che abbiamo visto, quegli omicidi, quella violenza, tutto quel sangue, è accaduto davvero o sono solo insane fantasie di un uomo stressato dalla voglia di successo?"American Psycho" è un film in cui la visione femminile della regista traspare molte volte dalla descrizione dei prodotti di bellezza, a quella degli abiti e dei profumi usati dal protagonista. La colonna sonora, che si avvale delle bellissime musiche originali dei Genesis, di Phil Collins, di Huey Lewis and the News, sottolinea anzi enfatizza ancora di più lo spirito di quel particolare momento storico in cui a dettare legge erano il denaro e l'apparire."American Psycho" è una pellicola estremamente curata nei dettagli, sotto ogni punto di vista: lo scenografo Gideon Ponte ha recuperato vecchi videoregistratori e Walkman originali, la costumista Isis Mussenden ha ricreato l'abbigliamento di quel periodo rivolgendosi ai principali stilisti che proprio in quegli anni iniziarono l'ascesa all'olimpo della moda (Versace, Gaultier, Yamamoto, Kenzo).In conclusione, si può dire che "American Psycho" altro non è che una descrizione agghiacciante, ma non troppo lontana, di una realtà che forse ancora oggi ci appartiene. Teresa Lavanga | ||||||
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Anaconda [Anaconda] | |||||
| Alla ricerca della misteriosa tribù degli indiani Shirishama, la troupe cinematografica capitanata da Terri e Steven si avventura in un territorio inesplorato dell'Amazzonia. S'imbatte però nel tenebroso naufrago Paul Sarone che si spaccia per esperto degli Shirishama e si propone come guida. In realtà l'uomo è uno spietato cacciatore di serpenti che va in cerca di un leggendario quanto gigantesco esemplare di anaconda. Quando Sarone prende il comando della nave, quella che all'inizio era una normale spedizione lungo il Rio delle Amazzoni, diventerà una lotta per la sopravvivenza. *** | ||||||
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Anastasia [Anastasia] | |||||
| Basato sulla pièce di Marcelle Maurette nell'adattamento (1954) di Guy Bolton e sulla sceneggiatura di Arthur Laurents del film omonimo (1956) con Ingrid Bergman. 1916, San Pietroburgo. Mentre la famiglia Romanov si accinge a festeggiare i 300 anni di regno, si presenta Rasputin a maledire la stirpe e a edificare, con l'aiuto del diavolo, l'impero del male. Anastasia, la minore delle quattro figlie dello zar, sopravvive al maleficio, perde in parte la memoria, cerca dieci anni dopo di ritrovare la nonna a Parigi, aiutata da Dimitri, ex sguattero, suo coetaneo imbroglioncello, che l'aveva salvata, e s'innamora, riamata, di lui. 1° cartoon di lungometraggio dei Fox Animation Studios (con sede a Phoenix, Arizona), diretti da D. Bluth e G. Goldman, fuoriusciti dalla casa madre Disney. Costato 50 milioni di dollari e realizzato da 350 artisti reclutati in una quindicina di paesi, il film non sta purtroppo né con Disney né contro di lui. Tracima di rimandi alla favolistica disneyana. Ha l'ormai obbligatoria dimensione di musical, con balli e canzoni (mediocri). Accanto alla tradizionale animazione su 2 dimensioni, vanta un uso sagace del computer evidente nelle sequenze del deragliamento del treno e dell'incubo dell'eroina sulla nave. *** | ||||||
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Arancia meccanica [A clockwork orange] | |||||
| In cerca di emozioni forti, Alex, quotidianamente compie azioni criminali. Viene arrestato e sottoposto ad un trattamento che lo condiziona alla non violenza. Uscito di galera però, tutte le persone che hanno subito da lui violenze, gli si ritorcono contro... *** | ||||||
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Australia [Australia] | |||||
| Una ricca nobildonna inglese, eredita una sconfinata tenuta in Australia con 2000 capi di bestiame. Quando alcuni, prepotenti, proprietari terrieri cercano di impossessarsi dei suoi possedimenti, cerca l'aiuto di un cow-boy, per portare il bestiame al sicuro. Durante il loro avventuroso cammino, attraverseranno luoghi impervi e desolati e vedranno con i propri occhi, come gli aerei giapponesi bombardarono Darwin... *** Film - epopea lunghissimo: centoquaranta minuti densi di avvenimenti e situazioni drammatiche. E’ "Australia", del regista Buz Luhrmann, già apprezzato per il visionario "Romeo + Giulietta" e soprattutto per il musical "Moulin Rouge". Durante la seconda guerra mondiale Lady Sarah Ashley deve tornare in Australia per vendere la villa dove è deceduto il marito. Lì incontra un rude mandriano disposto a scortare le 1500 vacche della tenuta fino al porto, dove potranno venderle per salvare la proprietà. Il tragitto sarà lungo e porterà i due a diventare una "famiglia", non senza essere passati attraverso il bombardamento giapponese della città di Darwin... "Australia" è un colossal d’altri tempi, pieno di rimandi visivi e narrativi a film del passato. Si va infatti dal classico "Via col vento", fino al "Moulin Rouge" dello stesso Luhrmann, passando per il recente "Pearl Harbor". Il risultato è un film ambizioso, intenso e pregno di elementi positivi. Tra questi spicca certamente la fotografia ad opera di Mandy Walzer, che rende veri e propri quadri i paesaggi ripresi da Luhrmann. I colori accesi e i suggestivi campi lunghi, comunque, fanno solo da cornice a una trama articolata e avvincente, soprattutto per quanto riguarda la prima lunga parte, che potremmo definire in stile western. Poi, invero, si va un pò scemando, causa anche la stanchezza che fa capitolino nello spettatore. Il problema di "Australia" infatti è da rintracciarsi nella sceneggiatura: articolata, sì, ma poco lubrificata sul piano della continuità. Così, mentre la prima parte risulta coerente con gli iniziali presupposti narrativi, la seconda si dilunga troppo articolandosi in un modo che appare un pò forzato. Ottimi gli interpreti australiani Nicole Kidman e Hugh Jackman: entrambi vigorosi nel rappresentare il tema portante della pellicola, ovvero le "generazioni perdute". Così erano chiamate in Australia, infatti, le generazioni di mulatti che venivano allontanati, con forza, dalla propria terra e dalla propria famiglia. Un tema scottante che nel film di Luhnrman viene affrontato con lucidità e partecipazione. Anche grazie al motivo musicale "Somewhere over the rainbow", tratto da "Il mago di Oz", che dona alla pellicola un’atmosfera romantica e sognante. La frase: "...Le donne non sanno mai di cosa possono avere bisogno...". Diego Altobelli | ||||||
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Awake – Anestesia cosciente [Awake] | |||||
| Clayton Beresford, Jr. (Hayden Christensen) sembra avere tutto dalla vita: una bellissima fidanzata di nome Samantha Lockwood (Jessica Alba), una madre che lo adora, che si chiama Lilith (Lena Olin), una florida attività e tutto il denaro che un giovane uomo potrebbe mai desiderare. Invece, la vita di Clay è assai lontana dalla felicità: la sua relazione con Sam deve rimanere segreta a causa di una madre in realtà troppo gelosa e - come se non bastasse - dovrà a breve sottoporsi ad un urgente trapianto di cuore. Il cardiologo Jack Harper (Terrence Howard), un amico di Clay, si sta occupando della sua operazione, che avrà luogo non appena sarà disponibile un donatore dello stesso gruppo sanguigno di Clay. Jack continua a ripetere a Clay di vivere ogni giorno al massimo, di rivelare a Lilith il suo amore per Sam, e di sposare la ragazza senza indugiare ulteriormente. Quando Sam insiste affinché Clay la sposi, l'uomo confessa la loro relazione a sua madre, la quale reagisce offrendo alla ragazza del denaro per restare fuori dalla loro vita. Clay è furibondo. Va da Sam e insiste per sposarla quella stessa sera, con Jack che accetta di fare da testimone. Ma subito dopo il matrimonio, Clay viene avvertito che è stato trovato un donatore di cuore e che deve operarsi immediatamente. Clay e Sam si precipitano nel centro medico dove incontrano Jack e i suoi colleghi, ma Lilith suggerisce a Clay di farsi operare dal Dott. Neyer (Arliss Howard), uno dei massimi cardiologi del paese, pare infatti che in passato, Jack, sia stato denunciato da parte di alcuni suoi pazienti. Nell'attesa dell'operazione, Sam è sempre al fianco di Clay, e cerca di tranquillizzarlo. L'anestesista, il dott. Larry Lupin (Christopher McDonald), si presenta trafelato in ospedale, piuttosto in ritardo, spiegando di essere stato a una degustazione di vini. Tutti esprimono preoccupazione rispetto a questa affermazione, ma alla fine decidono comunque di proseguire con l'operazione. Il Dott. Lupin inietta a Clay l'anestetico e il paziente dolcemente si assopisce. Tuttavia Clay si rende conto di riuscire a sentire ancora le parole dei dottori, che si stanno preparando all'operazione. E quando sente le dita di Jack sul suo sterno, con il bisturi in mano, Clay si rende conto di essere veramente nei guai. Ciò che sta sperimentando si chiama "consapevolezza anestetica" ed è la condizione per cui un paziente sotto anestesia prova le sensazioni fisiche dell'intervento, pur non riuscendo a parlare o a muoversi. Clay sente tutto ciò che Jack e la sua squadra fanno sul suo corpo e gli sembra di vivere un incubo. Ascolta conversazioni apparentemente assurde, ma presto si rende conto che nessuno è quel che sembra, e soprattutto, che non è previsto che si risvegli da questa operazione. Dopo una serie di ulteriori rivelazioni, il battito del cuore di Clay riappare sul monitor. E' stato tutto un brutto sogno causato dall'anestesia? Oppure è accaduto davvero? Ma alla fine Clay apre gli occhi. Nonostante tutto, è sveglio. *** Il film "Awake", esordio alla regia per Joby Harold, è un thriller di ispirazione metafisica. Clayton è un bel rampollo orfano di padre in attesa di ricevere un cuore nuovo. La madre del ragazzo vorrebbe affidare l’operazione al medico di famiglia, ma Clay insiste affinché sia il dottor Jack Harper, suo amico e intimo confidente, a dirigere l’intervento. Tutto sembra andare secondo regime, ma quando il ragazzo si trova sotto "i ferri" si accorge di non essere del tutto anestetizzato. Il suo corpo, infatti, continua a sentire dolore, senza potersi però muovere o chiamare aiuto. E’ la cosiddetta "anestesia cosciente". Per resistere al dolore di un intervento a cuore aperto Clay si rifugia nei suoi ricordi, ma proprio lì scoprirà cose dolorose sulla sua vita... Il presupposto è di quelli interessanti, la realizzazione è di quelle mediocri. Malgrado il cast: il "buono" Terrene Howard, lo "schianto" Jessica Alba, e il "jedi" Hayden Christensen, il film finisce per fallire il suo lancio. Commettere il fallo in area. Mandare a monte la partita. Inizia lento, lentissimo, con trenta minuti di antefatto che "preparano il campo" ad una trama che in qualche modo (considerando il titolo) già ci si aspetta. Arriva quindi il momento dell’operazione, ma si ha la sensazione che quella che dovrebbe essere la scena madre, la più importante, ovvero il momento dell’incisione in difetto di anestesia, duri troppo poco. Si va oltre, allora, in quello che dovrebbe essere il giro di vite della trama, la sua svolta, e anche lì il colpo di scena viene "gestito" male da una regia troppo frettolosa, svelandolo senza concedergli il giusto respiro narrativo. A favore di cosa tutta questa fretta? Difficile dirsi. Il tema del "ricordo" come tragitto da percorrere per scoprire peccati dimenticati o crimini elusi, non è nuovo al Cinema, ma in questo caso sfugge l’effettiva meccanica per cui un uomo sotto i ferri e a cuore aperto (!), invece di svenire, continui a rimanere cosciente e a pensare ai "fatti propri". Insomma, ad una trama pretestuosa si unisce anche una improbabile realizzazione drammatica, e il film annega in un oceano pasticciato di domande. Il presupposto era interessante, ma il "tiro" è andato corto. Troppa fretta nel concludere per l’esordiente Joby Harold che realizza una pellicola da vedere solo in "dvd", il sabato sera, con la pioggia e senza amici da chiamare. La frase: "...Quanto ci mette a fare effetto?...". Diego Altobelli | ||||||
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Balto [Balto] | |||||
| A causa di una spaventosa epidemia scoppiata in un paese dell'Alaska, un gruppo di volontari tenta un viaggio su di una slitta trainata da cani per reperire i medicinali in una cittadina vicina. Ma il gruppo si perde nel mezzo di una tempesta e sarà Balto, una via di mezzo tra un cane ed un lupo a ritrovare la strada di casa.. *** | ||||||
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Birth - Io sono Sean [Birth] | |||||
| Si dice sempre che sia più facile scrivere di un brutto film che di uno mediocre, quindi dovrei sbrigarmi. Jonathan Glazer porta sul grande schermo una storia metafisica colma di spiritualità (sembro la frase di lancio del film). Anna (Nicole Kidman / Ritorno a Cold Mountain) ha perso il marito Sean dieci anni fa e sta per risposarsi, dopo molte indecisioni, con Joseph (Danny Huston / 21 grammi). Proprio nel giorno in cui viene annunciato il loro fidanzamento fa la sua comparsa un bambino di dieci anni che dice di essere Sean (Cameron Bright / Godsend) in una sorta di reincarnazione. Superato il primo sgomento e l'ovvia ostilità, il dubbio si insinua tra i presenti e soprattutto in Anna, che decide di approfondire la questione sottoponendo Sean a una serie di domande. Il fatto che Anna pensi soltanto alla possibilità che il bambino sia il suo ex-marito ferisce profondamente Joseph ed il tanto agognato matrimonio diventa sempre più lontano. Il conflitto di speranza e realismo che dilania Anna deve comunque giungere ad una qualche conclusione poiché lo stato di indecisione non giova a nessuno e dunque non resta che decidere se accettare l'incredibile o se continuare la propria vita come se nulla fosse accaduto. I film con un forte concetto metafisico sono sempre molto rischiosi, poiché la possibilità di confezionare una sorta di incudine, seppur ben decorato, che grava sullo spettatore è molto forte. Purtroppo, soprattutto per noi, Glazer si è dimostrato un fabbro sopraffino e non certo nel legarci alla poltrona con le sue catene narrative, quanto nel creare degli insostenibili ceppi narrativi che hanno reso questa pellicola, afflitta anche da una fotografia con sottoesposizione cronica irreversibile, un vero martirio. Se la storia stile Il Paradiso può attendere in formato pedofilo poteva avere qualche spunto , il fatto che restino molte questioni irrisolte come anche personaggi solo sbozzati senza poi dare un'analisi approfondita danno al tutto un alone superficiale. Aggiungiamo che il ritmo latita e questa mancanza non è sostituita da emozioni o contenuti importanti ed otteniamo il cocktail del giorno: 2 hour less, ovvero quelle che perderete guardandolo. *** | ||||||
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Blow [Blow] | |||||
| Ascesa e caduta di George Jung, il primo grande trafficante americano ad importare cocaina negli Stati Uniti, durante gli anni '70 e '80. *** George Jung, tipico ragazzo americano cresciuto in provincia ha il "merito" di aver introdotto negli anni '70 la cocaina in America, diventando uno dei primi corrieri per i signori della droga del cartello colombiano. Storia vera dell'ascesa e caduta di un giovane che poco propenso a rompersi la schiena lavorando diventa il braccio destro di Pablo Escobar. Ingenuità, senso pratico e persino coraggio: questi gli elementi caratteristici di Jung attraverso i quali supera le frontiere dell'illecito affrontando spietate negoziazioni, brutali esecuzioni, fino al riciclaggio di enormi quantità di denaro.Versatile ed eclettico regista di commedie come "Beautiful girl" con Uma Thurman o "Life" con Eddie Murphy, Ted Demme decide con "Blow" di affrontare un genere diverso e raccontare la storia di una vita che corre impavida verso la catastrofe, mai melodrammatica e spesso ironica. George è il ritratto dell'avidità umana ma anche un personaggio patetico che alla fine paga il prezzo altissimo della perdita della libertà. Dalla marijuana alla cocaina il passo è relativamente breve ma Jung lo percorre facilmente senza frapporre l'inopportuno senso morale. Ed è soprattutto l'amoralità mista ad una inaspettata ingenuità a rendere affascinante quest'uomo. Una vita toccata spesso dalla tragedia: la morte dell'amatissima Barbara, compagna di ventura degli inizi, ma soprattutto l'allontanamento della figlia Kristina dopo il forzato divorzio dalla moglie Mirtha, all'indomani della sua incarcerazione. Alimentata dall'adrenalina per il rischio costante di questa corsa dietro ad un folle sogno di grandezza e di onnipotenza, la storia è anche ravvivata dallo stile degli anni '70 in cui kitch e colore erano di rigore e da una bellissima ed evocativa colonna sonora che salta dalla "All the tired horses" di Bob Dylan a "La noche de la fiesta" di Kerry Brown.Johnny Depp è l'interprete eccellente di un uomo che proprio come lui, seppur in altro ambito, ha avuto un'ascesa da capogiro verso la fama e la fortuna. Poco credibile solamente nella parte finale, ingrassato e invecchiato malamente dal trucco è poco credibile. Ma sono le ultime battute e possiamo dimenticarle. | ||||||
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Callas Forever [Callas Forever] | |||||
| Parigi, estate del 1977. Gli ultimi mesi di vita della divina Maria Callas: sola e abbandonata da tutti viene avvicinata da un giovane impresario che le propone di rifare tre delle sue opere più famose... *** Tra i numerosi progetti che avrebbe voluto portare sullo schermo, c'era anche un film sul Rinascimento a Firenze e l'interpretazione epica dell'Inferno per una mini-serie televisiva. Pungolato per oltre vent'anni dai produttori americani per realizzare un film sulla celebre cantante lirica, Franco Zeffirelli ha ceduto solo adesso, davanti ad una sceneggiatura che ne romanza (e quindi inventa) un episodio della sua vita. Ma raccontare la storia di una donna che si è ritirata dal mondo, sola e senza più la sua voce magnifica che la rese divina, dev'essere sembrato poca cosa per il grande schermo e per un pubblico che forse della Callas non sa molto, tanto da spingere il regista fiorentino ad inventare di sana pianta il ritorno della cantante sul palco poco tempo prima di morire. Un modo per restare alla larga dalla biografia, come ha ammesso lo stesso Zeffirelli, ed evitare di cadere nel gossip e nei dettagli meno edificanti di una donna che soffrì molto per amore e che ebbe solamente la sua voce come compagna di viaggio. Ma caratteristica dell'invenzione è soprattutto quella di non avere freni e rischiare ad ogni istante di cadere nel kitsch e nel dilettantismo. Il regista così concepisce un racconto biografico nutrendolo di alcuni elementi autobiografici e aggiungendo alla storia della "fantomatica" realizzazione della Carmen per lo schermo, quella dell'impresario Larry Kelly, amico intimo della soprano, annoiato dagli artisti mediocri che è costretto a seguire e spesso alle prese con i suoi giovani amanti. Lo zeffirelliano patto alla Faust permette da una parte il ritorno sulle scene della protagonista per raccogliere nuovi successi, dall'altra assicura al regista la scusa per infilare una volta ancora il teatro nel suo cinema.Il risultato è un' operazione commerciale inutile quando non addirittura imbarazzante, in cui Fanny Ardant nei panni della Callas sembra più fare il verso alla "divina" che interpretarla, imitandone teatralmente i gesti e le posture nel goffo tentativo di illustrare il dramma di un'artista alla fine della sua carriera. Impossibile pensare che il pubblico di giovani che non ha avuto la fortuna di vedere la soprano cantare in teatro, e forse neppure l'occasione di ascoltare la sua voce registrata, possa davvero apprezzare un opera così mediocre. Unico aspetto interessante è la colonna sonora, ovviamente costruita attraverso le numerose e magnifiche interpretazioni di Maria Callas: ma la sola condizione per goderne è restare per le quasi due ore del film ad occhi chiusi, cercando di non rovinare con le immagini tanta meraviglia. | ||||||
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Canone inverso [Canone inverso] | |||||
| In una notte d'agosto del '68 fatidica per la Cecoslovacchia e per il mondo intero il violinista Jeno Varga ripercorre insieme a Costanza la sua vita. Jeno (Hans Matheson, visto in "I miserabili") racconta di quando da bambino suonava il violino senza conoscere la musica, consolando i maiali che andavano al macello sotto gli occhi della madre che, stupita, ripensava all'uomo che aveva amato e che le aveva lasciato quella musica, quel violino, quel figlio e nient'altro. E racconta della bellissima Sophie (Mélanie Thierry, vista in "La leggenda del pianista sull'oceano")celebre pianista che lui conquista con la sua musica e il suo talento e del "Collegium Musicum" che ha il privilegio di frequentare grazie ad una borsa di studio e dove nasce l'amicizia con il giovane David Blau (Lee Williams), che non sarà solo un amico, ma molto di più...Ma soprattutto racconta dell'ultimo concerto a Praga, dove i destini di Jeno, Sophie e David si incrociano e si dividono, in nome di una passione capace di andare oltre ogni ostacolo, ogni sacrificio, perfino oltre la morte.Il racconto è finito, ma ripercorrendo i luoghi che ha evocato, Costanza (Nia Roberts) scoprirà che quella musica che sentiva da bambina non era solo un ricordo, ma il sigillo e la prova della sua, fino ad allora sconosciuta, identità. Nel frattempo nei corridoi del "Collegium Musicum" risuoneranno ancora le note del "canone inverso", e per uno scherzo della memoria, ci faranno intravedere che non potrà essere più con noi.Diretto da Ricky Tognazzi ("Camere da letto", "Maniaci sentimentali" e il recente "Il cielo in una stanza") il film è tratto dal romanzo di Paolo Maurensig e presenta, come spesso capita nei film del regista milanese, un cast con diversi attori stranieri (compresi i protagonisti) con la partecipazione anche di Gabriel Byrne che tra poco vedremo nelle sale anche con "Stigmate". *** | ||||||
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Cantando sotto la pioggia [Singin' in the rain] | |||||
| Nel 1927, a Hollywood arriva il sonoro, e le star del cinema muto devono adeguarsi o smetteranno di recitare. Don Lockwood, grazie alle sue doti di ballerino e cantante non ha problemi, ma la primadonna Lina Lamont, ha una voce sgraziata e deve perciò farsi doppiare.. *** | ||||||
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Captivity [Captivity] | |||||
| Jennifer Tree è una celebrità, un'icona della moda le cui immagini campeggiano sui muri e sugli autobus di tutta New York. E' brillante, determinata e sicura del suo successo, ma le sue paure più profonde stanno per diventare realtà. Improvvisamente si risveglia, disorientata e confusa, in un letto che non è suo e si rende conto di essere prigioniera in una cella buia, senza porte né finestre. Appoggiati alle pareti quattro armadietti contrassegnati da un numero e in alto un monitor sul quale scorrono, inquietanti, scene tratte da vecchie interviste che la ritraggono mentre parla di sé, delle sue passioni e delle sue fobie. Sempre più terrorizzata Jennifer realizza con orrore di essere costantemente spiata dal suo rapitore. Tenta la fuga, ma fallisce. E' a quel punto che si accorge di non essere sola. Oltre il muro della sua prigione, un'altra persona condivide il suo medesimo destino... *** L'incipit richiama subito alla memoria "Saw-L'enigmista", l'arcinoto horror thriller diretto nel 2004 da James Wan, che ha generato anche tre sequel. Ed anche in seguito, quando vediamo la splendida icona della moda Jennifer Tree (la Elisha Cuthbert del serial tv "24") che, improvvisamente, si risveglia in una buia stanza chiusa, senza porte né finestre, torna alla memoria la saga del sanguinario Jigsaw; tanto più che la ragazza prima scopre di essere costantemente spiata da un ignoto rapitore incappucciato, il quale non esita a farle affrontare estenuanti prove psichiche ed a porla dinanzi ad enigmi dall'esito estremo, poi viene a conoscenza del fatto che, al di là del muro della sua prigione, qualcun altro si trova nella sua medesima situazione. Tra spazi chiusi, frullati di frattaglie ed un uso del sonoro volto a rendere ancora più fastidiosi gli impressionanti momenti di violenza, quindi, a mancare non sono certo la truculenza ed un particolare senso di claustrofobia, mentre qualcosa lascia presagire che il racconto voglia andare a colpire negativi aspetti del quotidiano vivere, come la bellezza quale unico mezzo per poter ottenere ogni cosa. Perché, accanto all'esordiente Joseph Tura, come co-sceneggiatore ed autore del soggetto troviamo il master of horror Larry Cohen, che della celluloide ad alta tensione ha saputo fare uno strumento utile alla denuncia sociale, dirigendo titoli del calibro di "Baby killer" (1974) e "The stuff-Il gelato che uccide" (1985), o semplicemente occupandosi degli script di un'infinità di lungometraggi, tra cui la trilogia "Maniac cop" di William Lustig e "In linea con l'assassino" (2002) di Joel Schumacher. Purtroppo, però, la delusione è dietro l'angolo, in quanto "Captivity", che comprende nel cast anche Daniel Gillies ("Matrimoni e pregiudizi") e Pruitt Taylor Vince ("La leggenda del pianista sull'oceano") e che segna il ritorno dietro la macchina da presa per il due volte candidato all'Oscar Roland Joffé, a sette anni da "Vatel", sembra ad un certo punto ricercare l'originalità che non possiede in una soluzione poco chiara (o semplicemente mal espressa per immagini), la quale finisce invece per testimoniare una volta per tutte la sua confusa natura di thriller come tanti altri. Ma, a differenza di tanti altri thriller senza infamia e senza lode, non riesce neppure ad andare a parare da nessuna parte. La frase: "Perché le cose più brutte succedono sempre alle persone più buone? E' questo il mistero". | ||||||
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Cardiofitness [Cardiofitness] | |||||
| Stefania, ventisettenne inquieta e aspirante scrittrice, condivide gioie e dolori con le sue amiche Cecilia ed Ilaria. Le tre si ritrovano nella palestra dove lavora Ilaria, per dare sfogo alle frustrazioni e alle leggerezze della quotidianità. Durante una delle canoniche cene tra loro, Cecilia si sente male: qualcosa nel cibo le ha causato uno shock anafilattico e le tre ragazze corrono al pronto soccorso. *** Quando la differenza di età fra due persone che si amano può diventare un problema? Se uno dei due non ha raggiunto la maggiore età la questione assume dimensioni sociali e legali che vanno al di là delle persone strettamente coinvolte da questo tenero sentimento. Il cinema e la letteratura a partire dal novecento sono stati prodighi nella rappresentazione di uomini maturi invaghiti di ragazzine e indirizzati verso percorsi più o meno autodistruttivi. Meno esplorata è la situazione in cui i generi dei due innamorati sono anagraficamente invertiti, in cui l'uomo è il "fanciullo" che ancora deve avere esperienza della vita e viene condotto per mano lungo i sentieri di un'educazione sentimentale da parte di una donna più "matura". Tratto dal romanzo di Alessandra Montrucchio, Cardiofitness descrive la nascita di un'attrazione fra una donna di 27 anni (interpretata da Nicoletta Romanoff) ed un ragazzo di 15 anni. Come suggerisce il titolo questo incontro avviene in una palestra, descritto dall'autrice come unico non luogo rimasto in cui possono entrare in contatto, al di fuori di ogni regola, persone di diversa estrazione sociale, culturale ed anagrafica. Quello che l'autrice ed il regista vogliono mettere in luce è come la forza di una passione sia in grado di superare barriere di età, la dimensione di quello che è comunemente accettato e la lontananza di due mondi apparentemente estranei come quelli di un quindicenne e di una trentenne. Per certi versi ci troviamo davanti a un esercizio di stile perché è molto difficile che una situazione del genere si verifichi nella realtà e i due protagonisti hanno caratteristiche del resto molto particolari. Stefano è molto riflessivo e maturo nonostante i tumulti adolescenziali mentre Stefania è sicuramente ancora molto infantile ed impulsiva nonostante i suoi (quasi) trent'anni. Intorno ai due ruota un mondo colorato e bizzarro, fatto di adolescenti sessuomani, istruttori cubani di baseball, amiche legati da rapporti di squadra più maschili che femminili ed ex fidanzati ossessivi e maldestri. Un insieme di personaggi che in maniera più o meno consapevole ostacoleranno questa specie di "Romeo e Giulietta" generazionale. Cardiofitness è una commedia sentimentale italiana abbastanza classica, e anche se non farà gridare al miracolo ha qualche freccia nel suo arco. Il film infatti evita le trappole della morbosità e della volgarità gratuita e anzi tratteggia la vicenda con insolita delicatezza. Una sceneggiatura divertita contribuisce del resto a rendere più lievi momenti potenzialmente tragici o farseschi. Un punto dolente, curiosamente, è la locandina del film: i due protagonisti non solo sembrano coetanei, ma il giovane che interpreta Stefano sembra addirittura più grande della Romanoff. | ||||||
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Casablanca [Casablanca] | |||||
| Casblanca é un passaggio obbligato per chi fugge dall'Europa, e qui l' americano Rick gestisce un locale notturno. Ed é proprio da "Rick's" che arrivano anche il patriota Laszlo e sua moglie IIsa, vecchio amore di Rick a Parigi. Qui l'amore tra i due rinasce, ma Rick, ottenuti due visti d'uscita, convince IIsa a raggiungere l'America con il marito, perchè l'uomo possa continuare a combattere per la libertà. *** | ||||||
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Casomai [Casomai] | |||||
| Tommaso e Stefania sono una coppia felice e affiatata. Sono sposati ed hanno un bel bambino, Andrea. Circondati dagli amorevoli consigli dei genitori e degli amici vivono serenamente la loro bella storia d'amore. Ma fino a che punto la presenza di questo stuolo di conoscenti, amici, parenti è poi così inoffensiva? *** L'amore: quante parole, pensieri e sogni ne avvolgono il vero e forse minuscolo nocciolo. Ma l'amore può realmente trasformarsi in un matrimonio per sempre? Domanda difficile per una responsabilità pesante quasi insostenibile. Dal momento che quasi tutto è possibile a questo mondo, vuoi per caso o per una indomita e umana volontà, anche questa enorme scommessa può essere realizzabile. Il passato e il futuro della coppia formata da Tommaso e Stefania finisce ed inizia - in quest'ordine - nella piccola chiesetta di San Michele, perduta in una campagna assolata e in un paesaggio uguale a tanti, quasi ultimo baluardo della verità e sincerità di sentimenti che troppo spesso devono fare i conti con il quotidiano nudo e crudo. Il passato della coppia è raccontato dai loro amici, il futuro è invece un esercizio della fantasia del parroco, che descrive la fine di un amore, sepolto da un mare di interferenze e dall'economia di una società che specula sul numero dei single piuttosto che sulle coppie, perché due frigoriferi sono meglio di uno, e perché un single depresso fa più shopping di un marito felice. Il matrimonio immaginato è allietato dalla nascita di Andrea, e via via soffocato dalle necessità professionali, dalla stanchezza di giornate pesanti e di notti passate a fermare le lacrime del bimbo, dalla solitudine a volte cercata e altre mal sopportata. E poi gli errori che presentati come doveri, non sono altro che silenzi troppo lunghi su sentimenti un pò dimenticati. E per finire amici e parenti che vivono intorno a Stefania e Tommaso, con le loro emozioni e i consigli non richiesti, a volte condizionandoli, a volte abbandonandoli senza accorgersene.Nascondendosi dietro i toni leggeri della sua commedia Alessandro D'Alatri racconta un pò di verità, sebbene alleggerisca davvero troppo la tragedia finale di un matrimonio che affoga come molti, con una nuova possibilità perché era tutto un sogno; con una realtà ancora tutta da vivere e magari anche meglio. Certo chi ricorda i primi film del regista, (Americano rosso, Senza pelle) rischia di restare vagamente deluso, per quell'aria di inconsistenza che aleggia sul film. A volte bisogna mancare di pretese per andare al cinema, riuscendo così a godere di qualche momento forse poetico, probabilmente melenso, indubbiamente rilassante. La coppia Stefania Rocca / Fabio Volo fa tenerezza, nella prevedibilità del loro matrimonio, costruito su intenzioni sovrumane e con risultati subumani. Con le romantiche note della canzone di Elisa, loro come noi, finiamo per pensare che forse anche l'impossibile è possibile. Sebbene l'equilibrio sia difficile e il terreno su cui si danza sia scivoloso: nel fare la vita come nel fare un film. | ||||||
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Cast Away [Cast Away] | |||||
| Chuck Noland, ingegnere esperto di sistemi informatici la cui vita professionale è scandita dall'orologio, dai ritmi frenetici che la carriera gli impone, sopravvive miracolosamente ad un incidente aereo e si ritrova solo in un isola deserta. Privato di ogni contatto umano e delle *** Chuck Noland (Tom Hanks, "Il miglio verde", "C'è post@ per te") è un ingegnere esperto di sistemi informatici e la sua vita professionale è scandita da ritmi frenetici. Ogni momento della sua giornata è programmato per ottenere sempre il massimo, ma se ogni aspetto del suo lavoro va a gonfie vele non si può dire altrettanto della sua vita privata. Gli impegni gli lasciano poco tempo da dedicare a Kelly (Helen Hunt, "Il dottor T e le donne", "Qualcosa è cambiato") la ragazza con la quale è fidanzato da molti anni.La sua vita è destinata ad un drastico cambiamento quando Chuck si ritrova su un'isola deserta, tagliato fuori dal mondo e in condizioni ambientali disastrose. Senza alcun contatto umano e senza gli agi della vita quotidiana, Chuck deve cercare di sopravvivere e più passa il tempo più subisce una trasformazione fisica e psicologica; senza le pressioni del mondo moderno, le sue convinzioni sulla vita e sul successo mutano profondamente.Dopo "Le verità nascoste" ecco un altro film di Robert Zemeckis, di nuovo al lavoro con Tom Hanks dopo il grande successo ottenuto con "Forrest Gump"; stavolta si tratta di una storia con ambientazione contemporanea che esplora i vantaggi e le crudeltà che ci riserva il destino e la capacità di sopravvivenza dello spirito umano. È un racconto su come è possibile ritrovare la strada di casa non solo dal punto di vista fisico ma anche, e soprattutto, emotivo, un modo per cercare di capire chi siamo per riscoprire le cose più importanti della vita attraverso una crescita spirituale che mostra come in realtà sopravvivere sia semplice, ma è la vita ad essere molto più difficile.Un corso di sopravvivenza lo ha richiesto anche la fase di produzione visto che il film è stato girato in due tempi nell'arco di sedici mesi per consentire a Tom Hanks di porre in atto la trasformazione fisica del suo personaggio; le prime scene sono state girate a Mosca, poi a Los Angeles e infine nelle isole Fiji e precisamente nell'isola disabitata di Monu-riki dopo una lunga selezione effettuata su ogni atollo. | ||||||
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Celebrity [Celebrity] | |||||
| Un giornalista abbandona la moglie per darsi alla bella vita. Una serie di personaggi famosi raccontano il proprio rapporto con la fama e la notorietà. *** La storia racconta di un giornalista - Lee Simon (KENNETH BRANAGH) che arrivato alla soglia dei quaranta anni ha paura di aver passato tutta la sua vita senza aver vissuto realmente, decide così di dare una svolta. Pianta la moglie Robin (JUDY DAVIS), e decide di abbandonare la stesura del suo ultimo romanzo per dedicarsi alla sceneggiatura cinematografica. Si butta poi in una serie di flirt, con donne bellissime, delle quali nessuna a lieto fine.Anche la vita della moglie cambia, per superare lo sconforto e la delusione per la fine del suo matrimonio deve abbandonare gli atteggiamenti nevrotici da insegnante di letteratura e lasciarsi andare alla vita come mai aveva fatto.Una carrellata di avvenimenti che scorrono intervallati da dei flash-back, che raccontano la vita, nella grande mela. La personalità del giornalista di gossip, è quella tipica e caratteristica dei protagonisti dei film di Woody Allen. Un personaggio nevrotico, un po' goffo ma che in qualche maniera piace alle donne, non fosse altro che per la bellezza di Kenneth Branagh, ma alle quali non riesce a dare quello che cercano, impegnato com'è a cercare se stesso o quello che ne è rimasto.Una contrapposizione di ruoli quella del marito e della moglie che quando divorziano devono cambiare vita. E lo fanno in maniera diversa: lui che ricerca affannosamente il successo, l'eterna giovinezza, la bella vita. Lei invece alla vita non crede più, si lascia andare, si fa trascinare da un'amica alla ricerca di un equilibrio tra la sua vita fallita e la sua sopravvivenza. Anche i risultati di questa ricerca saranno diversi, e non mancheranno i colpi di scena. Un cast d'eccezione diretto in bianco che comprende anche la partecipazione dell'idolo delle teenager Leonardo di Caprio nei panni di un attore un po' capriccioso e un po' violento che ama divertirsi. Melanie Griffith fa la parte di una stellina del cinema un po' oca, che è fedele solo "dal collo in giù".Ci sono anche Winona Ryder nella parte di un'attricetta alle prime armi; Charlize Theron che fa la parte di una top model (già nota ai più per essere la testimonial di una nota ditta di aperitivi e per il film l'avvocato del diavolo). | ||||||
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Cellular [Cellular] | |||||
| Ryan, riceve una chiamata d'aiuto al suo cellulare da una donna che dice di essere stata rapita. Dice anche che i prossimi saranno suo figlio e suo marito. Il problema è che la donna non ha nessuna idea di dove si trovi, e la batteria del cellulare di Ryan non durerà a lungo... *** Ultimamente pare che nel cinema i soggetti aventi come nucleo centrale un telefonino abbiano preso piede un po' in tutto il Mondo, descrivendo quasi una tendenza di mercato. Dal Giappone alla Korea, con il buon The Call e i vari Phone, fino in America, da Scream passando per un In linea con l'assassino, i cellulari e i telefonini sembrano affascinare gli scrittori per il cinema. E se in Asia il mezzo più usato della Terra racconta trame sanguinolente e malate, negli Stati Uniti i telefoni si fanno spesso minacciosi annunciatori di morte. A due anni di distanza dal suo ultimo trhiller, quel Final Destination 2 che divise la critica, David R. Ellis torna dietro la macchina da presa con Cellular: l'ultima fobia dal mondo dei telefonini. Attraverso una trama rocambolesca ed una regia frenetica, Ellis disegna un film fatto d'inseguimenti e corse contro il tempo. Un soggetto drammatico, stemperato però da una sceneggiatura che assume troppo spesso tempi e ritmi narrativi volontariamente ironici. Si assiste quindi, dopo un inizio che faceva presagire uno spettacolo teso e avvincente, ad un film d'azione leggero e quasi scanzonato. E' così che Ryan, il classico ragazzo americano senza troppi problemi se non quello di conquistare la ragazza che gli piace, si ritrova a essere protagonista di scene a metà strada tra Un giorno di ordinaria follia, come la scena in cui si ritrova costretto a "usare la forza" per comprare un carica batterie in un negozio di telefonini, e Die Hard-Duri a morire, legato com'è dalla trama al rapporto via etere con la bella Basinger, che lo implora costantemente di aiutarla e di raggiungere questa o quella destinazione entro un tempo limite. Se non fosse per il fatto che proprio la Basinger recita con una drammaticità che sottolinea la sua decennale esperienza come attrice, si potrebbe pensare che ciò a cui si sta assistendo è un film comico. Curioso. Insomma Cellular è un film che evita accuratamente, e saggiamente, di prendersi sul serio. Per una serata in pieno relax all'insegna di quelle che vengono definite, bonariamente e col senno di poi, delle "americanate". La frase: "...Mi date quel cazzo di carica batterie?!... | ||||||
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Chiamata senza risposta [One Missed Call] | |||||
| Il trillo dei telefoni cellulari é diventato ormai una consuetudine in tutto il mondo, ma le chiamate che riceve un gruppo di ragazzi sono decisamente fuori del comune. Alla risposta, infatti, i ragazzi sentono un messaggio registrato, con la loro stessa voce, che gli avverte della loro futura morte con tutti i dettagli di quello che succederà... *** Tratto dal romanzo "Chakushin Ari" del famoso scrittore giapponese Yasushi Akimoto e datato 2003 (ma da noi arrivò solo nell’estate successiva), "The call-Non rispondere", miscuglio di idee già sfruttate in "The ring", "Phone", "Ju-On" e "Final destination", è stato da molti definito come uno dei meno riusciti lavori del prolifico Takashi Miike, probabilmente perché privo di quella cinica rappresentazione della violenza che ha finito per trasformarsi nel marchio di fabbrica dell’autore di "Ichi the killer". Dopo i sequel "The call 2" e "The call-Final", rispettivamente diretti da Renpei Tsukamoto e Manabu Asou, la vicenda torna sullo schermo in una produzione a stelle e strisce la cui regia, però, è stata affidata al francese Eric Valette, già autore, tra l’altro, dell’horror "Maléfique". Come nel film originale, quindi, si parte da due giovani che si ritrovano il destino negativamente segnato dopo aver ricevuto nella segreteria telefonica del cellulare messaggi in cui sentono le loro voci nel momento della morte, al quale finisce per assistere l’amica Beth, con il volto della Shannyn Sossamon di "40 giorni e 40 notti". Tra ossessive suonerie e cellulari che continuano a squillare anche quando privati di batteria, si prosegue con le indagini portate avanti dalla ragazza insieme al detective Jack Andrews, interpretato dall’Edward Burns di "27 volte in bianco", mentre abbiamo modo di assistere anche ad un’apparizione non accreditata della lynchana Laura Harring (è la madre di Beth). Apparizione sicuramente più rassicurante di quelle degli inquietanti spettri che, insieme ad insetti striscianti digitalmente ricreati, tempestano un’operazione senza infamia e senza lode basata sì sul consueto uso del sonoro volto a generare spaventi spesso telefonati (tanto per rimanere attinenti all’argomento), ma pregevolmente confezionata ed impreziosita dai buoni effetti speciali di trucco supervisionati dal Brian Walsh del terzo "X-Men". Del resto, con una spiegazione finale decisamente più chiara rispetto a quella incomprensibile fornita da Miike, il suo scopo, come tutti i remake americani di ghost-story dagli occhi a mandorla, è principalmente quello di portare gli spettatori occidentali a conoscenza di storie e tipologie di spettacolo a loro lontane. Non a caso, lo sceneggiatore Andrew Klavan osserva: "Mentre l’idea di "Chiamata senza risposta" va oltre le barriere linguistiche e culturali, il film originale è rivolto a un pubblico che si presuppone consapevole delle leggende metropolitane giapponesi e di altre tradizioni soprannaturali specifiche, che invece pochi americani conoscono. Questo mi ha spinto ad adattare alcuni elementi in immagini e idee più significative e terrorizzanti per il nostro pubblico". La frase: "Io non credo in niente, ma da quando ho ricevuto questa chiamata sono successe cose strane". | ||||||
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Cinderella man - Una ragione per lottare [Cinderella man] | |||||
| Prima della Grande Depressione americana, James J. Braddock era una promessa della boxe newyorkese nella categoria dei medio massimi. Quando nel '29 la borsa di Wall Street subì il più disastroso crollo della storia, anche la carriera del pugile, soprannominato il Bulldog di Bergen, fece un profondo tonfo a causa di un infortunio alla mano destra. La disoccupazione che colpi gli Stati Uniti non fu meno disastrosa per Jim Braddock e a causa di questo la sua famiglia finisce in povertà. La voglia di tenere la famiglia unita e il coraggio spingono Jim a tenere duro e quando gli procurano un incontro di boxe fa il suo grande ritorno. Il suo nuovo soprannome diventa "Cinderella Man". Molte persone storceranno il naso per il carattere melenso del film, tipicamente alla Ron Howard, ma è proprio nell'atteggiamento verso la vita e la speranza che sta la grandezza di questo regista e "Cinderella Man" ne è un pieno esempio. Al di là della storia, che indubbiamente racconta di un grande uomo, il film può essere visto come la rappresentazione del riscatto, della voglia di riuscire a raggiungere i propri obiettivi nonostante le avversità siano sempre dietro l'angolo. Jim Braddock per i suoi concittadini è la personificazione della speranza, di un futuro migliore in un periodo in cui si dovevano mandare via i figli per il poco cibo. E Ron Howard riesce a trasmettere bene il concetto. Non si può, infatti, non tifare per Jim Braddock quando combatte il suo primo incontro del ritorno, e ancor di più ci sembra quasi di unirci ai cittadini poveri di New York quando nei bar e persino in chiesa ascoltano il match per il titolo di Campione del Mondo al Madison Square Garden, e tifano per Jim, e ci sembra che i due minuti dell'ultimo round durino un'infinità. Il film è anche il ritratto di un epoca di estrema difficoltà, dove la maggior parte dei cittadini americani perde il lavoro, l'estrema indigenza colpisce gran parte della popolazione, la fame e il freddo uccidono tanti bambini. Lo stesso Jim Braddock da pugile ricco in ascesa, è costretto ad elemosinare qualche ora di lavoro al porto per portare a casa da mangiare, e come lui il suo vicino che prima faceva l'agente di borsa. La fotografia scura aiuta a esprimere questo senso di profondo disagio. Ma è anche il film dei valori, della famiglia e dell'onestà, perché se la famiglia ti sta vicino puoi superare qualsiasi difficoltà, è l'onestà da all'uomo dignità e coraggio. È simbolica dell'epoca la scena dei bambini che cercano di ricavare l'acqua dal ghiaccio formatosi negli idranti che si contrappone a quella, pochi fotogrammi dopo, dei bimbi escono da un palazzo di lusso tenendo in mano dei coloratissimi lecca lecca evidenziando il contrasto esistente in quell'epoca dove la maggior parte della popolazione muore di fame e solo pochi non sono stati colpiti dal crack economico, o almeno, non lo danno a vedere. Ormai a suo agio nei panni di un eroe decaduto che riesce a risollevarsi, Russell Crowe riesce a dare il meglio di se in "Cinderella Man", offuscando gli altri protagonisti con un'interpretazione fresca e commovente. Nel suo sguardo s'intravede la passione di un marito che trova nella moglie la carica per andare avanti, la tenerezza e l'autorità di un padre che adora i suoi figli, ma anche quello forte e agguerrito del combattente. Lascia un po' perplessi, invece quella di Renée Zellweger, che mantiene le stesse espressioni di Bridget Jones quando interpreta la moglie devota e forte. Ormai non fanno più effetto quei suoi occhietti socchiusi e la boccuccia contratta, sia quando dichiara il suo amore orgoglioso sia quando gli manifesta tutta la sua sofferenza. In conclusione è il film della speranza e dell'ottimismo, un film biografico che racconta di un uomo che nonostante le avversità riesce a trovare il coraggio e la forza per andare avanti, rimanendo fedele ai propri principi, senza mai perdere la dignità. Un film che piacerà soprattutto a chi riesce a cogliere il senso del film, nonostante le critiche di tutti i detrattori di Ron Howard. La frase: "Lascia che le prenda sul ring, almeno li so chi me le da". *** | ||||||
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Codice 51 [The 51st state] | |||||
| Elmo, un' importante chimico, ha realizzato una droga potentissima usando solo sostanze legali.The Lizard, noto boss, non trovando accordi per la vendita della nuova droga, decide di di ingaggiare Dakota per uccidere il chimico e recuperare la formula segreta. *** | ||||||
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Codice omicidio 187 [187] | |||||
| Quindici mesi dopo essere stato ferito da un allievo della scuola superiore di New York dove insegna scienze, l'afroamericano Trevor Garfield (S.L. Jackson) riprende il suo lavoro a Los Angeles, ma si ritrova nello stesso clima di violenza. Quando due tra i suoi allievi più facinorosi sono vittime di misteriose aggressioni, si sospetta di lui. Fa da epilogo una duplice morte allucinante. Parte, con un avvincente avvio, come uno dei tanti cinedrammi realistici sulla violenza nelle scuole USA. A poco a poco, sul filo di un'ambiguità sapientemente giocata, si trasforma in un thriller finché con la roulette russa finale, rivela le sue ambizioni di parabola esistenziale sulla solitudine e sulla necessità di non arrendersi al trionfo del Male. Scritto da Scott Yagemann e diretto da Reynolds (1952) con una raffinata scrittura registica in bilico sul manierismo, è un'inquietante ricognizione sul malessere di una nazione, incapace non solo di trasmettere i suoi valori fondanti alle nuove generazioni ma ormai di credere in quei valori. Uno dei più originali e incompresi film hollywoodiani della stagione 1997-98.di Laura, Luisa e Morando Morandini *** | ||||||
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Colpevole d'omicidio [City by the sea] | |||||
| Vincent Lamarca, detective della squadra omicidi di NY City, riflette sul possibile fallimento come padre quando scopre che suo figlio è il primo indiziato di un omicidio. *** Nessun attore può dirsi realmente senza macchia: la maggior parte vanta almeno un brutto film nel proprio curriculum. Ma Robert De Niro è il più bravo di tutti, perché di questi 'insuccessi' annunciati ne colleziona sempre di più. Sarà perché le sceneggiature buone sono poche e a lui piace lavorare senza interruzione, o perché in fondo adora scommettere sulla propria straordinaria bravura, convinto di poter salvare qualsiasi progetto. Una missione impossibile. Perchè se è vero che "tentar non nuoce" è altresì necessario imparare dagli errori. Invece, casi come "The score" o "Showtime" continuano a ripetersi.Nel film diretto da Michael Caton-Jones, regista del brutto remake "The Jackal" (Il giorno dello sciacallo), Robert De Niro ritorna ad interpretare il ruolo di un poliziotto, italoamericano. Nonostante lo spiacevole passato, un padre condannato alla pena di morte per aver ucciso un bambino e una situazione matrimoniale familiare piuttosto disastrata, Vincent LaMarca sembra finalmente aver ritrovato una certa quiete. Uscito malconcio dal divorzio che gli ha tolto ogni diritto sul figlio, ora conduce vita da single, con una fidanzata che abita nel suo stesso palazzo e una carriera di detective più che rispettabile. Purtroppo però la vita non ha finito di riservagli ulteriori inattese sorprese. Il figlio Joey ormai adulto si è infilato in un grosso guaio. Tossicodipendente disperato, vive nel Casinò abbandonato del fatiscente lungomare di Long Beach. Accusato ingiustamente dell'omicidio di un poliziotto, il ragazzo si ritrova sempre più invischiato nelle maglie di una giustizia che lo ha già condannato, e senza appello. La sua unica speranza è proprio nel padre, che non conosce e al quale decide di chiedere aiuto.Inutile scendere in particolari circa le digressioni della sceneggiatura sull'importanza di essere padre e la necessità di dare un senso alla propria vita, pagando per gli errori commessi e costruendo un nuovo futuro pieno di buone promesse. L'enfasi che sottolinea questi momenti subliminali è attenuata solo dalla sempre ottima interpretazione di De Niro, molto ben accompagnato dai co-protagonisti, Frances McDormand nel ruolo della fidanzata del piano di sotto e James Franco, il figlio, già antagonista del ragno Hollywoodiano di Sam Raimi, "SpiderMan", e premiato nel 2002 con il Golden Globe per la sua interpretazione nel film Tv "James Dean". Ma come dicevamo prima, gli attori pur ottimi non salvano un film brutto, o quantomeno totalmente privo di ritmo e tensione. I pochi momenti in cui la storia sembra spiccare il volo attraverso una inattesa ironia, sono immediatamente annullati dall'imperversare della tipica retorica targa USA. Perché la famiglia sopravvive sempre ad ogni attacco inferto dalla vita! | ||||||
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Crash - Contatto fisico [Crash] | |||||
| Una casalinga di Brentwood e il marito procuratore. Un iraniano proprietario di un 24hours shop. Due detective della polizia, amanti occasionali. Il regista nero di un canale televisivo e la moglie. Un fabbro latinoamericano. Due ladri di automobili. Una recluta della polizia. Una coppia coreana di mezza età… Vivono tutti a Los Angeles. E nelle prossime 36 ore per loro sarà inevitabile scontrarsi… *** In ogni metropoli del mondo anche solo camminando per strada s'incontrano persone, si creano dei contatti, ma a Los Angeles, i suoi abitanti sono talmente barricati dietro la loro città di vetro e metallo, da non incontrarsi quasi mai, ed è tanto il loro desiderio di imbattersi in qualcuno, di avere un contatto fisico, da volersi scontrare con qualcun altro solo per sentire qualcosa. Questa è la descrizione di L.A. che fa il Detective Graham Waters, (Don Cheadle), all'inizio di "Crash - Contatto Fisico", il film scritto e diretto da Paul Haggis. In questa cornice si sviluppano e s'incrociano e sovrappongono tante storie di indifferenza, intolleranza e razzismo, interpretate magistralmente da Don Cheadle, candidato agli Oscar per "Hotel Rwanda", Sandra Bullock, Matt Dillon e Brendan Fraser. Ciò che colpisce guardando il film, dal punto di vista tecnico, oltre alla crudezza imposta dagli argomenti trattati è che nonostante le storie raramente s'intreccino tra loro, non si avverte il senso di divisione tipico del film a episodi, anzi la pellicola scorre tranquilla, e benché si salti da una vicenda all'altra di continuo, il cambiamento è impercettibile, non fosse altro perché si nota che i personaggi non sono sempre gli stessi. Apparentemente l'elemento conduttore è il razzismo, l'ignoranza e la rabbia che alcune persone hanno nei confronti di culture diverse, ma poi proseguendo nella visione ci si rende conto che il punto focale è la poca voglia o possibilità di comunicare che portano alla violenza e alla tragedia, indipendentemente da quale sia l'origine dell'interlocutore. Volendo dare un significato al film, Los Angeles diventa lo specchio della società in cui viviamo tutti, dove la paura, la diffidenza e la frustrazione hanno preso il sopravvento, portando a repressione e rabbia, a violenza gratuita e tragedie non volute…e non c'è innocenza che possa salvare. Il bene e il male si confondono nella città degli angeli di Haggis, (già sceneggiatore di "Million Dollar Baby"). Alla fine di questo film appassionante e commovente ci si chiede se esiste un modo per riscattarsi, se si può recuperare la dignità e l'innocenza perduta. Ma la sorte si sa: spesso è dotata di un'ironia che va oltre ogni nostra comprensione! Frase: "Mamma adesso non ho tempo, sto facendo sesso con una donna bianca" | ||||||
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Cruel Intentions - Prima regola: non innamorarsi [Cruel Intentions] | |||||
| Kathryn (Sarah Michelle Gellar) e il fratellastro Sebastian (Ryan Philippe), sono due ragazzi di alto ceto sociale estremamente cinici e perversi. Le vittime designate dei due fratelli sono Cecile (Selma Blair) e Annette (Reese Whiterspoon) *** Anche questo film rappresenta l'ennesima trasposizione cinematografica del classico "Le Relazioni Pericolose", ma ambientato nei giorni nostri e nel quartiere di Manhattan. I protagonisti sono Kathryn (Sarah Michelle Gellar) e il fratellastro Sebastian (interpretato da Ryan Philippe), due ragazzi di alto ceto sociale estremamente cinici e perversi. Lei è una ragazza che agli occhi di tutti appare irreprensibile e devota, ma in realtà usa il rosario per nasconderci la droga, mentre lui altro non è che un playboy che ama girovagare per le vie di New York in Jaguar con lo scopo di conquistare più ragazze possibile. Le vittime designate dei due fratelli sono Cecile (Selma Blair) che subirà la vendetta di Kathryn per averle soffiato il ragazzo e Annette (Reese Whiterspoon) che invece riuscirà a non cadere nelle insidie tesele da Sebastian, il quale non reggerà l'impatto con la presunta innocenza della ragazza.Erotismo in versione high school, il film gode di momenti abbastanza divertenti, soprattutto all'inizio, ma manca forse quel tocco in più che il regista esordiente Roger Kumble non riesce a dare, anche se generalmente i film sui teen-ager riescono a far presa sugli spettatori, come dimostrato dai successi dei vari Scream o Sex Crimes.Interessanti le prove dei giovani attori Ryan Philippe e Sarah Michelle Gellar (visti entrambi in So cosa hai fatto) e Reese Whiterspoon (Pleasantville). | ||||||
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Da zero a dieci [Da zero a dieci] | |||||
| Un gruppo di amici si ritrovano per riprendere un weekend interrotto vent'anni prima. La cosa più difficile anzi quasi impossibile è bissare il successo di una pellicola; se questa regola si applica in maniera imprescindibile ad un sequel, resta comunque valida anche per una seconda opera come quella di Luciano Ligabue. "Radiofreccia" è stato un evento che ha colto tutti un pò in contropiede rivelando un talento del cantautore su cui molti non avrebbero puntato. "Dazeroadieci" si inserisce sul filone della pellicola precedente spostando, però, l'obiettivo sia su un periodo contemporaneo, sia su una generazione più grande, quella dei Peter Pan trentacinquenni che sembra non sappiano dare un senso alle loro vite.Giove (Stefano Pesce / "Amore a Prima Vista"), Libero (Massimo Bellinzoni / "Ninfa Plebea"), Biccio (Pierfrancesco Favino / "La Verità Vi Prego sull'Amore") e Baygon (Stefano Venturi / "Preferisco il Rumore del Mare") sono quattro amici che invece di passare le giornate al bar - come suggeriva Gino Paoli - decidono di passare un week-end a Rimini che avrà la valenza di un viaggio nel passato, ma allo stesso tempo di un'ultima evasione prima che le loro vite finiscano travolte dal turbine della "maturità". Per ricreare quell'atmosfera dell'estate del 1980 contattano anche un gruppo di vecchie amiche con le quali avevano condiviso quel fantastico fine settimana di venti anni fa rimasto però incompleto: Caterina (Elisabetta Cavallotti / "I Laureati"), Lara (Fabrizia Secchi / "Tandem"), Carmen (Barbara Lerici / "Il Partigiano Johnny") e Betta (Stefania Rivi / "I Cavalieri che Fecero l'Impresa"). Saranno quattro giorni che sembrano una vita, completamente astratti dalla quotidianità, all'insegna dell'eccesso e della soddisfazione di sogni repressi e scanditi dalle "pagelle" di Giove: voti da zero a dieci sul proprio passato, sulle aspirazioni e sui sogni.Ligabue ha saputo fotografare molto bene questa generazione attingendo sicuramente, come nel precedente lavoro, al suo bagaglio di esperienze personali. L'unico appunto si può ricercare in alcuni eccessi, come la sfilata di Biccio stile gay-pride, in alcuni passaggi scontati ed in qualche banalizzazione, ma nel complesso si tratta di una pellicola interessante che non manca di regalare emozioni allo spettatore. La crescita del regista si può apprezzare anche sul piano del montaggio come nei titoli di testa in stile super 8 o nella sequenza di ballo in strada (una sorta di videoclip) anche se in altri momenti, come l'inquadratura finale della giostra quale metafora di vita, scade un pò. Qualche citazione, volontaria o meno è presente nella pellicola: la fuga dal bar stile Pieraccioni ("I Laureati") o le pagelle di Giove molto simili alle "top-five" di Rob Gordon ("Alta Fedeltà"). La frase: "Rimini è come il blues, dentro c'è tutto." La chicca: I protagonisti partono da Correggio (si può notare sulla piantina stradale che si vede all'inizio) la città natale del Liga. Indicazioni:Per chi ha saputo apprezzare "Radiofreccia". *** | ||||||
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Dead Man Walking - Condannato a morte [Dead Man Walking] | |||||
| Dall'omonimo libro autobiografico (Bompiani ed.) di suor Helen Prejean. Una suora cattolica accetta di visitare Matthew Poncelet, condannato a morte per stupro e duplice omicidio, ne diviene l'assistente spirituale, s'impegna per il suo riscatto etico-religioso (Ogni persona vale più della sua peggiore azione.). L'esecuzione avviene per iniezione in un carcere della Louisiana. Più che un'arringa contro la pena di morte (applicata in 36 Stati su 50 che compongono gli USA, con circa 300 esecuzioni all'anno), è un film che come Decalogo 5 di Kieslowski mostra, suggerisce, dimostra che le esecuzioni legali tendono a essere barbare e orribili come gli omicidi commessi dagli individui. 2° film dell'attore Robbins come regista dopo Bob Roberts: filma molte lacrime senza cercarle. Penn strappa una pietà prosciugata, la Sarandon si meritò un premio Oscar.di Laura, Luisa e Morando Morandini *** | ||||||
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Debito di sangue [Blood work] | |||||
| L'ex agente dell'FBI Terry McCaleb, che ha appena subito un trapianto di cuore, viene ingaggiato da Graciela Rivers per investigare sulla morte di sua sorella, donatrice del suo cuore. Così McCaleb, che era intenzionato a passare la sua vecchiaia in barca, riprende a lavorare.... *** Per alcuni versi la storia di Debito di Sangue, mi ricorda una delle prime regie del vecchio Clint: Cacciatore Bianco, Cuore Nero. In effetti Terry McCaleb è un anziano agente dell'FBI che, inseguendo uno dei tanti maniaci omicidi, ha un attacco di cuore. La malattia non sembra dare spazio a molte illusioni, soltanto un trapianto potrà salvarlo, e sarà proprio il cuore di una donna di colore quello che gli verrà trapiantato. Ritroviamo Terry due anni dopo, con il suo cuore nuovo e con un caso che bussa alla porta della sua barca. Graciela (Wanda de Jesus - Flawless) vuole che lui scopra l'assassino della sorella, la donna che gli ha donato l'organo che ha nel petto l'anziano agente. Contro il parere dei suoi vecchi amici, del suo medico (Anjelica Huston - I Tenenbaums) ed alla fine della stessa Graciela, Terry, coadiuvato dal suo amico Buddy (Jeff Daniels - Pleasantville), inizia una caccia che lo mina nello spirito, ma soprattutto nel fisico. Ma si tratta di un debito troppo grande e non si può tirare indietro.Come ormai prevede il nuovo corso di Clint, il personaggio di Terry è un uomo vulnerabile e con dei lati oscuri, non più il rerazionario pieno di certezze che ci proponeva Callaghan. Anche gli altri protagonisti hanno un fascino un pò speciale. Daniels è un perdigiorno che alla fine si dimostra più intelligente e capace di quanto sembrerebbe, Graciela è una donna determinata pronta ad affrontare scelte difficili e così via. La struttura del film per quanto lineare e senza particolari picchi, è ben costruita ed Eastwood è perfettamente cosciente dei suoi limiti; sa di non essere un regista virtuoso e si limita al suo onesto lavoro. Questa non vuole assolutamente essere un'accusa nei suoi confronti, anzi; la capacità di fare le cose in modo semplice è un pregio e rivela un grande rispetto verso lo spettatore che non ama essere preso in giro. L'unico appunto che si potrebbe sollevare è relativo ad una certa premonizione latente che consente di capire sempre un istante prima ciò che sta per accadere, ma probabilmente è stata una preecisa scelta attraverso una serie di indizi che vengono seminati sul percorso come un sottile filo d'Arianna. Chi sa se Connely, autore del libro, avrebbe apprezzato? Ora rilassatevi, sedetevi, fatevi cullare dalle note jazz scelte per l'accompagnamento musicale (ormai diventate, fin da Bird, parte integrane del mondo estwooddiano) e godetevi quest'ultima fatica del "biondo". La frase: - "Perchè vive su una barca?" - "Perchè detesto tagliare il prato!" Curiosità: un pò di numeri quarantaquattresimo film di Clint Eastwood come protagonista, ventitreesimo come regista e diciottesimo come produttore. Niente male davvero per il settantaduienne californiano dagli occhi di ghiaccio. Indicazioni:Gli estimatori dei thriller non resteranno delusi. | ||||||
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Diario di uno scandalo [Notes on a scandal] | |||||
| Nella scuola di St. George, c'é una nuova professoressa, Sheba Hart. La donna stringe amicizia con una sua collega più anziana, Barbara Covett, arrivando a confidargli anche i suoi segreti più nascosti, come la sua relazione con uno studente. Ma quella che lei pensa essere un'amica ne approfitterà per dare sfogo alla sua gelosia. Minacciando di raccontare il suo segreto sia al marito che pubblicamente, Barbara, cercherà di tenere sotto controllo la vita di Sheba. *** Judi Dench e Cate Blanchett si contendono l'ambito titolo di "Donna dello scandalo" nell'ultimo film di Richard Eyre, tratto dal romanzo di Zoe Heller. Insieme alle attrici, con la colonna sonora di Philip Glass e la sceneggiatura non originale di Patrick Marber, la pellicola si guadagna ben quattro candidature al Premio Oscar richiamando a sé grande curiosità e aspettativa. Il film offre tensione, segreti indicibili e sentimenti morbosi serviti su un piatto portato con disinvoltura dalla borghesia inglese che tanto fa perbenismo e quindi, tacitamente, ipocrisia. Gli ingredienti per un buon film, con atmosfere retrò riprese da film come "Attrazione fatale", ci sono tutti. Non mancano neppure le scene di sesso, che non fanno vedere nulla, ma che esplicitano tutto e che tanto piacciono al pubblico. La giovane Sheba Hart (Cate Blanchett) è la nuova insegnante di arte in un liceo di Londra. Il suo magnetismo e il suo modo di fare serafico attirano l'attenzione di tutti, studenti e professori. Anche quella dell'anziana professoressa Barbara Covett (Judi Dench) che quando scoprirà la relazione segreta tra la giovane insegnante e uno studente di appena quindici anni, non tarderà ad usarla a suo vantaggio per ricattare la donna e formare con lei un ambiguo e malato rapporto di complicità... I veri punti di forza del film sono la recitazione delle due attrici protagoniste, affascinanti e magnetiche, con una Dench mai così disperatamente deviata, e una Blanchett seducente quanto ingenua; e la colonna sonora, tesa come una corda di violino dalla prima all'ultima nota, capace di regalare più di un sussulto allo spettatore e di rendere avvincente l'intera pellicola. La regia di Richard Eyre, noto soprattutto per i recenti Stage Beauty e Iris, sostiene il buon ritmo cadenzato dall'accompagnamento sonoro. Scene di vita quotidiana, intervallate dai primi piani intensi ed enigmatici delle due attrici, si accavallano in un montaggio non sempre perfetto ma comunque distrattamente funzionale all'azione. Una regia non completa quindi, ma idonea a un film come questo che punta tutto sulla suspance e la risoluzione drammatica della vicenda. La sceneggiatura, presente nel lungo monologo della Dench che accompagna il film dall'inizio alla fine, pur possedendo per questa ragione un intima indole letteraria di grande suggestione (logica questa che, presumibilmente, gli è valsa la candidatura all'Oscar), si perde in molti passaggi e in alcune soluzioni registiche rischiando a più riprese di rendere paradossale l'intera vicenda. Inaspettate risate di scherno, infatti, assalgono lo spettatore e rompono il tanto sudato pathos della trama. Difficile credere all'ingenuità del personaggio di Cate Blanchett, che si lascia trascinare troppo, e forse troppo forzatamente, in una situazione sì complicata, ma che non appare mai del tutto ingestibile. Ricatti e ripicche alternano messaggini osceni (quelli mandati dal giovane studente alla professoressa tramite sms...) e dialoghi mai troppo convincenti. Il risultato è, per questa ragione, poco appagante: un film che si lascia vedere per le motivazioni già dette, e che forse può anche appassionare, ma che oscilla pericolosamente, e costantemente, verso il baratro della deludente farsa. La frase: "...C'è una grande distanza tra la vita che sogni e la vita reale..." | ||||||
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Dragonfly - Il segno della Libellula [Dragonfly] | |||||
| Dr. Joe Darrow crede che sua moglie, deceduta, cerchi di mettersi in contatto con lui attraverso i suoi pazienti. Credevo che Kevin Kostner avesse toccato il fondo con "Le parole che non ti ho detto" ed avesse iniziato la sua risalita con "Thirteen Days", è ovvio che mi sbagliavo! Non pago delle sue ultime prove, che non definirei esaltanti, il buon Kevin si getta a capofitto in questo polpettone di buoni sentimenti, viaggi onirici ed un pizzico di metafisico, nel complesso molto "new-age".Joe (Kevin Kostner) ed Emily Darrow (Susanna Thompson / "Amarsi") sono una coppia felice. Entrambi medici, entrambi impegnati sul fronte umanitario, ed in attesa di un figlio. Emily, però, perde la vita proprio durante uno dei suoi campi d'aiuto in Amazzonia: il suo pullman viene travolto da una frana e precipita nel fiume. Questo per Joe è un colpo terribile, soprattutto non riesce a rassegnarsi alla perdita sia per la sua impotenza, ma soprattutto perché il corpo non viene recuperato. A nulla valgono gli sforzi della sua vicina Miriam (Kathy Bates / "I Colori della Vittoria") e dei suoi amici e colleghi per tentare di risollevarlo da uno stato depressivo che rischia di gettarlo in un vortice autodistruttivo. A salvarlo sarà la speranza: lui un uomo estremamente pragmatico si troverà di fronte alla possibilità che esista un qualcosa dopo la morte e che da li sua moglie stia tentando di chiamarlo. Il recupero della sue fede verso una vita ultraterrena avverrà anche grazie all'aiuto di una suora: Madeline (Linda Hunt / "Silverado").Un pellicola che è completamente infarcita di luoghi comuni sul post-mortem: il tunnel, la luce, la nebbia, l'arcobaleno, spiriti che chiamano e mani che ti riportano indietro; direi che il campionario è completo. Cosa abbia convinto, oltre il vile denaro, Tom Shaydac a gettarsi in questo progetto dopo commedie come "Il Professore Matto" od "Ace Ventura", resta un mistero. La narrazione in molti momenti è talmente didascalica da risultare irritante, le parole dei protagonisti vengono accompagnate da gesti di spiegazione ed i concetti vengono ripetuti talmente tante volte che al termine li si potrebbe recitare. Aggiungiamo a questo un ritmo non certo brillante ed un commento sonoro da "centro relax" e l'effetto soporifero è garantito. Taccio sul finale che comunque lascia, a dir poco, basiti.Forse è meglio che Kostner continui a camminare in una "Valleverde" se deve interpretare questo tipo di film. La frase: "Tu sei sicura che ci sia un posto migliore? Secondo me c'è solo questo schifo di mondo e quando non ti sveglierai più non dirmi che non ti avevo avvertita!" La chicca: Nella scena nel fiume il buon Kevin cade tra le rapide. Lo vediamo quindi fuori dall'acqua con i vestiti perfettamente asciutti! Curiosità: Il set del villaggio è in realtà stato ricostruito nelle Hawaii utilizzando comparse di tribù della foresta amazzonica. Indicazioni:Riservato a chi ha voglia di soffrire. *** | ||||||
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Driven [Driven] | |||||
| Jimmy Bly è un giovane pilota ricco di talento, ma poco concentrato, che sta scivolando verso il basso della classifica, schiacciato dalla pressione dell'ambizioso fratello che è anche il suo promoter, e dalla storia che sta vivendo con Sophia, la ragazza del suo avversario, il campione Beau Brandrnburg. L'esperto proprietario della scuderia Carl Henry (Burt Reynolds) si rivolge così a Joe Tanto (Stallone), un ex campione, la cui promettente carriera è stata bruscamente interrotta da un tragico incidente che ha rischiato di uccidere lui e un altro pilota. *** Musica frenetica con ritmi ossessivi, scritte multicolori che scorrono sullo schermo, carrellate ad alta velocità su città americane e non, ma soprattutto: "Gentleman, start your engines!". State per iniziare una partita ad uno dei videogiochi più famosi: "Daytona". No, in realtà state vedendo "Driven", sceneggiatura di Silvester Stallone e regia di Renny Harlin ("Deep Blue Sea" / "Cliffhanger"). Non è soltanto l'inizio che da l'idea si stare davanti ad una Playstation, ma anche il resto. Colori esageratamente brillanti, riprese in "camera car", effetti digitale come se piovesse, ma soprattutto collisioni palesemente finte. Non so voi, ma io non ho mai visto uno scontro tra monoposto far esplodere il fondo piatto (!) ma non il serbatoio della benzina dell'auto. Oppure una macchina che vola fuori pista a cui esplode il serbatoio, ma che nella sequenza seguente, ripresa dall'alto, è ancora integra. Anche l'abile sostituzione di manichini agli stuntmen, in alcune scene particolarmente a rischio, non passa inosservata.Che dire della storia: profonda. Jimmy Bly (Kip Pardue / "Il Sapore della Vittoria") è una grande promessa delle corse che sta attraversando un momento di crisi. Il suo antagonista istituzionale, Beau Brandenburg (Til Schweiger / "Judas Kiss"), già campione in carica coglie l'attimo e cerca di consolidare il suo primato. A questo punto il padrone della scuderia di Jimmy, Carl Henry (Burt Reynolds / "Un Tranquillo Week End di Paura"), decide di affiancare al suo pupillo un vecchio campione ormai in declino: Joe Tanto (Sylverster Stallone / "La Vendetta di Carter"). Dopodiché non rimane altro che correre, correre ed ancora correre. Ah, dimenticavo c'è una storia d'amore (se così si può dire) accessoria: Sophia (Estella Warren / modella di Chanel) la ragazza di Beau decide di lasciarlo poiché non sopporta più lo stress di vederlo correre e con chi decide di fidanzarsi: con Jimmy ovviamente (lui non corre, è in crisi!). A questo punto non voglio svelarvi "l'imprevedibile" finale.Le uniche considerazioni oltre alla sovrabbondanza di sponsor (penso che anche le mutande degli attori siano state firmate da una qualche linea sportiva), al rosso "Ferrari" dominante nei box, e ad un'immagine dei Gran Premi decisamente stereotipata (belle donne in abiti succinti che gravitano intorno a piloti vestiti all'ultimissima moda), abbiamo il tecnico della scuderia di Sly che è quasi un clone di Jean Todt è Burt Reynolds che "guida" una sedia a rotelle in seguito ad un brutto incidente (praticamente Frank Williams).Un lato molto positivo comunque c'è, o meglio, ci sarà... per l'edizione in DVD sono state realizzate, durante le gare, riprese multiangolo che potranno essere selezionate come fosse un gran premio trasmesso via satellite. Non male. Curiosità:Nel film sono presenti molti piloti professionisti tra cui: Jean Alesi, Jacques Villenevue, Juan Pablo Montoya e Max Papis. Indicazioni: Se avete i motori nel sangue e non riuscite a staccarvi dal Play Station, questa potrebbe essere l'occasione buona. | ||||||
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D-Tox [D - Tox] | |||||
| Jack Malloy è un agente dell'FBI sconvolto dalla morte della sua fidanzata e di un suo collega uccisi da un poliziotto maniaco. Malloy inizia a bere compromettendo la sua carriera, viene mandato in uno sperduto centro di disintossicazione per agenti di polizia. Durante una tempesta di neve, la clinica resta totalmente isolata e i pazienti iniziano a morire uno dopo l'altro in circostanze poco chiare. Un assassino si nasconde tra di loro. --- In una clinica isolata in un angolo sperduto del Wyoming, Jack Malloy (Stallone) agente dell'FBI si sta sottoponendo ad una cura disintossicante. In seguito ad una tempesta di neve, la clinica rimane tagliata fuori dal mondo esterno, trasformandosi nel luogo ideale per un delitto. *** | ||||||
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Era mio padre [Road To Perdition] | |||||
| Michael O'Sullivan, conosciuto ad amici e nemici come l'Angelo della Morte, se pur coinvolto profondamente nel suo lavoro è anche dedito alla sua vita privata come padre di due giovani. Quando, però, questi due mondi entrano in collisione, tanto che deve assistere alla morte della moglie e del figlio più piccolo, O'Sullivan ed il figlio superstite, Michael jr., abbandonano la loro pacifica vita familiare e si imbarcano in un viaggio di vendetta. *** Dopo "American Beauty" ci si attendeva sicuramente di piu' da un regista come Sam Mendes. Il suo nuovo lavoro, seppur curatissimo sotto il profilo tecnico con una fotografia eccellente, scenografie superlative ed interpreti di prima classe, presenta una storia totalmente scontata e poco accattivante. Peccato perché l'idea, che nasce da un fumetto, era buona ed i "gangster-movies" sollecitano l'immaginario dello spettatore come pochi altri. Michael Sullivan (Tom Hanks / "Castaway") è un sicario, il prediletto del boss John Rooney (Paul Newman / "Le Parole che Non Ti Ho Detto"). Ha una bella casa, una moglie e due figli, completamente all'oscuro della professione del padre. Purtroppo la curiosità tipica dei ragazzi porta Michael (Tyler Hoechlin), il piu' grande a seguire di bascosto il padre in uno dei suoi "lavori". A questo punto i Sulliven sono diventati l'anello debole della catena di terrore ed omertà che consente a Rooney di controllare i suoi affari; ma a scatenare la tragedia è soprattutto la malcelata invidia del figlio del boss, Connor (Daniel Craig / "Lara Croft"), nei confronti di Michael. Connor decide di uccidere quello che vede come un suo rivale, soltanto che sbaglia il colpo, almeno in parte, riuscendo ad assasinare soltanto la moglie ed il figlio piu' piccolo. Si sa che un leone ferito puo' essere ancora piu' pericoloso; Michael diventa una sorta di scheggia impazzita, deciso a prendersi la sua vendetta, ma allo stesso tempo a proteggere il suo unico figlio superstite. Piu' che un film di gangester è un film sul rapporto tra padre e figlio, visto con gli occhi di quest'ultimo. Il titolo originale, particolarmente evocativo, giocava sul doppio senso della parola "Perdition" come nome della cittadina dove si stanno recando i due Sullivan, ma anche come "perdizione", la strada imboccata da Michael Senior, che non dovrebbe mai essere quella del figlio. Una pellicola giocata a livello mentale con una forte connotazione di violenza che pero' non viene mai mostrata allo spettatore. Tutte le scene sono infatti intraviste, soffuse, insonorizzate o semplicemente rallentate, facendogli cosi' perdere i connotati splatter, per caricarle di una connotazione psicologica. Ma allora dove risiede il problema principale? Come detto sta tutto nella costruzione della storia che non riesce a liberarsi del peso degli stereotipi e della banalità. Tutto troppo intuibile e fin nei minimi particolari. Di una storia creata su due livelli ne rimane cosi' uno solo. Un po' poco. Curiosità:Anthony La Paglia (Lantana), compare nei credits finali nella parte di Al Capone, parte che poi Mendes ha tagliato in fase di montaggio. La Chicca:le foto che si vedono nella casa del fotografo/killer, sono vere foto d'epoca prese dagli archivi della polizia di New York. Indicazioni:per chi ama i Western | ||||||
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Fahrenheit 451 [Fahrenheit 451] | |||||
| Da Gli anni della Fenice (1953) di Ray Bradbury: in una società del Medioevo prossimo venturo, condannata all'ignoranza da un potere dispotico che condanna i libri al rogo, il pompiere incendiario Montag incontra Clarissa che ama la lettura, comincia a leggere per curiosità e non smette più, diventando un fuorilegge. Drammaturgicamente fiacco, poco convincente come ambientazione, fredda meditazione sulla passione del fuoco e sulla contrapposizione tra gli uomini schiavi del Moloch televisivo e i liberi uomini-libro, è il film poco riuscito di un F. Truffaut che cerca di forzare i propri limiti, ma, comunque, un commosso omaggio ai libri, alla letteratura, al potere della scrittura. *** | ||||||
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Fahrenheit 9/11 [Fahrenheit 9/11] | |||||
| Michael Moore esamina cosa è successo agli Stati Uniti dopo l'11 Settembre. Inoltre descrive i rapporti tra Bush e Bin Laden e come siano diventati nemici mortali. --- Che l'attuale Presidente degli Stati Uniti, George.W. Bush, avesse vinto le ultime elezioni presidenziali in maniera non proprio limpidissima, lo sapevamo. Ma non sapevamo che molte migliaia di elettori - in gran parte afro-americani - fossero stati privati, in Florida, del loro diritto di voto. Che Bush e la sua famiglia avesse rapporti di affari con la famiglia Bin Laden, era noto. Ma che gestissero congiuntamente società di costruzioni di armi, lo ignoravamo. Che il Presidente degli Stati Uniti - e la sua amministrazione - avessero sottovalutato il pericolo di un attacco terrorista alla vigilia dell'11 settembre era risaputo. Ma che addirittura avessero ignorato un eloquente rapporto dell'Fbi che parlava di un imminente attacco su larga scala sul territorio americano, è una sorpresa. Che Bush avesse tratto giovamento dall'attacco alle torri gemelle instaurando un clima di paura e terrore tra gli americani era sotto gli occhi di tutti. Ma del fatto che poi decurtasse del 40% i fondi per la sicurezza nazionale e che facesse sorvegliare la costa dell'Oregon (150 km!) da un solo poliziotto, francamente eravamo all'oscuro.Questo è uno dei pregi del cinema di Michael Moore: andare al di là della superficie dei fatti, approfondendo l'analisi del suo ragionamento fino al dettaglio - apparentemente più insignificante - capace, però, di incastonarsi con precisione svizzera, come la rotellina più minuscola di un oliato meccanismo. Un cinema che fa del montaggio la sua cifra stilistica essenziale e del commento il filo conduttore di una storia che parte dalla festa di Al Gore per un'elezione che poi non ci fu ("... e se fosse solo un sogno" la chiosa iniziale) fino al dolore disperato di una madre che ha perso suo figlio in Iraq ("Ci ha fatto venire qui per niente, mamma" scrive nella sua ultima lettera). Un viaggio che racconta la carriera di una rampante rampollo di una ricca famiglia di petrolieri che gioca a fare il presidente della Nazione più potente del mondo. Dei suoi sorrisi finti che odorano di cerone, delle sue frasi fatte espresse ad arte per far ridere un cenacolo di giullari ossequianti. È un cinema che dà notizie quello di Michael Moore e che graffia. Ma non lo fa con gli artigli dell'offesa o degli slogan preconfezionati. Le sue armi sono una lucida ironia (terribilmente irresistibile quando chiede ai membri del Congresso di firmare il modulo per far arruolare i propri figli nei Marines...) e le informazioni circostanziate dalle quali scaturiscono domande le cui risposte sconcertano per la loro cruda semplicità. Ma quello dell'autore di "Bowling a Columbine" è anche un cinema fatto di facce e di sguardi: quello ottuso del Presidente, con un libro per bambini in mano (era in visita in una scuola elementare e leggeva "La mia capretta") quando gli comunicano che le due torri sono state attaccate; il profilo da pescecane dei suoi amministratori adusi al potere; lo sguardo allucinato dei soldati in Irak che ascoltano musica a tutto volume durante le cariche con i carri armati; l'espressione irreale della gente che assiste alla caduta delle torri; gli occhi laceri dei bambini di Baghdad; i lineamenti straziati dal dolore dei familiari che si vedono recapitare l'ultima busta paga del figlio soldato con lo stipendio decurtato perché è andato a morire cinque giorni prima del giorno di paga... E' anche la faccia di Michael Moore - il rotondo ovale che potrebbe avere il nostro fornaio di fiducia o il nostro giornalaio - che alla fine del film cita Orwell e ci dice che la guerra è solo uno strumento per il mantenimento dello stato dello cose. Giuseppe Tomasi di Lampedusa insegna. *** | ||||||
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Final Fantasy [Final Fantasy: The Spirits Within] | |||||
| Nell'anno 2065 la Terra si trova sotto la dominazione di pericolosi alieni-fantasma. La dottoressa Aki cerca un modo per sconfiggere gli invasori non solo per salvare il mondo, ma anche se stessa dopo essere stata contagiata da un virus alieno, per quasto motivo si unisce alla famosa squadra militare Deep Eyes, comandata dal suo vecchio amico grey Edwards... *** | ||||||
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Firewall - Accesso negato [Firewall] | |||||
| Una banda di spietati criminali, tiene in ostaggio la famiglia del capo della sicurezza di una banca globale, per costringerlo, sotto la minaccia di fare del male ai suoi cari, a derubare la propria banca per conto loro. L'uomo si trova così a dover affrontare una scelta difficile ed allo stesso tempo coraggiosa... *** Deve esserci rimasto male Harrison Ford quando gli hanno preferito Ben Affleck per il ruolo di Jack Ryan. Così, di film in film, cerca di ritrovare quel tipo di personaggio: serio padre di famiglia, esperto lavoratore, vestito blu, camicia bianca o azzurra che si trova a dover abbandonare una serena e tranquilla routine familiare per salvare, a seconda delle esigenze di sceneggiatura, l'umanità, la democrazia americana, o più modestamente, come in questo caso, la vita di moglie e figli. Qui è Jack Stanfield, un ricco specialista di sistemi di sicurezza informatici per la Landrock Pacific Bank di Seattle. La sua abilità non passa inosservata a Bill Cox che prendendo in ostaggio la moglie e i due figli di Jack cerca di fargli bypassare il suo stesso sistema di sicurezza ed ottenere, così, 100 milioni di dollari. Richard Loncraine è un regista poliedrico, è passato dal bellissimo "Riccardo III" con Ian McKellen, alla commedia romantica "Wimbledon", ma il thriller non sembra essere nelle sue corde. Il ritmo è lento e il cast, formato da molti bravi attori, è usato malissimo. Harrison Ford, sembra più paternalistico che paterno, mentre Paul Betteny, solitamente carismatico, qui interpreta un cattivo senza fascino, né astuzia. Il problema maggiore, però, è dato da una sceneggiatura estremamente prevedibile. Un thriller, degno di tale nome, dovrebbe incollare lo spettatore alla poltrona grazie a continui colpi di scena e ad una tensione in crescendo. Qui il susseguirsi degli eventi è scontato e i colpi di scena sono mal preparati, tanto da perdere tutta la loro efficacia. Molti personaggi vengono introdotti ma poi non utilizzati, nello svolgersi della trama ed alcune frasi rimangono in sospeso come se in fase di montaggio il film si fosse rivelato troppo lungo e tagliato di alcune parti che così restano incomprensibili. | ||||||
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Frequency - Il futuro è in ascolto [Frequency] | |||||
| Un ragazzo si mette in contatto con il padre morto 30 anni prima, grazie a straordinarie ed inspiegabili onde radio. Cercherà di cambiarne il destino aiutandolo ad evitare l'incidente che ne causò la morte. *** | ||||||
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Full Frontal [Full Frontal] | |||||
| Un film nel film, dove un attore viene intervistato da una reporter, che a sua volta è un'attrice. È il sequel non ufficiale del celebre e pluripremiato Sesso, bugie e videotape, è la storia di sette persone, con quasi niente in comune, le cui vite s'incrociano, in modo assolutamente imprevedibile. *** Un film nel film che a sua volta contiene un altro film, questo e' "Full Frontal" l'ultimo lavoro di Soderbergh che idealmente dovrebbe essere il nuovo "Sesso Bugie e Videotape" girato con i mezzi che il regista avrebbe usato allora se ne avesse avuto la possibilita'. Realizzato in pochissimi giorni (diciotto) e con un budget ridicolo (2 milioni di dollari) grazie alla tecnologia digitale e con un'incredibile sequela di star che hanno deciso di cooperare alla paga di 650 dollari al giorno e sottostando ad una terribile decalogo: niente set in studio, si gira tutto sul posto; nessuno vi accompagnera' al set dovrete venire da soli e se utilizzate un autista fatevi lasciare un po' lontano per non essere presi in giro dalla troupe; niente catering, quindi portatevi i pasti da casa; non c'e' guardaroba, quindi decidete come vestirvi ed attrezzatevi da soli; niente addetti al trucco ne' parrucchieri, fate da soli; niente roulotte, ci saranno delle aree di attesa vicino al set, ma non ci contate troppo. Se avete bisogno di stare da soli questo film non fa per voi; incoraggeremo le improvvisazioni; sarete intervistati sui vostri personaggi. L'intervista potrebbe essere aggiunta al montaggio finale del film; sarete intervistati anche sugli altri personaggi, anche questo materiale potrebbe essere incluso nel montaggio; Vi divertirete, che lo vogliate o meno. Oltre a questa sorta di "tavole della legge", i vari attori non hanno ricevuto nulla sul film ed hanno dovuto improvvisare di volta in volta. Julia Roberts ("Ocean's Eleven") e Blair Underwood (""Deep Impact") hanno dovuto rivestire due ruoli diversi perche' oltre ad essere Catherine e Nicholas interpretavano il film all'interno. David Duchovny ("Evolution") e' Gus un produttore attorno alla cui festa di compleanno ruotano tutti gli altri personaggi, Nicky Katt ("1 Km da Wall Street") e' hitler o meglio un attore di teatro che lo interpreta, Catherine Keneer ("8mm") e' Lee moglie insoddisfatta di Carl (David Hyde Pierce / "Nixon") ansioso per il fatto che la moglie non lo ama piu'. Infine c'e' Mary Mc Cormack ("K-Pax") nei panni di Linda, sorella single di Lee a cui tutti cercano un uomo. La storia di fatto non esiste e la visione e' decisamente consigliata ad un pubblico pronto a sforzarsi di capire il senso del non-senso. Si tratta di una serie di scene, collegate tra loro da un finale fine a se stesso, in cui abbiamo sempre due protagonisti a confronto. Il tutto risulta abbastanza slegato e spesso non si capisce dove si voglia arrivare. In realta' Soderbergh vuole solo fotografare dei momenti di quotidianita'. Ci sono situazioni esilaranti ed altre irritanti il tutto con immagini volutamente sgranate (ad eccezione del patinatissimo 35mm) all'interno del film stesso. E' quasi impossibile seguire i personaggi, soprattutto nella fase iniziale in cui si presentano, quindi l'unica soluzione sembra essere di lasciarsi trasportare dal fluire della storia. Grande gruppo, grandi interpreti per questo esperimento, ma francamente si puo' chiedere al pubblico di pagare 7 Euro (nel migliore dei casi) per questo? Restera' sicuramente negli annali la conversazione tra Carl ed il suo capo in cui lui viene licenziato: "Beve la birra dalla bottiglia o la versa nel bicchiere?" "Ma… non so... la verso." "Ecco, e' questo il punto! Qui noi vogliamo gente che beva dalla bottiglia." La chicca: Julia Roberts alla festa si lancia in un discorso sul cromo, quello buono e quello cattivo, ovvero l'oggetto della sua indagine in "Erin Brokovich". La frase:"La realta' e' il supermercato della merda!" Indicazioni:per cinefili ed appassionati. | ||||||
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Full metal jacket [Full metal jacket] | |||||
| 1968, nella base di Parris Island, si sta svolgendo l'addestramento per i marines in partenza per il Vietnam. L'addestramento é duro e fra le reclute c'é chi resiste con ironia, come il soldato Joker, e chi come "Gomer Pyle", si sottomette alle ripetute torture. Alla fine del corso, in un attimo di follia, Gomer Pyle, uccide il sergente e poi si suicida. Arrivati in Vietnam, un gruppo di marines, tra cui Joker, rimane bloccato nella città di Hue, ed alcuni di loro vengono uccisi da un cecchino. Alla fine i supersisti individuano ed uccidono il nemico: una giovane donna vietnamita. *** | ||||||
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Gioco di donna [Head in the Clouds] | |||||
| Nel 1933 il diciannovenne irlandese Guy Malyon, studente a Cambridge, conosce per caso la bellissima Gilda Bessé. Sebbene provengano da mondi completamente diversi, i due sono molto attratti l'uno dall'altra e, tre anni piú tardi, decidono di prendere un appartamento a Parigi assieme a Mia, un'amica di Gilda in fuga dalla guerra civile spagnola. Mentre il mondo è segnato dall'ascesa del nazismo e attraversato dalle guerre, Gilda continua imperterrita a condurre una vita di piaceri e a coltivare la sua carriera di fotografa mentre Guy e Mia sentono il desiderio di partire per combattere. I tre amici dovranno così separarsi, forse per sempre. *** | ||||||
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Gioventù bruciata [Rebel Without a Cause] | |||||
| Due ragazzi e una ragazza, tutti alle prese con difficili situazioni familiari, partecipano ai giochi pericolosi di una banda. Sono ricercati dalla polizia dopo un incidente mortale. Uno di loro muore. Uno dei 3 film che fecero di Jimmy Dean un divo, emblema della gioventù (ribelle senza causa) degli anni '50 e confermò in N. Ray uno dei cineasti più sensibili e originali di Hollywood. Molte sequenze memorabili, ma anche, in fondo, un eccesso di ingenuità sentimentale che oggi lo fanno apparire un po' sdato e datato. Tra gli attori di secondo piano anche D. Hopper. Soggetto di N. Ray (candidato all'Oscar), sceneggiato da Stewart Stern. S. Mineo impersona il primo minorenne gay nella storia di Hollywood. Anch'egli candidato all'Oscar con N. Wood. *** | ||||||
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Girlfight [Girlfight] | |||||
| Quando il padre decide di non allenarla nella boxe, una giovane ragazza decide di farlo per conto suo, diventando ben presto la prima donna campione della sua palestra... --- E' giovane ed è alla sua prima esperienza d'attrice. Michelle Rodriguez ha l'aria arrabbiata con il mondo e sembra lo sia persino con se stessa. Con il suo viso teso e cupo, gli occhi inquisitori e vigili, interpreta egregiamente il ruolo di Diane, giovane diciassettenne decisa a diventare pugile. Adolescente scontrosa Diane non riesce veramente a trovare un posto per sé, smettere di sentirsi diversa e lontana da tutti. Casualmente, e sembra per una strana ironia della vita, sarà proprio attraverso uno sport considerato esclusivamente maschile ma soprattutto apparentemente violento, che riuscirà a trovare una specie di posto nel mondo. Diane riprenderà il controllo della sua rabbia che fino a quel momento l'ha spinta a litigare con tutti, allontanando così anche la sola amica rimastale. Attraverso l'allenamento ferreo, duro, riesce ad affrancarsi dal padre violento e dall'abbrutimento della vita del quartiere popolare dove vive. Inizia ad allenarsi, in segreto ed impara a controllare la sua ira dominando ogni giorno di più la sua forza; e mentre prende sempre più coscienza di sé e della sua energia, conquista anche la sicurezza che le permette finalmente di tirar fuori la dolcezza della sua femminilità. Magicamente le si ammorbidiscono i tratti del viso e il suo sguardo riesce ad esprimere la tenerezza del cuore, trasformando Diane in una ragazza libera e persino felice di mostrare i suoi sentimenti al ragazzo di cui si è innamorata. Un paradosso quello che trasforma una giovane arrabbiata in un pugile di grandi promesse e il pugile in una ragazza più femminile. L'incontro finale sul ring che vede come avversari proprio Diane e il suo giovane innamorato, è ritmato da una musica spagnoleggiante e da frasi scritte su cartelli alle pareti della palestra. E mentre si legge "Campioni non si nasce, si diventa" oppure "I vincitori non perdono, i perdenti non vincono" lo spettatore riceve in pieno viso i pugni di Diane. Magistralmente guidata sul ring, la macchina da presa riprende da vicinissimo i due pugili i cui visi sono trasformati dai paradenti e dai paracolpi; si mette persino tra i due, ricevendo i pugni dell'uno o dell'altro. Uno scontro vicinissimo e durissimo, che incredibilmente segnerà l'inizio di una storia d'amore più adulta, perché il combattimento è stato vero e i due pugili combattendosi hanno mostrato rispetto l'uno per l'altra. L'idea della crescita personale attraverso la trasformazione fisica è lo spunto e al contempo l'essenza di tutto il film, e la regista al suo primo lungometraggio, sottolinea tutta la forza e la durezza, la difficoltà fisica e quella morale del combattimento, con una pellicola a volte sgranata, fatta per lo più di colori scuri e spessi in cui la notte sembra dominare sempre. Interni ed esterni si assomigliano come a dimostrare che il ring non è solo nella palestra ma è anche nella vita di tutti i giorni. Ottima prova anche degli attori ma domina quasi incontrastata la giovane Rodriguez, per il ruolo e per la sua fisicità, miscuglio di mascolinità e femminilità. Si è allenata cinque mesi per il ruolo ma è innata la sua abilità a mostrare l' impercettibile cambiamento di Diane, concentrato soprattutto sul viso; riesce ad offuscare attori di esperienza come Jaime Tirelli (Carlito's Way, La casa degli spiriti) o Paul Calderon (Clockers, Out of sight), relegandoli a ruoli marginali. Non ci si libera però della sensazione che stia interpretando se stessa: che non sia un lavoro d'attrice il suo ma piuttosto una rappresentazione di sé. *** | ||||||
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Glitter - Quando nasce una star [Glitter] | |||||
| Billie Frank è stata portata via dalla madre alcolizzata e tossicodipendente all'età di 10 anni. Ora ormai diventata una donna vuole realizzare i suoi due sogni: diventare una cantante famosa e ricongiungersi finalmente con sua madre. *** Cantare, pur con grande successo, a volte non basta. La pensa così anche Mariah Carey, che dopo un ricovero in clinica per abuso di farmaci e una forte depressione, ha deciso di rifarsi il trucco e imboccare la strada per Hollywood. Prodotto da Laurence Mark, che fino ad oggi ha raccolto dei più che eccellenti risultati (Jerry McGuire, Qualcosa è cambiato) il film racconta la banalissima storia di Billie Frank, ragazzina dalla voce straordinaria abbandonata dalla madre che non riesce ad allevarla, e giovane donna alla ricerca di una propria identità, il tutto nella New York degli anni '80. Un affascinante DJ in una discoteca molto alla moda decide di sfruttare la bella voce della ragazza e diventa suo socio, produttore e anche amante. La loro storia d'amore si intreccia all'avventura della carriera di Billie che raggiunge rapidamente il successo e la fama. Non poteva mancare un epilogo melodrammatico, rasserenante seppur con qualche lacrima.La splendida voce della Carey non può certo giustificare il suo, o di altri, desiderio di diventare anche attrice: senza parlare delle sue doti interpretative, indubbiamente molto modeste. L'omonima colonna sonora, alla quale ha contribuito la stessa Carey è ispirata alla musica degli anni '80 ed è il primo album realizzato dalla cantante per la Virgin Records, con cui l'artista ha da poco stipulato un contratto. Per l'attesissima colonna sonora sono state adottate delle rigorose misure di sicurezza per evitare la pirateria: prima fra tutte il controllo di centinaia di comparse nel corso della realizzazione delle scene nei locali notturni e della scena finale al Madison Square Garden, perché non portassero con sè apparecchi elettronici. Per riprendere i riferimenti del principio la strada cinematografica intrapresa è già un "Viale del tramonto", speriamo che Mariah non mostri una incauta tenacia ma riprenda al più presto la sua carriera musicale di gran successo che l'ha vista e la vede tutt'ora svettare con costanza nelle classifiche internazionali. | ||||||
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Hair [Hair] | |||||
| Il giovane Claude Bukowski lascia l'Oklahoma e va a New York per arruolarsi tra i marines destinati al Vietnam. Nel Central Park conosce un simpatico hippie, George Berger, e i suoi amici Jeannie, Woof e Lafayette, che, non essendo riusciti a fargli cambiare idea, lo convincono almeno a passare in loro compagnia i due giorni che gli restano prima di indossare la divisa. *** E' incredibile come ogni film che parli di guerra, di qualsiasi guerra, girato trent'anni fa o ieri, risulti sempre attuale. E' incredibile ma è anche atroce perché vuol dire che la gente (o meglio la gente che sta in alto) non ha imparato assolutamente niente dagli sbagli. "Hair" è un film che parla di una guerra che ha lasciato una ferita profonda nella coscienza degli Stati Uniti: il Vietnam. Però lo fa in maniera diversa, lo fa usando la struttura del musical. C'è da dire che questa forma, nel cinema americano degli anni settanta ("Hair" è del 1979), ebbe una seconda giovinezza per cui era lecito osare "cantando". E poi il regista Milos Forman, cecoslovacco, veniva dall'esperienza di "Qualcuno volò sul nido del cuculo" film straordinario ma amarissimo su una delle tante morti del sogno americano (così come la guerra del Vietnam). La storia è quella di Claude (interpretato da John Savage, già soldato ne "Il cacciatore": il più grande film sul Vietnam), che da un paesetto della campagna viene richiamato alle armi per difendere la patria in una guerra che sta degenerando. Nei suoi ultimi due giorni da uomo libero, Claude frequenta una comunità di hippies e si innamora di una ricca borghese (Beverly D'Angelo) che sembra sia più interessata al capobanda vagabondo (il bravissimo Treat Williams) che al futuro soldato. I ragazzi della compagnia non riescono a convincere Claude a disertare. La sua partenza segnerà le vite di tutti. Nel parlare di un film che in tanti hanno già visto e amato o odiato (spero che questi ultimi siano veramente pochi), si corre il pericolo di dire cose già dette, tanto più se ne parliamo venticinque anni dopo. Però, per quelli che sono ventenni ora, c'è un solo consiglio: andatelo a vedere. Primo: perché il film è bello. Secondo perché la colonna sonora è straordinaria (molti, anche se giovanissimi, ricorderanno almeno "Aquarius" colonna sonora di tante brutte coreografie televisive). Terzo e più importante motivo: perché in ognuno di questi spettatori si possa svegliare (o risvegliare) una coscienza che dica quanto è assolutamente spaventoso ogni guerra fatta così (praticamente tutte). Se un film può farci arrabbiare e commuovere facendoci vedere un mondo disastrato dove contano soltanto gli interessi e i soldi (sinonimi di guerra), dove la gente comune viene mandata al macello per accontentare le aziende di armi o di petrolio; allora ben venga questo tipo di cinema, perché è questo di cui abbiamo bisogno. Se quel movimento che stracciava le cartoline di precetto in piazza e che contava milioni di persone non è riuscito a fermare una catastrofe, così come non ci sono riuscite tutte le marce della pace che hanno attraversato le strade di tante città meno di due anni fa (oggi è come ieri), ciò non vuol dire che dobbiamo smettere di crederci, anzi è un nostro dovere. Così come è dovere del cinema, della musica e della cultura aiutare a far sì che la gente almeno sappia quanto è spaventoso quello che può succedere e che sta succedendo. Oggi, un cinema arrabbiato, come era quello degli anni settanta in America lo devi cercare col lumicino (un po' di Gran Bretagna, un po' d'Irlanda, gran parte del cinema dell'Europa dell'Est, tanto cinema centro e sudamericano e Michael Moore). Eppure i tempi sono assolutamente adatti per un cinema del genere (sveglia Italia!). Speriamo che riproporre questi film possa dare una mano alla rinascita di un certo tipo di linguaggio, necessario come tutti gli altri. "Let the sunshine in". | ||||||
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Hairspray [Hairspray] | |||||
| E’ il 1962 e a Baltimora c’è aria di grandi cambiamenti. Edna (John Travolta) è una donna di 135 kg, strabordante tanto di stazza quanto di personalità, stiratrice e lavandaia è sposata con lo stralunato Wilbur (Christopher Walken). La perfida Velma Von Tussle(Michelle Pfeiffer) tenta di portarle via il marito, mentre le rispettive figlie Tracy e Amber si sfidano in un programma televisivo, il mitico Corny Collin’s Show facendosi notare il più possibile... Ma chi si aggiudicherà il titolo di reginetta tra la scatenatissima over size Tracy e la biondissima e cattivissima Amber Von Tussle? *** Stati Uniti, 1962. Tracy è una ragazza grassoccia con la passione del ballo e innamorata perdutamente di Link, giovane scapestrato legato sentimentalmente ad Amber. Tra le due ragazze esplode inevitabilmente la rivalità, che le porta scontrarsi niente meno che nel programma televisivo di ballo più alla moda di Baltimora: il Corny Collin's Show, contendendosi il titolo di reginetta... Regia un poco impacciata, firmata dal bravissimo coreografo Adam Shankman, per un musical di grande trasporto. "Hairspray" giunge nelle sale cinematografiche dopo aver calcato le scene di Broodway ed essersi imposto con altre due incarnazioni: la prima cinematografica del 1988, diretto da John Waters; la seconda teatrale del 2002, vincitrice di otto Tony Awards tra cui Miglior Musical e Miglior Colonna Sonora Originale. Questa versione cinematografica mantiene intatto lo spirito dell’opera, solare e energica, e può vantare un cast affiatato e divertito. Bravi infatti i vari e le varie Michelle Pfeiffer, Christopher Walken e Queen Latifah; impressiona invece la trasformazione di John Travolta nei panni della grassa Edna, madre di Tracy. Con precedenti illustri come Jack Lemmon, Dustin Hoffman e Robin Williams, la sua interpretazione assicura due ore di divertimento e il suo nome si aggiunge alla lista di attori che hanno vestito panni femminili nel Cinema. I costumi sono invece affidati alla mano esperta di Rita Ryack, la stessa costumista de “Il Grinch”, pellicola con cui ricevette la meritata candidatura agli Oscar. Al film di Shenkman (produttore tra l’altro di “Premonition” con Sandra Bullock, uscito da poco nelle sale) si rimprovera quindi solo una regia non proprio attenta, più concentrata sulle coreografie e i campi lunghi che sull’amalgamazione tra musiche e scene. Ma a parte questo la pellicola è da considerarsi davvero efficace. Supportata, oltre che dal cast, anche dalle buone intenzioni di una trama anti-razzista e protesa all'apertura mentale. Curiosità 1: Anche le prime due versioni di "Hairspray" contavano interpreti maschili nel ruolo di Edna, assegnato a John Travolta. I due attori erano infatti Harris Glenn Milstead (in arte Divine, scomparso nel 1988 per obesità), e Harvey Fierstein, attore pluripremiato e celebre icona gay. Curiosità 2: Il veterano Jerry Stiller, in questo film nei panni di un commerciante di vestiti, era presente anche nella prima versione di "Hairspray" del 1988 nel ruolo, oggi di Christopher Walken, di padre della protagonista. La frase: "...e pensare che le ho quasi impedito di arrivare alle stelle!". | ||||||
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Hancock [Hancock] | |||||
| Ci sono eroi. Ci sono supereroi. E poi c'è Hancock (Will Smith). Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, lo sanno tutti, tranne Hancock, un supereroe imperfetto, dalla vita spericolata e dall'eccesso di vizi. Gli atti eroici di Hancock, che mostra sempre di avere delle buone intenzioni, gli permettono di portare a termine le sue missioni e salvare tantissime vite, ma sembrano sempre lasciare alle spalle danni notevoli. Per quanto possano essere grati al loro eroe locale, i cittadini di Los Angeles alla fine ne hanno abbastanza e si chiedono cosa hanno fatto per meritarsi tutto questo. Hancock non si preoccupa di quello che pensa la gente, fino a quando non salva la vita di un dirigente di una società di pubbliche relazioni, Ray Embrey (Jason Bateman), e così capisce di avere un lato vulnerabile. *** Con il nero volto dell’osannatissimo Will Smith, prende il nome da John Hancock, primo firmatario della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, beve come una spugna, vola e salva vite, ma, nonostante le buone intenzioni, i suoi atti eroici finiscono sempre per lasciarsi alle spalle notevoli danni, tanto da assumere quasi le fattezze di una maledizione agli occhi dei cittadini di Los Angeles. Questo è il bizzarro e facilmente sboccato supereroe protagonista del nuovo lungometraggio di Peter Berg (attore dalla lunga carriera, ma anche regista di film come "Il tesoro dell’Amazzonia" e "The Kingdom"), che apre all’insegna del fracasso da fx a tempo di black music per poi concentrarsi, inaspettatamente, sulla rieducazione del personaggio per mano di Ray Embrey, dirigente di una società di pubbliche relazioni interpretato da un sempre più bravo Jason Bateman e sposato con la bella Mary, nei cui panni troviamo Charlize Theron. Quindi, un nuovo paladino della giustizia che, ancor prima di riallacciarsi alla tradizione di cine-comics che ci ha regalato serie di successo del calibro di "Batman" o "Spider-man", sembra rifarsi alla corrente di varianti ironiche alla Ralph supermaxieroe dell’omonimo telefilm o "La mia super ex ragazza" di Ivan Reitman, pur senza puntare in maniera esclusiva al lato ironico, perché, come spiega il produttore Michael "Miami Vice" Mann: "Volevamo realizzare una pellicola che passasse da un divertimento profondo e irriverente ad essere sexy e romantica, eccitante e poi meravigliosamente toccante". Infatti, in mezzo alla sarabanda di spettacolari effetti speciali ed alla manciata di battute e situazioni divertenti, sembra essere lasciato non poco spazio (più o meno allegorico) a riflessioni riguardanti l’integrazione all’interno della società, il ruolo dell’eroe e l’indebolimento dovuto al potere dell’amore, mentre il ritmo narrativo, però, si trova inevitabilmente a dover fare i conti con uno script che, al di là di una sorpresa che giunge a circa metà pellicola, finisce per privilegiare maggiormente i contenuti di fondo rispetto al fondamentale lato relativo all’intrattenimento. E ciò che ne viene fuori è un discutibile ed anomalo prodotto decisamente difficile da giudicare, proprio come diversi degli assurdi lavori di Berg (si pensi a "Cose molto cattive"). La frase: "Dei, angeli, culture diverse ci chiamano con diversi nomi, ora all’improvviso supereroi". Francesco Lomuscio | ||||||
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Hero Wanted [Hero Wanted] | |||||
| Fino a dove ci si può spingere per conquistare la donna dei propri sogni? Liam ha un piano infallibile: mettere in scena una rapina nella banca dove lavora la ragazza e recitare la parte dell'eroe. Così in un colpo solo conquisterà il cuore della sua amata e le prime pagine dei quotidiani. Ma qualcosa andrà terribilmente storto. --- Dopo aver salvato la vita ad una bambina, Liam è diventato il personaggio del momento. Ma la fama passa presto e quando si accorge che nessuno ricorda più il suo volto, decide di mettere in scena una finta rapina per recitare di nuovo la parte dell'eroe. Purtroppo qualcosa non andrà secondo i suoi piani e da eroe si ritroverà vittima di un gioco spietato. Raggirato, truffato e accecato dal desiderio di vendetta, ora Liam ha un solo obiettivo: punire chi lo ha tradito. *** | ||||||
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Ho voglia di te [Ho voglia di te] | |||||
| Dopo aver passato gli ultimi due anni negli Stati Uniti, Step rientra a Roma, ormai pronto ad affrontare tutti i problemi che si era lasciato alle spalle ed assumersi le responsabilità di quando si comincia a diventare grandi. Ritrova i vecchi amici ma non dimentica l'amico che non c'é più, inizia a lavorare nello spettacolo ed incontra Ginevra, che gli farà provare sensazioni che credeva di non riuscire più a trovare, anche se non riesce a mettere completamente da parte Baby, il suo primo amore... *** Si comincia sulle note della storica "The passenger" di Iggy pop ed ecco che, dopo i titoli di testa, rientra in scena Step (Riccardo Scamarcio), delinquentello protagonista di "Tre metri sopra il cielo" (2004), tratto dall'omonimo romanzo di Federico Moccia e diretto da Luca Lucini, nel quale finiva per intrecciare una storia d'amore con la romantica diciottenne Babi (Katy Saunders), studentessa modello appartenente ad una famiglia della Roma bene. E sono ancora una volta le pagine di Moccia (le stesse che danno il titolo al film) la fonte d'ispirazione per questo sequel in cui Step, che ha un difficile rapporto con la madre (Caterina Vertova) ed ancora porta con sé il dolore per la morte del vecchio amico Pollo (Mauro Meconi), torna nella capitale tricolore dopo aver trascorso due anni negli Stati Uniti, per poi fare la casuale conoscenza con la travolgente Gin (Laura Chiatti), probabile candidata a prendere il posto di Babi nel suo cuore. Il timone di regia passa nelle mani dello spagnolo Luis Prieto, in precedenza autore dell'inedito "Condom express" (2005), il quale si cimenta con l'italico universo giovanile d'inizio millennio, fatto di caotiche discoteche e sms; ma, sebbene il film di Lucini, pur essendosi trasformato in un vero e proprio teen-cult (con circa 200000 dvd venduti), non fosse del tutto riuscito, "Ho voglia di te" si presenta decisamente peggio. In mezzo ad un cast da dimenticare, Scamarcio e la Chiatti - che si cimentano perfino in una sequenza di sesso alquanto audace, se consideriamo il target adolescenziale cui il lungometraggio si rivolge principalmente - ce la mettono tutta per risollevare le sorti di un sequel penalizzato da una messa in scena degna di una fiction destinata al piccolo schermo, ma lo script, concepito da Teresa Ciabatti in coppia con lo stesso Moccia, riserva dialoghi talmente ridicoli che spesso indistinguibili risultano i momenti d'ironia e la comicità involontaria. E, accompagnati da una colonna sonora costituita da immancabili hit del momento (si spazia da Tiziano Ferro a Robbie Williams, passando per Frou Frou e Cassandra Wilson), ci si annoia non poco, mentre sempre più evidente appare la mera natura commerciale del prodotto, confezionato esclusivamente ad uso e consumo degli spettatori under 18. Quegli stessi spettatori che, pericolosamente, s'impadroniscono del superficiale sguardo della macchina da presa di Prieto per assistere, in maniera paradossale, ad un campionario su celluloide di tutti i loro aspetti negativi: dalle gare di velocità in moto alle ragazzine imbottite di droga ed incoscientemente prese a fare sesso con gli sconosciuti, senza dimenticare la sfrenata voglia di apparire in tv e, soprattutto, la venerazione esclusiva di ciò che viene definito esteticamente bello. La frase: "Sai a cosa servono le regole? A non buttarsi troppo in una storia, perché innamorarsi fa paura a tutti". | ||||||
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I passi dell'amore [A walk to remember] | |||||
| Landon Carter e il suo gruppo, sfaticati studenti del liceo, prendono costantemente in giro Jamie Sullivan, dolce e innocente ragazza. Landon però si innamora di lei..... --- Ogni anno, al ritorno della primavera, nella cittadina portuale di Beaufort, Landon Carter ricorda l'ultimo anno di liceo a Beaufort High e Jamie Sullivan, la ragazza che ha cambiato la sua vita per sempre. Jamie è l'ultima persona di cui Landon, giovane irrequieto e spavaldo, ma senza ambizioni, avrebbe pensato di innamorarsi... Seria, ingenua ed introversa è la figlia del pastore locale. Una sera, una bravata organizzata dal suo gruppetto degenera e un ragazzo finisce all'ospedale. Per punizione, Landon viene incaricato di seguire nello studio uno studente più giovane e di partecipare allo spettacolo teatrale della scuola, attività che lo avvicineranno a Jamie. Nonostante lo scherno degli amici si ritroverà presto innamorato, ma la ragazza cercherà di sfuggire a un tale legame sentimentale, almeno finché... *** | ||||||
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I ragazzi della 56a strada [The Outsiders] | |||||
| Tratto dal romanzo "The Outsiders", di Susie Hinton. Due bande sono in perenne sfida. Un giorno due greaser uccidono un social e dopo si nascondono dentro una chiesa. Qui salvano la vita a due bambini rimasti intrappolati in un incendio, mettendo a rischio le loro vite.. Nel mondo dei giovani degli anni sessanta a Tulsa,negli Usa, Dallas, strafottente e violento, è il capo della banda i "greasers" di cui fa parte anche Pony Boy, timido ed impacciato. Un giorno Johnny, uccide per liberare Pony Boy dalle mani di uno della banda contraria (i "socials", i ricchi), che lo stava affogando. Dallas aiuta i due a fuggire per evitare di essere presi dalla polizia: si rifugiano in un casolare abbandonato. Mentre stanno per tornare in città per costituirsi i due con Dallas vedono una chiesa in fiamme, vi si gettano in mezzo per portare in salvo dei bambini in pericolo. Tutti e tre rimangono ustionati: Johnny è il più grave assistito dagli amici, mentre si svolgono i preparativi febbrili dello "scontro" tra le due bande rivali, si avvicina a grandi passi alla morte, e intanto inganna l'attesa continuando la lettura di "Via col vento", che aveva iniziato nel rifugio del vecchio casolare. Ha luogo "lo scontro": vincono, dopo aver combattuto lealmente "senza armi", i "greaseri", ma ... Johnny muore e gli amici si disperano, specie Pony Boy. Dallas per reagire alla disperazione, commette una rapina a mano armata: la polizia lo insegue e lo uccide. *** | ||||||
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I ragazzi della mia vita [Riding in Cars with Boys] | |||||
| Basato sulla storia di Beverly D'Onofrio, una donna che ha fatto una miriade di errori ma che da questi ha ottenuto il meglio. --- "I Ragazzi della Mia Vita" è tratto dall'autobiografia di Beverly D'Onofrio, dai suoi quindici anni fino ai trentacinque. Ambientato in una piccola cittadina della provincia americana, il film, si propone di esplorare i sentimenti di una ragazzina che, a causa di eventi sfortunati, si ritrova sposata, ed in attesa di un figlio, non appena sedicenne. Se questo evento è già di per se drammatico, soprattutto in un contesto perbenista come quello americano, lo è vieppiù considerando che la famiglia di Beverly (Drew Barrymore / "Charlie's Angels"), il padre Leonard (James Woods / "Ogni Maledetta Domenica") è un poliziotto e la madre Eileen (Lorraine Bracco / "Tracce di Rosso") è di origini italiane, ha una visione piuttosto ristretta e che il suo marito "imposto", Ray (Steve Zahn / "C'è Post@ per Te"), è a dir poco stupido. Beverly è comunque animata dal desiderio di realizzarsi ed anche se la vita sembra volerla sottoporre a prove sempre più dure e riesce a perseguire i suoi scopi, magari sacrificando chi gli sta intorno, a cominciare da suo figlio Jason, visto a volte come un peso. L'unico punto fermo resta sempre e comunque la sua inseparabile amica Fay (Brittany Murphy / "I Marciapiedi di New York") con la quale ha condiviso l'esperienza della gravidanza e che sembra essere l'unica in grado di capirla.Anche se risulta quasi incredibile che ad una persona possano accadere tutte le cose che sono successe a Beverly, tant'è, solo che ci si chiede dov'è l'utilità di questa storia che si trascina avanti senza coinvolgere fino in fondo. Se alla fine si voglia ricavare un messaggio più o meno positivo o se semplicemente il desiderio della regista Penny Marshall ("Big") fosse quello di dipingere un affresco della realtà americana, resta comunque chiaro un punto: il tutto risulta lungo e poco coinvolgente tanto da spingere a chiedersi: "ma quando finisce?". La costruzione del film a cavallo tra il presente ed i numerosi flashback, così lunghi da farci spesso dimenticare che non è quello il tempo in cui è ambientata la pellicola, dovrebbe mettere in risalto le capacità recitative della Barrymore, costretta a spaziare dalla teenager alla donna realizzata, ma in realtà dimostra la sua immaturità artistica. Al di la delle urla, delle litigate, dei pianti e dei costumi che cambiano, abbiamo sempre di fronte la stessa persona. Tutt'altra caratura, invece, quella di Zahn che dimostra le sue eccellenti qualità. Bella colonna sonora, anche se un pò scontata nella scelta dei pezzi. La frase: "Quello che non ti uccide ti fa desiderare la morte." La chicca: durante una scena in cui Bev e Fay parlano si può sentire chiaramente la canzone "The End of the World", la stessa che l'attrice Brittany Murphy cantava mentre si suicidava in "Girls Interrupted". *** | ||||||
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I segreti di Twin Peaks [Twin Peaks] | |||||
| Una nebbia impenetrabile avvolge la cittadina di Twin Peaks nascondendo le cime delle montagne, rendendo irriconoscibili le strade e gli abeti che vengono tagliati nella locale segheria. Una mattina Pete Martell saluta la moglie per recarsi al lavoro. Sulla strada che percorre abitualmente scorge un grosso fagotto di plastica abbandonato sulla riva del lago. Avvicinandosi si accorge che dal sacco fuoriesce un ciuffo di capelli. *** Grande tensione e un'atmosfera da brivido in questo pilot, vero e proprio prologo a una serie televisiva che avrebbe riscosso successo in tutto il mondo. E tutti piangono, come in una grottesca caricatura del melò. Geniale, sia come episodio che come progetto generale. | ||||||
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Ice princess - Un sogno sul ghiaccio [Ice princess] | |||||
| Casey, ragazza un po' impacciata, sogna di diventare una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Non avendo supporto da parte di nessuno, nemmeno da sua madre che sogna per lei Harvard, Casey dovrà contare solo su se stessa... *** Una nuova commedia, prodotta dalla Disney, ci racconta la storia di una ragazzina, Casey (Michelle Trachtenberg, conosciuta ai più per aver interpretato Dawn nella serie televisiva "Buffy") asso della fisica, che, sul punto di ricevere una borsa di studio per Harvard, capisce quale è la sua vera passione: il pattinaggio artistico. Tra le discussioni con la madre (Joan Cusack) che vorrebbe per lei un futuro più solido, fatto di una laurea e un lavoro "serio", i duri allenamenti e l'accesissima competizione con le altre pattinatrici, riuscirà a coronare il suo sogno. Sebbene queste commedie definite "per adolescenti" siano un po' fatte in serie, infarcite di buoni sentimenti, personaggi simpatici, dinamiche familiari un po' scontate e l'onnipresente lieto fine, questa "Ice Princess" riesce ad essere più banale delle altre. Guardando questa tipologia di film, si sa di assistere ad uno spettacolo di semplicissimo intrattenimento, quindi il pregio di tali pellicole è nella simpatia dei personaggi, la bravura degli attori e nella possibile immedesimazione nella storia, vuoi che si parli di rapporti con i genitori, vuoi che si lotti per i propri sogni, in "Ice princess" non c'è nulla di tutto questo. Il visino, sicuramente grazioso della Trachtenberg, è quanto di meno espressivo ci sia adesso in circolazione, per quanto la si è voluta mostrare aggraziata e spontanea, non da affatto l'idea di una principessina. Le amiche e "nemiche" che incontra sulla sua strada non sono né divertenti né temibili, basti pensare che un'avversaria è vestita da punk, per identificarla come "cattiva"... Joan Cusack che di solito spicca per la bravura nei ruoli comici (per quanto ormai le danno sempre le parti della mamma), qui si cimenta in un ibrido tra il comico e il serioso che risulta pessimo, forse si salva solo l'interpretazione di Kim Cattrall che da mangiatrice di uomini in "Sex and the city" si trasforma nell'istruttrice di Casey, una donna disposta a tutto pur di vincere, anche ad imbrogliare. Insomma se voleva essere un film sulla lotta contro tutto e tutti per perseguire i propri sogni, è parecchio fiacchino (anche nella colonna sonora che di solito in queste commedie è sempre ben curata), sopportabile solo per i fan della Trachtenberg, che saranno ubriacati dai suoi primi piani. Frase: "Quando firmerai per la Nike, ricordati che porto il 37 e mezzo!" | ||||||
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Identità violate [Taking Lives] | |||||
| Un agente dell'FBI viene reclutato dalla polizia canadese per risolvere il caso di un serial killer che assume l'identità delle proprie vittime. *** Visto il film certo è che il padre del regista D.J. Caruso aveva la vista lunga, meglio un futuro in discoteca che dietro la cinepresa. L'astuto filmetto che vede Angelina Jolie vestire nuovamente i panni di un agente sulle tracce di un serial killer, dopo Il collezionista d'ossa, parte da una buona idea, peraltro ben sviluppata inizialmente, per poi impantanarsi in una serie di luoghi comuni ed in un finale decisamente dimenticabile (speriamo).I detective di Montreal, Canada, si trovano ad investigare su uno strano caso di omicidio e chiedono l'aiuto dell'agente speciale dell'FBI, Illeana Scott (Angelina Jolie / Tomb Raider) esperta di menti criminali e in grado di tracciare i profili psicologici degli assassini utilizzando criteri insoliti e singolari. I metodi dell'Agente Scott appaiono da subito inusuali; si sdraia dentro una tomba appena aperta per osservarne i dettagli e trovare indizi da questa macabra prospettiva, costella la sua camera d'albergo di foto delle vittime e così via. Ma sono proprio quei metodi poco tradizionali a condurla sulla strada dell'assassino, uno psicopatico che uccide le sue vittime e ne assume l'identità fisica e mentale.Identità Violate (Taking Lives) fa di tutto per somigliare ad un thriller serio ed in alcuni momenti riesce anche a trasmettere tensione e paura. Ma la strada per ottenere un prodotto di qualità è lunga e tortuosa e lo spettatore attende invano lo sviluppo di una storia che scivola sul banale facendo leva sui connotati tipici di questo genere di pellicole (il buio, l'entrare in una casa sempre a notte fonda; l'orsacchiotto impiccato). L'interpretazione di Gena Rowlands (Una moglie) è - come sempre - straordinaria, soprattutto se paragonata a quella degli altri stoccafissi che costellano la pellicola, su tutti Martinez e Karyo, anche se non è sufficiente a rendere il film vedibile. Neanche il piccolo cameo di Kiefer Sutherland (24) riesce a far decollare il film, d'altronde di thriller ne abbiamo visti molti e il genere diventa una sorta di campo minato per i registi che credono che spegnere la luce e scegliere la chiave di basso per la colonna sonora possano rendere il giallo ben fatto e ricco di tensione. Curiosità: all'inizio del film la corriera si ferma vicino ad un'officina con tanto di insegna gigante "Repairs", quale grande colpo di fortuna... La chicca: il primo omicidio dovrebbe avvenire negli anni ottanta, ma la targa dell'auto è degli anni novanta. Indicazioni:Solo per chi non è molto smaliziato. Valerio Salvi | ||||||
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Il campeggio dei papà [Daddy Day Camp] | |||||
| L'esilarante sequel del fortunatissimo successo "L'asilo dei papà" vede i padri Charlie Hinton (Cuba Gooding, Jr.) e Phil Ryerson (Paul Rae) alle prese con un'altra buffa e pazzesca avventura, a causa della loro decisione di gestire un campeggio estivo. Senza nessuna esperienza dei grandi spazi aperti, in una struttura in rovina e con un variegato gruppo di campeggiatori, non ci vorrà molto prima che le cose sfuggano al loro controllo. Di fronte al pericolo di non poter riscattare l'ipoteca e di fronteggiare un basso numero di iscrizioni, Charlie è costretto a chiamare suo padre, il colonnello Buck Hinton (Richard Gant), con cui non è in buoni rapporti, per aiutarlo a mettere ordine nel campo e per insegnare a tutti il lavoro di squadra, la perseveranza e il potere del perdono. *** | ||||||
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Il castello [The last castle] | |||||
| Un generale condannato al carcere militare, un colonnello aguzzino, uno scontro in crescendo tra due personalità. Nei panni del generale, Robert Redford torna ad emozionarci in un film ad altissima tensione. --- Robert Redford torna, dopo molti anni e parecchie rughe in più, dietro le sbarre di una prigione questa volta nei panni di un generale condannato per insubordinazione. Il generale Irwin è una sorta di icona nell'ambito militare e quando arriva nel penitenziario il colonnello Winter (James Gandolfini / "The Mexican"), comandante in capo, decide di incontrarlo, non solo per il consueto colloquio di "indottrinamento", ma per condividere con lui una sorta di cameratismo tra leader.Lentamente, però, l'invidia ed il risentimento di Winter aumentano portandolo così a diventare la nemesi di Irwin. Lo stesso generale Irwin, accortosi dei metodi applicati nel carcere, passa da un atteggiamento di freddo distacco, ad un'aperta ostilità nei confronti del colonnello Winter. Il carismatico Irwin si troverà così a vestire di nuovo i panni del comandante, ed anche se questa volta si tratterà di galeotti, piuttosto che di marines, saranno in ogni caso Uomini.La pellicola, onestamente diretta da Rod Lurie, si inserisce nel filone delle produzioni "post-ground zero" tese a motivare l'orgoglio americano ed a rivalutare il patriottismo, non per nulla la vera protagonista sembra essere più la bandiera che gli uomini che la issano. Purtroppo gli ottimi interpreti, sprecati o fuori ruolo, come lo stesso Gandolfini, non riescono a sollevare un film pesantemente penalizzato da una sceneggiatura piatta e scontata. Persino la costruzione narrativa, che segue pedissequamente i dettami scolastici, risulta effimera e priva di un qualunque "appeal": due figure forti in contrasto tra loro, una scintilla che appicca l'incendio, un martire per servire la causa, il più classico dei doppiogiochisti e quindi lo scontro finale. Il carisma di Redford, democratico storico, che veste i panni per lui insoliti del militare riesce comunque a conferire un certo nerbo al film, insieme ad una fotografia in grado di contrapporre con efficacia i toni grigi e freddi dei prigionieri e dei loro spazi a quelli caldi ed accoglienti delle guardie e dei loro uffici. Purtroppo anche il momento della battaglia, che ci avrebbe dovuto traghettare dal genere carcerario a quello d'azione, non risulta molto coinvolgente; Lurie ha voluto abbracciare pienamente la metafora del castello, trasportando lo scontro in un'ambientazione quasi medioevale, con riprese distaccate e lontane dall'azione che danno l'idea di un documentario piuttosto che di un film. Curiosità: il regista Lurie ha voluto, per interpretare i vari detenuti, attori misconosciuti che nutrissero una sorta di timore reverenziale nei confronti di Redford, per meglio rendere l'aura di comando del Generale Irwin. La Chicca: la prima volta che vediamo il colonnello Winter, questi è preso nell'ascolto di musica classica, per la precisione Salieri; un chiaro indizio sullo spessore dell'uomo. Indicazioni:Per gli amanti del dramma carcerario e delle pellicole a "stelle e strisce". *** | ||||||
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Il colore dei soldi [The color of money] | |||||
| Vedendo giocare Vincent, Eddie Felson, ex campione di biliardo, intravede un modo per poter guadagnare migliaia di dollari e decide di insegnarli tutti i trucchi del mestiere. Alla fine Felson sarà costretto a tornare in gara per dimostrare di essere ancora più bravo dell'allievo. *** | ||||||
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Il dottor T e le donne [Dr. T and the Women] | |||||
| Richard Gere è un affermato ginecologo in piena crisi esistenziale, totalmente in balia delle donne che lo circondano: la moglie, le figlie, le pazienti, la amanti...basta! Una commedia leggera e divertente, dalla firma indelebile del geniale Altman. *** Il dottor Sullivan Travis (Richard Gere, "Se scappi ti sposo", "The Jackal") è un ginecologo di Dallas abituato a destreggiarsi tra molte donne sia nella vita professionale che nel privato. Essendo il medico preferito dell'élite della città la sua agenda degli appuntamenti è sempre satura e lui sempre in ritardo sugli impegni nonostante gli sforzi della sua infermiera Caroline (Shelley Long). Ma la vita del dottor T viene stravolta da una serie di avvenimenti: sua moglie Kate (Farrah Fawcett, "L'apostolo") regredisce ad uno stadio infantile e i preparativi per il matrimonio di sua figlia Dee Dee (Kate Hudson, "Gossip", "200 cigarettes") sono sempre più frenetici. Come se non bastasse a ciò si aggiunge Peggy (Laura Dern, "Cielo d'ottobre", "Jurassic Park") la cognata che si trasferisce a casa loro con le tre bambine, mentre la figlia Connie (Tara Reid, "Body shots", "American pie") sta allertando tutti riguardo la damigella d'onore di Dee Dee, la misteriosa Marilyn (Liv Tyler, "Onegin", "La fortuna di Cookie").Stremato, il dottor T passa sempre più tempo al circolo di golf inserendo un'altra donna nella sua vita, l'istruttrice professionista Bree (Helen Hunt, "Qualcosa è cambiato", "Twister"). Investito dall'impeto di una burrasca autunnale di Dallas, la vita sta per cambiare per il Dottor T.In questo film il regista controcorrente Robert Altman ("La fortuna di Cookie", "Conflitto di interessi") rivisita uno dei temi a lui più cari, ovvero il rapporto uomo - donna analizzato con estrema attenzione. Una commedia romantica a tratti spumeggiante a tratti malinconica sull'universo femminile che circonda il protagonista e che dimostra che non sempre stare in mezzo a tante donne è un paradiso; un film che fa pensare al vecchio "Donne" dello scomparso George Cukor, un racconto sul mistero che circonda la donna e di cui Richard Gere è l'evidente vittima.La sceneggiatura è di Anne Rapp che con Altman ha già lavorato nell'ottimo "La fortuna di Cookie". | ||||||
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Il giardino segreto [The Secret Garden] | |||||
| È la storia della decenne Mary Lennox che, accolta nel maniero di uno zio misantropo, vi riporta la gioia di vivere e riesce anche a rimettere in piedi il malandato cuginetto: la felicità è lì, a portata di mano, nel magico, inaccessibile giardino. Scritto nel 1910 da Frances Eliza Hodgson Burnett (1849-1924), sceneggiato da Caroline Thompson e prodotto dall'American Zoetrope di Francis Ford Coppola, il film è impeccabile per figurazione, ma non riesce quasi mai a prendere il volo, appesantito dall'eccessivo carico delle sue virtù decorative. Da non perdere la luce dei paesaggi dello Yorkshire e certi primi piani della piccola K. Maberly. Già filmato nel 1949 dalla M-G-M. *** | ||||||
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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco [My big fat greek wedding] | |||||
| Toula, ancora nubile a 30 anni, lavora al Dancing Zorba il ristorante greco di cui sono proprietari i genitori, Gus e Maria. Si innamora di un professore che però non è greco e dovrà mettercela tutta affinchè venga accettato in famiglia. --- Toula Portokalos ha trent'anni suonati, lavora nel ristorante del padre e non ha ancora un marito. Ma soprattutto è greca e tale deve restare. Il padre la vuole sposata ad ogni costo e dopo averle presentato innumerevoli "partiti" pensa addirittura a spedirla in Grecia per risolvere la questione una volta per tutte. Ma per Toula la vita non può essere solamente un marito, dei figli e una quantità infinita di pranzi e cene da preparare. Riesce a convincere i suoi a riprendere a studiare e persino a farsi affidare l'agenzia di viaggi di una delle sue innumerevoli zie. E la vita le cambia. Incontra un uomo, un affascinante professore di liceo che si innamora di lei e vuole sposarla. Una lotta senza quartiere in famiglia prima di riuscire a convincere tutti che è proprio lui che vuole.Il film diretto da Joel Zwick è stato fortemente voluto dall'interprete, Nia Vardalos, greca di origine e in America ha raccolto oltre 210 milioni di dollari decretandone un indiscutibile miglior successo dell'anno. La storia è indubbiamente divertente, come lo possono essere tutte le storie che raccontano gli usi e costumi che una piccola comunità di qualsiasi nazionalità può portare all'esasperazione nel momento in cui viene trapiantata all'estero. Così è stato con i film sugli italiani in America, e così è il matrimonio non propriamente "voluto" dalla famiglia Portokalos, ma organizzato in gran pompa. Le situazioni al limite del paradossale di risate indubbiamente ne suscitano, ma seppur non siano particolarmente forzate alla fine dei conti non che una serie di "déjà vu" ma in lingua greca. La protagonista, anche sceneggiatrice del film, che ha molto combattuto per farsi produrre il film, oltre che riuscire anche ad interpretarlo, è indubbiamente brava, ma in qualche modo interpreta se stessa, perciò è forse troppo presto per dirlo.Il resto del cast, co-protagonisti e caratteristi non lasciano niente di intentato per divertire, riuscendo però a non oltrepassare le righe. *** | ||||||
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Il mio ragazzo è un bastardo [John Tucker must die] | |||||
| Se l'ira del diavolo non è nulla rispetto a quella di una donna ferita, considerate i danni che un' adolescente può creare se si fa leva sulle sue debolezze sentimentali. Bene, ora prendete quello che avete immaginato e moltiplicatelo per tre. E' proprio quello che un gruppo di ragazze liceali piene di risorse scatenano contro il belloccio del campus, che porta avanti tre relazioni sentimentali contemporaneamente. *** John Tucker deve morire: così il titolo originale motiva la piena crisi ormonale di un pugno di fashion victims senza dubbio creative. Ex sexy giardiniere della casalinga non così disperata Gabrielle Solis/Eva Longoria, il ventinovenne Jesse Metcalfe qui presta volentieri il suo fisico aitante (e solo quello) al popolarissimo capitano della squadra di basket dell'ennesimo liceo americano. Il ricco contorno femminile di questo piatto unico di estrogeni e integratori è garantito dalla cantante pop Ashanti, dalla Sophia Bush della serie "One tree hill" e da Ariel Kebber, vista in "Aquamarine", soccorse dalla Brittany Snow di "American dreams". Per quanto oggi si possa ingrandire lo schermo al plasma di una Tv, questa non raggiungerà mai le dimensioni del Grande Schermo... Ma atteniamoci ai fatti. Traditore seriale, il bel John usa un metodo infallibile per gestire più relazioni contemporaneamente, frequentando nello stesso momento ragazze appartenenti a mondi tanto distanti da non rischiare di venire mai a conoscenza l'una dell'altra. È così che Heather la cheerleader, Carrie la manager in erba e Beth l'attivista vegana (brrr, chissà la prognosi di un'overdose da cliché) si ritrovano a credere a tutte le sue panzane, beatamente incoscienti tra le braccia del poliedrico casanova. Finché l'imprevisto accade, generando botte da orbi e insulti a manetta tra adolescenti isteriche. Voce narrante del pretenzioso teen movie, sorge però in soccorso l'invisibile Kate: appena trasferitasi in città, cresciuta all'ombra di una mamma trendy come solo Mtv potrebbe tollerarne (Jenny McCarthy, da Playboy con furore), la piccola outsider diventa improvvisamente catalizzatrice della furia delle tre streghette: e per John Tucker si profilano tempi bui. Solita trasformazione da brutto anatroccolo in cigno, con un pizzico di verve in più, e l'avventura delle quattro fa spesso sorridere finché non arriva al punto di non ritorno da cui questo genere di pellicola non riesce proprio ad affrancarsi: la Morale. "Thirteen" risplende lontano, inesorabilmente irraggiungibile. La versione light che abbiamo davanti tenta confusamente di impartire una lezioncina in corner, ma ormai la bibita gasata ha preso tutt'altra direzione e finisce col lasciare perplesso anche un pubblico minorenne, in un megaparty di compleanno che strizza l'occhio al reality - e poi via con le torte in faccia. Molto, troppo rumore... per nulla. La frase: - "Normalmente sono contro il massacro di animali, ma per John Tucker farò un'eccezione". | ||||||
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Il Padrino [The Godfather] | |||||
| E' appena finita la II Guerra mondiale. Don Vito Corleone, capo di una potentissima cosca mafiosa (la "Famiglia"), ha una visione tradizionalista del crimine, ed entra in conflitto con un altro boss, Sollozzo, che invece punta tutto sul nascente traffico dell'eroina. Sollozzo allora organizza prima un attentato per eliminare Don Vito, che fallisce, e poi cerca di far rapire il boss ferito. A difendere il padre e a prendere le redini della Famiglia non sarà, come previsto, il primogenito Santino, ma il giovane Michael, che fino a quel momento aveva cercato di vivere una vita onesta, fuori dalle logiche mafiose. Michael si trova piano piano alla guida di una gigantesca organizzazione criminale. A che prezzo?.Vito Corleone muore, e Michael Corleone, dopo una sanguinosa guerra di mafia che costa la vita anche a Santino, diventa il nuovo Padrino. *** | ||||||
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Il pianista [Le pianiste] | |||||
| Un uomo riesce a sopravvivere alla distruzione del ghetto di Varsavia a alla barbaruie dei campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale... --- Wladyslaw Szpilman era un pianista di talento, ebreo polacco vissuto a Varsavia durante il periodo dell'occupazione tedesca. Questo film racconta la sua storia vera, narrata dallo stesso Szpilman in un libro scritto subito dopo la fine della guerra. "Nelle sue memorie ci sono polacchi buoni e polacchi cattivi, ebrei buoni ed ebrei cattivi, tedeschi buoni e tedeschi cattivi...". Questo è uno dei motivi per cui Roman Polanski ha deciso di realizzare questo film, bellissimo ma durissimo, anzi, bellissimo perché durissimo. Dimenticate la commedia tragicomica de "La vita è bella", o il sogno ingannatorio di "Train de vie", ed anche la romanzata indulgenza di "Shindler's list". Ne "Il pianista", nel quale il regista polacco ha fatto tesoro anche dei propri ricordi personali, si racconta una storia dove non sono concessi omissis, dove le forbici non sono entrate nella cabina del montatore. Quella di Wladyslaw Szpilman è una vera e propria odissea. Dapprima rinchiuso nel ghetto costruito dai tedeschi per gli ebrei di Varsavia (un lungo muro di mattoni nei quali gli ebrei vivono come reclusi) assieme alla sua famiglia, Szpilman riesce a fuggire poco prima della deportazione nei campi di concentramento dove invece finirà tutta la sua numerosa famiglia (padre, madre, un fratello e due sorelle). Da questo momento in poi inizierà a vagare, nascondendosi in vuoti appartamenti dove coraggiosi polacchi davano asilo agli ebrei scampati alla deportazione. Dalle finestre di questi freddi rifugi assiste, solo ed impotente, al massacro dei suoi amici, alle battaglie tra tedeschi e partigiani polacchi, fino all'arrivo delle guarnigioni russe che liberano la sua città. Il film, pur nella sua crudezza, ci regala momenti di rara poesia, sequenze nelle quali il genio romantico di Polanski dispiega le sue ali ammantanti. La scena iniziale nella quale Szpilman deve interrompere un concerto alla radio polacca mentre questa viene bombardata dagli aerei tedeschi; la sequenza in cui si esibisce al piano davanti ad un ufficiale tedesco che sedotto dalla sua bravura lo aiuterà a nascondersi; le apocalittiche riprese del ghetto di Varsavia ormai completamente distrutto dopo la fuga dell'esercito germanico: tutte prove di grande cinema alle quali è difficile resistere. Polanski, come peraltro già fece Spielberg con "La lista di Schindler", è bravissimo nel rappresentare il dato psicologico della gente ebrea di fronte al terribile fenomeno dell'olocausto. Essi sono dapprima increduli, fatalmente convinti che tutto ciò non potrà arrivare alle estreme tragiche conseguenze. Poi, con il peggiorare degli eventi, subentra un senso di disorientamento ed una assoluta incapacità di comprendere quale debba essere l'atteggiamento giusto per cercare di salvare la propria vita e quella dei propri cari. In realtà, ci si rende conto, che non esiste una soluzione, una via di uscita, perché di fronte alla cieca brutalità delle teorie naziste non esiste un granello di ragione che possa far inceppare l'inumano meccanismo. Queste caratteristiche le ritroviamo anche nel personaggio di Szpilman. Interpretato dall'attore americano Adrien Brody ("La sottile linea rossa", "Bread and roses"), Szpilman sembra accettare tutte le disgrazie che gli piovono con rassegnazione. Giobbe moderno, assiste inane alla tragedia che gli si dispiega attorno. Quella che potrebbe sembrare una colpevole inattività è, in realtà, un'assoluta certezza di nulla potere di fronte all'urlo nero della violenza nazista. Wladyslaw Szpilman è morto il 6 luglio del 2000 all'età di 88 anni, dopo una prestigiosa carriera di concertista e compositore musicale. *** | ||||||
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Il postino [Il postino] | |||||
| Con l'arrivo del celebre scrittore cileno Pablo Neruda, costretto in esilio in una piccola isola del mediterraneo, il postino Mario sente un forte richiamo per il fascino poetico dell'artista. Così, con la scusa della consegna della posta, riesce a farsi insegnare l'arte della poesia. *** | ||||||
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Il quarto Angelo [The Fourth Angel] | |||||
| Un uomo cerca giustizia quando sua moglie e sua figlia rimangono uccise durante un attacco terroristico. --- Jack, giornalista inglese di successo vede morire moglie e due figlie durante un dirottamento, salva il bimbo più piccolo. I terroristi, serbi, sono catturati, ma misteriosamente subito rilasciati. Jack è furibondo, vuole giustizia. Grazie alle cospicue conoscenze riesce ad avere qualche informazione. Insomma fra Parigi e Londra scova gli assassini e comincia a uccidere. Sospettato e aiutato da un agente FBI (Whitaker) alla fine scopre che "sotto" c'era tutt'altro: il denaro non la politica e il solito agente Cia deviato. Regia piatta e plot stravisto, con Irons, proprio a disagio, a metà strada fra Bronson dei Giustiziere della notte e Gibson degli Arma letale. --- Il prestigioso giornalista Jack Elgin, direttore di un periodico e vincitore di un premio Pulitzer, decide di stupire la propria famiglia organizzando per loro una vacanza in India. Nel corso del viaggio, tuttavia, durante un dirottamento aereo, la moglie e le sue due figlie vengono uccise. Tornato in Inghilterra Jack viene ulteriormente mortificato quando - mentre sta facendo compagnia al figlio superstite - scopre che i terroristi sono stati rilasciati. Dopo aver utilizzato, senza successo, tutte le sue conoscenze per ottenere giustizia, Jack decide di vendicarsi da solo. *** Di questi tempi, con il terrorismo che sembra possedere una virulenza incontrollabile, l'ennesimo film sull'argomento corre il rischio della banalità non potendo ormai aggiungere nulla al già detto. Ma John Irvin ci prova, e tra le sue sfortune c'è anche quella di uscire a poca distanza dai terribili accadimenti dell'11 settembre. Direttore di un giornale internazionale Jack Elgin si ritrova coinvolto insieme a tutta la famiglia in un dirottamento. L'epilogo è dei più tragici: la famiglia è falciata dalla crudele spietatezza dei terroristi. Tra i pochi sopravvissuti, insieme al figlioletto, il giornalista si rende conto che il suo dolore non sarà onorato dalla giustizia: i terroristi vengono infatti liberati e rimandati in gran segreto nel paese d'origine. Nonostante faccia appello a tutte le sue risorse giornalistiche e politiche Jack Elgin non ottiene alcun risultato. Decide quindi di fare ciò che la giustizia internazionale non ha fatto, e altrettanto implacabilmente si trasforma in giustiziere. Continuamente diviso dal suo innato senso di giustizia, ma anche dall'orrore per la violenza e la freddezza con la quale si trova ad affrontare gli assassini della sua famiglia, Jack troverà un alleato in un agente dell' FBI con l'aiuto del quale riuscirà a venire a patti con se stesso, e affrontare l'ultimo atto della sua vendetta. Regista di "Hamburger Hill" e "Codice Magnum", per non citarne che un paio, John Irvin indubbiamente ama l'azione. Vi è naturalmente portato, ma non sempre riesce ad azzeccare il copione giusto. La convenzionalità di questo è evidente fin dalle prime immagini: una famiglia felice che sorride raggiante davanti ai "capricci" delle figlie adolescenti e che mantiene saldo l'amore l'uno per l'altra anche e soprattutto nel mezzo della tragedia. Il cast internazionale annovera Jeremy Irons e Forest Whitaker tra i protagonisti, ma mentre la parte da leone di Irons segue schemi prestabiliti, sia di copione sia di interpretazione, il povero Whitaker ha un ruolo di spalla al quale malamente si adatta, e il suo aspetto fisico sembra per questo divenire via via più imponente e altrettanto goffo. Per non parlare di Charlotte Rampling protagonista solamente nei titoli di testa, ma con un numero di "comparsate" più vicino al cameo che non all'interpretazione di un ruolo. Sempre tra i protagonisti, almeno nei titoli di testa, il Jason Priestley di "Beverly Hills 90210", o se vogliamo proprio parlare di cinema "Amore e morte a Los Angeles": occhioni blu persi in un faccino un pò gonfio, e poco espressivo. | ||||||
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Il quinto elemento [The fifth element] | |||||
| Uno studioso di archeologia, nel 1914, sta studiando dei geroglifici che lo porteranno a svelare il mistero dei quattro elementi che dominano la terra. Tra le iscrizioni però, viene fatto riferimento ad un quinto elemento ma, a questo punto, un gruppo di misteriosi alieni si impossessa dei geroglifici.. *** | ||||||
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Il risolutore [A man apart] | |||||
| Sean, agente della DEA, combatte con successo il crimine della droga tra la California e il Messico. Quando gli viene uccisa la moglie... --- "Il risolutore" è un altro film che vede protagonista l'ormai consacrata stella di Vin Diesel. Il prestante attore americano, dopo il successo di "Fast and Furious" e "XXX" è alle prese con un personaggio dalle forti connotazioni emotive, sbozzato dalla roccia di cui sembra essere costituito il suo fisico. Diesel è Sean Vetter, un agente della DEA che, assieme alla sua squadra, riesce ad arrestare Guillermo Memo Lucero (Geno Silva, "Scarface") un potentissimo capo di un cartello di narco trafficanti colombiani. Misteriosamente, qualche giorno dopo l'arresto, la giovane moglie di Sean viene uccisa durante un agguato nella propria casa. Sean, aiutato dall'amico e collega Demetrius (Larenz Tate, "Love Jones") inizierà un'indagine per scoprire chi si cela dietro l'omicidio della amata Stacy. I risultati dell'inchiesta, condotta con i metodi non proprio ortodossi di Sean, lo condurranno ad una verità che non sarà così scontata come appariva all'inizio. "Il risolutore" è un discreto action-moovie che, all'azione esasperata preferisce un profilo più intimista puntando sugli aspetti fortemente drammatici della storia. Il regista F.Gary Gray ("Il negoziatore") riesce a spostare il fulcro dell'opera, giustamente, sul personaggio di Diesel più che sulla storia che si racconta. Operazione che gli permette, anche grazie alle buone qualità dell'attore, di creare un significativo livello di empatia tra pubblico e personaggio. Le pecche maggiori, ed è un paradosso per un film che comunque rimane una pellicola movimentata, si registrano proprio nelle scene d'azione che sembrano soffrire di qualche anello mancante, tali da risultare confuse e poco avvincenti. Buona la scelta del resto del cast che annovera ottimi mestieranti come Timothy Olyphant ("Fuori in sessanta secondi"), George Sharperson ("Coming to America") e Juan Fernandez ("Salvador") noto foto modello che ha posato per stilisti dal calibro di Yves Saint Laurent.Il resto è tutto nella norma. Musica appropriata a sottolineare una certa tensione, molte sparatorie e qualche morto di troppo. Un prodotto discreto per glia amanti del genere. La cosa migliore, comunque, rimane Vin Diesel. *** | ||||||
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Il velo dipinto [The painted veil] | |||||
| Il film parla di una storia d'amore ambientata negli anni '20, tra un dottore della classe media ed una donna altolocata, sposatisi per i motivi sbagliati e trasferitisi dall'Inghilterra a Shanghai. Quando lui scopre l'infedeltà della donna, decide di accettare l'incarico in un lontano villaggio della Cina infestato da un'epidemia mortale e porta la moglie con se. Qui avranno l'occasione di analizzare il loro rapporto... *** Penetrante, intensa e acuta analisi sull'Amore: "Il velo dipinto" si presenta come un lungo percorso di crescita interiore per Naomi Watts, qui nei panni dell'acerba Kitty Fane, sposa per comodo al marito Walter, alias Edward Norton, impacciato dottore specializzato in batteriologia. Insieme, i due ci regalano un viaggio straordinario nella Cina degli anni Venti: quella della povertà, delle malattie infettive, delle rivolte e della vita. Il film è un drammatico-sentimentale di quelli che verrebbe da dire "come ce ne sono tanti": e invece non è così, non in questo caso, non quando una pellicola viene illuminata dal talento (vero, non pubblicizzato) di due attori come la Watts (reduce dai calori di King Kong) e Norton (sempre più impegnato a voler interpretare, riuscendoci, qualunque ruolo) capaci di tenere alta l'attenzione del pubblico nel loro lungo percorso verso la comprensione reciproca. Non si può parlare di stereotipo drammatico quando la pellicola presenta un cast tecnico di talento: regia ispirata quella di John Curran, fatta di paesaggi bellissimi e interessanti soluzioni narrativo-visive (inserimento di flash-back, anche se solo inizialmente, e buoni movimenti di camera); sceneggiatura affatto scontata e motivo d'orgoglio per Ron Nyswainer, portato in gloria dal film "Philadelphia"; e musica avvolgente e insinuante, firmata da Alexandre Desplat, perfetta con il ritmo, anche emotivo, del film e che pare non accostarsi ad alcun altro genere. Originali. Tratto dal romanzo del 1925 di Somerset Maugham, "Il velo dipinto" vuole spiegare l'Amore, quello vero, quello silenzioso e immobile della pazienza, della tenacia, della forza del tempo. E lo fa attraverso gli occhi della protagonista Kitty, viziata e aristocratica, che si ritrova suo malgrado in un viaggio ai confini della Cina, nelle terre colpite dal colera. Pur tra alti e bassi (forse troppo lenti alcuni passaggi centrali) il film non scivola mai nel patetico o nel luogo comune, riuscendo a mostrare la sua vera natura psicologica e coinvolgendo pienamente. Sorpresa. "Il velo dipinto" è un film da consigliare, se non per l'originalità allora per l'intento che ha di voler comunicare qualcosa di nuovo, e avvolgente, allo spettatore. Incantato. La frase: "...Quando amore e dovere coincidono, allora la grazia è dentro di te..." | ||||||
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Indagini sporche - Dark Blue [Dark Blue] | |||||
| Il detectetive veterano Eldon Perry (Kurt Russell) e il suo allievo Bobby Keough devono indagare su una serie di delitti inquietanti, cercando di superare ostilità e complicazioni psicologiche... *** Che il titolo sia quello italiano: "Indagini sporche", un chiaro riferimento agli "affari interni" della polizia americana, un pò come quelli "sporchi" di Figgis (1990), o che sia quello americano: "Dark blue", invocando un più scuro colore della divisa del poliziotto, vuoi per il riferimento etico, vuoi per quello razziale, la sostanza rimane la stessa: corruzione, abuso di potere e connivenza sono all'ordine del giorno in quella che potrebbe essere una sorta di mafia "sui generis": la polizia di Los Angeles. Tratto da un romanzo del sempre caustico James Ellroy ("L.A. confidential"), il plot della pellicola di Shelton ("Tin Cup") non si limita a calcare la mano sulla denuncia del fenomeno interno, ma allarga l'orizzonte anche a quello razziale esploso proprio nella Città degli Angeli con l'ormai famigerato pestaggio di Rodney King. Tra verità scomode, qualche spettacolarizzazione ed intrighi a beneficio dello spettatore, Shelton ben scolpisce i suoi personaggi velandoli con l'oscurità delle loro anime.Il film si apre con l'attesa spasmodica del verdetto contro gli autori del pestaggio di King. L'ansia di Eldon Perry (Kurt Russel / "Vanilla sky"), sergente della "squadra speciale", è palpabile e la frenesia dell'uomo si trasferisce nello spettatore grazie ad un montaggio ed una ripresa al limite della nevrastenia. Con un ritmo sempre più incalzante ripercorriamo gli ultimi quattro giorni del sergente Perry e del suo compagno Bobby (Scott Speedman). L'assortimento della coppia ripercorre i sentieri familiari del veterano e della recluta, ma il viaggio iniziatico di Bobby si scontra immediatamente con la dura realtà del distretto dove tutti sono pronti a coprire tutti come farebbe un buon massone. Bobby non ha certo la stoffa del Serpico e quando finisce sotto il torchio della disciplinare e la lente d'ingrandimento del vice capo Holland (Ving Rhames / "Mission Impossible"), preferisce adagiarsi sotto l'ala protettrice di Perry piuttosto che iniziare una crociata. Ma gli eventi sono destinati a precipitare comunque, con il verdetto di assoluzione di King si scatenano i tumulti sia nelle strade che nelle anime dei protagonisti e niente sarà più come prima... Curiosità: Nella scena della sparatoria finale Kurt Russel carica il suo fucile e gli rimangono due cartucce, quando in seguito sale in macchina ha di nuovo la cartucciera piena benché non abbia avuto modo di rimpiazzarla. La chicca: il film ha vinto il "Noir in Festival" 2002. La frase: "Possiamo gestirla da gentiluomini oppure negro contro bianco, quindi rifletti bene e scegli quello che preferisci.""Scelgo nero contro bianco!" Indicazioni:Per chi ama i personaggi "forti" e l'intrigo istituzionale. | ||||||
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Inganni pericolosi [Simpatico] | |||||
| Vent'anni fa Vinnie e Carter sono stati coinvolti in una truffa alle corse di cavalli. Ora Carter è un ricco allevatore e Vinnie un poveraccio; per questo cerca di vendicare il presunto tradimento effettuato dal suo ex amico. *** Vent'anni fa i due grandi amici Vinnie (Nick Nolte, visto di recente in "La colazione dei campioni" e "La sottile linea rossa") e Carter (Jeff Bridges, "Arlington road", "Il grande Lebowski") furono coinvolti in una truffa alle corse dei cavalli con la quale guadagnarono un bel gruzzolo ma che poi distrusse la loro amicizia e la relazione tra Vinnie e Rosie (Sharon Stone, "Basic instinct", "Sfera"). Ora Carter è un ricco allevatore di cavalli che vive nel Kentucky ed è sposato con Rosie, mentre Vinnie passa il suo tempo a bere e a guardare vecchie pellicole dei tempi andati ripensando al presunto tradimento di Carter. Ma quando conosce Cecilia (Catherine Keener, "Essere John Malkovich", "8mm") tutto cambia: si ricorda di Rosie e dei sentimenti che aveva provato prima, così decide che è ora di cambiare vita vendicandosi di Carter, ritrovando Rosie e riconquistandola.Basta una telefonata per far si che Carter lasci tutto, compresa la vendita del suo campione Simpatico, per raggiungere Vinnie a Cucamonga, il luogo in cui erano cresciuti insieme. Quando Vinnie gli racconta dei suoi problemi con la legge che vedono coinvolta una donna, è chiaro quanto l'influenza che ha su Carter sia ancora forte sia a livello emotivo sia per alcune foto compromettenti che un uomo come Carter non vorrebbe vedere pubblicate. Quando arriva a Cucamonga, la trappola è pronta; Vinnie è molto sfuggente e di nascosto segue il percorso del vecchio amico fino a Lexington. Così mentre le vicende delle loro vite si intrecciano, alcuni flashback del passato ci informano sulla loro storia.Diretto da Matthew Warchus (al suo esordio) è un film in cui vengono messi in risalto tradimenti e bugie, elementi su cui spesso si basano sia l'amicizia che l'amore e che portano alla rovina di questi rapporti. Cast di grande valore per questo regista esordiente che deve dirigere quattro attori spesso alla ribalta e più volte candidati anche alla vittoria del premio Oscar. | ||||||
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Insider - Dietro la Verità [The insider] | |||||
| Basato sulla storia vera della causa intentata dal Missisippi e da altri 49 stati americani contro l'industria del tabacco e della sconvolgente intervista fatta a Jeffrey Wigand per il programma televisivo "60 Minutes". ---Jeffrey Wigand (Russell Crowe, "La confidential" e prossimamente protagonista in "Il gladiatore") è stato uno dei testimoni chiave nella causa intentata dal Missisippi e da altri 49 stati americani contro l'industria del tabacco, che si è conclusa con un risarcimento di 246 miliardi di dollari. In qualità di ex capo ricercatore e dirigente aziendale della Brown & Williamson, Wigand incarnava il ruolo del perfetto informatore, ed è stato il primo a svelare i segreti di cui era a conoscenza per via della sua posizione.Lowell Bergman (Al Pacino, che tra poco vedremo anche in "Ogni maledetta domenica") è il reporter investigativo che registrò per il programma televisivo "60 minutes" la famosa intervista con le sconvolgenti rivelazioni di Wigand e che gli organizzò la difesa legale per il processo. Ma prima di mandare in onda il servizio, la CBS, preoccupata dalle recenti disavventure legali della ABC con la Philip Morris, decise di cancellarlo suscitando profondi contrasti nella redazione del programma.Citato in giudizio, bersagliato da una campagna diffamatoria di dimensioni nazionali e abbandonato dalla moglie, Wigand corre anche il rischio di essere arrestato e malgrado si sia esposto tanto non può neanche rendere di pubblico dominio la sua testimonianza. Nel frattempo, Bergman cerca di mettere a tacere la campagna diffamatoria e fa di tutto per costingere la CBS a mandare in onda l'intervista. Wigand e Bergman sono due persone che si impegnano in una lotta che cambierà loro e le loro vite.Diretto da Michael Mann (l'autore di "Heat - La sfida" e "L'ultimo dei Mohicani") il film è tratto da una storia vera che ha movimentato l'America e suscitato numerose polemiche. Girato in diverse città degli Stati Uniti (ma anche in Israele e nelle Bahamas), la realizzazione del set ha impressionato anche il procuratore generale del Missisippi Michael Moore (che nel film interpreta se stesso) per la ricostruzione scenica, per la rappresentazione delle attività giudiziarie e per la preparazione del regista sull'argomento e la sua conoscenza del caso con tutte le sue sfaccettature.Attualmente Wigand che nel 1996 è stato proclamato nel Kentucky insegnante dell'anno, vive in Sud Carolina, mentre Bergman è corrispondente della serie della PBS "Frontline" e insegna giornalismo all'Università di Berkeley. *** | ||||||
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Io e Beethoven [Copying Beethoven] | |||||
| Poco prima della primissima esecuzione della Nona Sinfonia, il maestro Ludwig van Beethoven, é alla ricerca di collaboratori e tra i tanti viene selezionata Anna Holtz, talentuosa allieva del Conservatorio di Vienna. Ma quando le forti personalità di entrambi si scontrano, il maestro umilia l'allieva che decide così di andarsene. Ma quando Beethoven, perde completamente l'udito non potrà fare a meno di richiamarla con se... *** Il Cinema rincorre la Musica nata dal genio di Ludwing van Beethoven: lo segue, lo accerchia, lo acchiappa e infine lo lascia andare verso la libertà morale e creativa, la stessa che ha caratterizzato il maestro. Anna Holts è una copista cui viene affidato, piuttosto fortuitamente, un lavoro importantissimo: affiancare Beethoven nella copiatura degli spartiti per la Nona Sinfonia. L'incontro non è dei più facili, ma tra i due si instaura, a poco a poco, una sintonia e un'affinità elettiva che porterà entrambi ad una nuova consapevolezza di sé. Agnieszka Holland, nota non a tutti per "Il giardino segreto" e "Europa Europa", si lancia in questa produzione ambiziosa quanto ammirevole: realizzare una pellicola sugli ultimi anni della vita di Beethoven, fondendo elementi biografici ad altri romanzati: lo stesso personaggio di Anna Holts ad esempio (interpretata dalla bellissima Diane Kruger) è di pura fantasia, ispirato, semmai, a fatti e circostanze citate poi nella pellicola. Regia di maniera quella della Holland, tutta concentrata ad accompagnare le note del maestro con le immagini, a volte tentando scapestrati "rallenty" in stile video clip. E' però il talento, e una buona dose di esperienza, a salvarla in corner dal precipitare vorticosamente nei campi del cinema sperimentale. Nella scena più importante del film, quella della Nona Sinfonia della durata di quasi dieci minuti, riesce molto bene nel connubio musica/immagine che per tutta la pellicola rimane il leit motiv del suo lavoro. Lucida. Ed Harris grandioso nei panni di Beethoven: interpretazione eccellente e non semplice che riesce a catturare e appassionare, facendo avvicinare lentamente lo spettatore ai turbamenti interiori vissuti dal musicista: molti dei quali, è bene ricordarlo, dovuti alla sua sordità. Sdoppiamento. La musica come voce di Dio, la realizzazione di questa come eco delle sue parole. Beethoven amava scherzare molto con oltraggiosi e blasfemi paragoni tra lui e Dio. Odiava la sua incapacità di ascoltare le sue note, le stesse che nelle ultime opere dichiarerà essere rivolte ad epoche future. Ed era libero, primo musicista in assoluto a non avere obblighi verso clero o signori dell'epoca. Tutti questi elementi, e molti altri, emergono nella pellicola della Holland e il suo "Io e Beethoven" risulta così un complesso affresco storico/musicale. Non perfetto, certo, come la musica del maestro, ma con essa condivide il gusto fine per la libertà. Un'immagine sfuggente come una nota su un pentagramma. Discreto. La frase: "...Sono una persona difficile Anna Holts, ma dopotutto è Dio che mi ha creato così...!" | ||||||
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Jesus Christ Superstar [Jesus Christ Superstar] | |||||
| Una nuovissima versione del musical che è diventato una leggenda. Raccoglie una tra le più belle musiche che Andrew Lloyd Webber abbia mai composto e contiene anche altre canzoni di successo. *** | ||||||
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JFK - Un caso ancora aperto [JFK] | |||||
| 1963.Si indaga sull'omicidio del presidente Kennedy. Il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, non é convinto sulla tesi che vede Lee Oswald unico colpevole ma al contrario, crede in un complotto in cui sono implicati mafia, Cia, servizi segreti e governo americano. Inizia così una lunga indagine alla ricerca delle prove. *** | ||||||
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Jimmy Neutron - Ragazzo prodigio [Jimmy Neutron, Boy Genius] | |||||
| Film realizzato con l'animazione digitale in 3D, racconta le avventure del giovane Jimmy Isaac Neutron che, per sfuggire alla noia del paesino in cui abita, si diverte ad inventare pupazzi e gadget quanto mai fantasiosi: da un cane più fedele ed ubbidiente di uno in carne e ossa, alla bibita rinfrescante "tuttirutti", dalle piante mangiabambine ad un satellite costruito con un tostapane. Quando gli alieni rapiscono tutti i genitori dei suoi compagni di scuola, sarà proprio lui a guidare la spedizione per riportare tutti gli adulti a casa sani e salvi. Film semplice ma godibile, con alcune trovate divertenti e fantasiose, consigliato soprattutto a un pubblico di bambini. *** Terzo candidato agli Oscar dopo "Monsters & Co." e "Shrek" (ma come è potuto succedere?), "Jimmy Neutron" segna l'inizio della produzione interamente digitale anche per la Nickelodeon. Scene illuminatissime, colori sgargianti e caramellosi e un tratto inconfondibilmente anni '50 caratterizzano questa produzione che più che da cartoon sembra adatta a un videogioco interattivo di quelli che si fanno al telefono durante i programmi per bambini. Jimmy è odioso almeno quanto Alice, uno di quei bambini saputelli che fanno saltare i nervi solo a guardare i loro occhietti impertinenti. Alcune battute, comunque, restano di una irrefrenabile ilarità, demenziali e genuine, dal gusto tutto americano che ha preso ormai da tempo piede anche da noi. La sequenza in cui i bambini di Retroville (città-paese dei balocchi, dove tutto è a portata di bambino, colorato, tondeggiante e sono disponibili i giocattoli dei nostri genitori insieme alla Playstation e ai cellulari) si ritrovano senza genitori e fanno festa è una sequela di 'chicche' esilaranti. Ma poi, alla fine, tutto è un po' troppo 'politically correct'. E, mi sia concessa una domanda: come fanno i bambini a respirare nello spazio senza le maschere ad ossigeno? | ||||||
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John Rambo [Rambo] | |||||
| Dopo gli ultimi scontri che l'hanno visto protagonista, John Rambo (Sylvester Stallone) si è ritirato nella Tailandia settentrionale, dove lavora su un battello sul fiume Salween al confine tra la Tailandia e la Birmania, a poca distanza dal conflitto tra i birmani e la popolazione perseguitata dei Karen, dove la guerra civile più lunga al mondo è arrivata al suo sessantesimo anno. Rambo conduce una vita solitaria nelle montagne coperte dalla giungla, pescando e catturando serpenti velenosi da vendere, e ha abbandonato da molto tempo i combattimenti, limitandosi a osservare questa regione straziata dalla guerra. Tutto cambia quando un gruppo di missionari cerca la "guida americana del fiume". Sarah (Julie Benz) e Michael Bennett (Paul Schulze) avvicinano Rambo e gli spiegano che i militari birmani hanno riempito di mine i sentieri rendendo troppo pericoloso viaggiare via terra. Così, gli chiedono di guidarli nel fiume Salween e di lasciarli alla loro meta, in modo da poter fornire scorte di medicinali, cibo e bibbie alla popolazione perseguitata dei Karen che abitano sulle colline. Dopo aver inizialmente rifiutato di spingersi fino in Birmania, Rambo accetta di accompagnarli in un luogo prestabilito. Due settimane più tardi, il pastore Arthur Marsh (Ken Howard) rivela a Rambo che i missionari non sono tornati, che sono stati fatti prigionieri in un campo militare birmano e che stava assumendo un gruppo di mercenari (Graham Mctavish, Matthew Marsden, Tim Kang, Rey Gallegos e Jake La Botz) con l'obiettivo di recuperarli e riportarli a casa. Anche se la riluttanza di Rambo per la violenza e il conflitto sono evidenti, lui sa di dover dare una mano ed accetta di portare i mercenari su per il fiume fino alla zona sconvolta dalla guerra. Quello che ne consegue è una discesa all'inferno sulla Terra. *** L’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan lo scelse come simbolo, tanto che venne in seguito promosso ad eterno eroe americano. E’ John Rambo, il guerriero ferito ma letale che si scaglia contro l’oppressione e l’ingiustizia, l’emblema del soldato forte e vulnerabile, il reduce dal Vietnam che, insieme al pugile Rocky Balboa, contribuì in maniera fondamentale ad alimentare il successo dell’attore e regista Sylvester Stallone, il quale lo interpretò per ben tre volte, sotto la regia di Ted Kotcheff (“Rambo”, 1982), George Pan Cosmatos (“Rambo 2-La vendetta”, 1985) e Peter MacDonald (“Rambo 3”, 1988). Lo stesso Sylvester Stallone che ora, complice l’epoca del restyling delle icone di celluloide, si occupa personalmente di riportarlo sullo schermo, ponendosi sia davanti che dietro la macchina da presa, in una quarta avventura ambientata nella zona del fiume Salween, al confine tra la Tailandia e la Birmania, dove, a poca distanza dal conflitto tra i birmani e i Karen, l’ex guerrigliero conduce una vita solitaria lavorando su un battello lontano dai combattimenti. Sempre più silenzioso e riflessivo, almeno fino al momento in cui si trova costretto ad affiancare un gruppo di mercenari, incaricati di trarre in salvo dei missionari finiti prigionieri in un campo militare birmano. Momento che, in realtà, sia il fan che lo spettatore ordinario attendono più di ogni altra cosa, al fine di vedere di nuovo in azione uno dei beniamini cinematografici che hanno accompagnato la crescita di tanti trentenni d’inizio millennio, il quale non solo ha fatto del machismo e della fisicità le sue principali armi, ma ha anche finito per incarnare, più o meno involontariamente, i diversi andamenti politico-bellici degli Anni Ottanta. Anni propinatori di tanti discutibili war-movie a basso costo, d’ispirazione palesemente rambiana (si pensi ai film di Ciro H. Santiago, David A. Prior e il nostro Bruno Mattei), di cui sembra quasi di rivedere, in maniera nostalgica, il lato exploitation filtrato attraverso uno script – per mano dello stesso Stallone in coppia con Art Monterastelli – abilmente costruito sulla tensione e su spettacolari sequenze di scontro a fuoco magistralmente dirette, tra crudi massacri d’innocenti ed abbondanti dosi di riuscitissimi effetti splatter. Per una violenza che, nonostante le esagerazioni, non risulta mai sfruttata in maniera gratuita, permettendo al nuovo John Rambo di apparire più feroce, più sanguinolento e, proprio per questo, più realisticamente vicino alla traballante situazione a stelle e strisce (e non solo) post-11 settembre, pur continuando a mantenere fedelmente gli inconfondibili ed incancellabili connotati del succitato eroe reaganiano; per intenderci, quello che non esita a sfornare memorabili frasi ad effetto del calibro di: “Quando sei costretto, uccidere è facile come respirare”. La frase: - "Vivere per niente o morire per qualcosa, scegliete voi" - "Tu che cosa scegli?" - "Muoviamoci" | ||||||
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Killing me softly [Killing me softly] | |||||
| Una bella ricercatrice londinese viene coinvolta in una storia d'amore con un misterio e bel montanaro che però sembra avere dei segreti nascosti... *** | ||||||
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La cosa più dolce [The sweetest thing] | |||||
| Christina ha deciso di chiudere con gli uomini, perchè i suoi corteggiatori sono sempre stati uno peggio dell'altro, finchè non incontra Peter... *** L'intento di Nancy Pimental, sceneggiatrice del film, era quello di creare una commedia dissacrante vista con l'occhio della donna. Una sorta di "Sex and the City" con protagoniste più giovani. Il risultato è all'insegna del pecoreccio più triste e squallido, che ricorda i fasti dell'Alvaro Vitali nazionale di settantina memoria. Dietro la macchina da presa troviamo un Roger Kumble, già specializzato nelle pellicole di genere ("Cruel Intentions", la rivisitazione in chiave moderna di "Le Relazioni Pericolose"), un onesto mestierante a cui non si può certo chiedere di trasformare in capolavoro una sceneggiatura simile. Indubbiamente alcune gag strappano il sorriso, se non proprio la risata, ma sono perle rare all'interno di un contesto talmente desolante da lasciare più allibiti che altro. Le tre inseparabili amiche Christina (Cameron Diaz / "Gangs of New York"), Courtney (Christina Applegate / "Il grande colpo") e Jane (Selma Blair / "La rivincita delle bionde") sono ormai addivenute alla consapevolezza che gli uomini vanno semplicemente spremuti e sfruttati. Niente relazioni stabili, niente impegni morali, ma soltanto sesso quando serve e chi se ne infischia se qualcuno può restarci male. L'equazione sembra perfetta finché Christina, la più agguerrita di tutte, non incontra Peter (Thomas Jane / "Boogie Nights") un uomo che non solo sembra non essere interessato a lei, ma addirtittura la considera una sorta di "vipera". Come sempre accade l'iniziale disinteresse reciproco si tramuta nell'esatto opposto, soltanto che Christina non ha nessun appiglio per ritrovare il bel Peter, tranne una piccola traccia: il luogo del prossimo matrimonio del fratello. Inizia così un viaggio alla ricerca della cosa più dolce... l'amore.L'unica cosa dolce che troverete nel film la potrete acquistare al bar del cinema in cui lo vedrete. Battute al vetriolo e situazioni spinte sono la spina dorsale di questo film, peccato che potrebbero far ridere soltanto un tredicenne. La pellicola che vorrebbe collocarsi a cavallo tra l'acume di Woody Allen, la commedia stile "Serendipity" e la smargiassata all'"American Pie" risulta un ibrido imbarazzante. Che dire dei cinque minuti di musical delle protagoniste incentrati sul membro maschile o della gag con un motociclista che ricorda il Buster Keaton del secolo scorso? Salviamo un paio di sketch tra cui quello della tintoria ed il "duello" con le mazze da golf, insieme a dei titoli di coda un minimo accattivanti e alla sfilata-citazione di alcuni personaggi incredibili (tra cui la Madonna di "Cercasi Susan disperatamente", l'Olivia Newton John di Grease e la Jennifer Beals di "Flashdance"). Alla fine non resta che chiederci: "Che mi racconti?". Curiosità: il ragazzo che Courtney (Christina Applegate) rimorchia in discoteca, quello vestito di pelle per intenderci, è Johnathon Scaech, il marito. | ||||||
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La dolce vita [La dolce vita] | |||||
| Roma anni '60. Massimo giornalista di un rotocalco scandalistico, si trova in mezzo ai vizi e scandali di quella che era definita "la dolce vita" dei divi del momento. *** | ||||||
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La donna del tenente francese [The French Lieutenant's Woman] | |||||
| Nell'Inghilterra della regina Vittoria (1867), una donna troppo libera sconvolge la vita di un ricco gentleman. Una coppia di attori dei nostri tempi segue le loro tracce. L'amore è soltanto follia (Shakespeare). Da un romanzo (1969) di John Fowles, sceneggiato da Harold Pinter su doppio binario: 1867 e giorni nostri. Suggestiva musica notturna di un quartetto per due voci. La Streep con capelli fulvi è più che brava: ha già l'aureola della star. Fu la sua prima nomination all'Oscar.di Laura, Luisa e Morando Morandini *** | ||||||
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La fiera della vanità [Vanity Fair] | |||||
| Dopo aver vinto il Leone d'oro della 58° edizione della mostra con Monsoon wedding, l'indiana Mira Nair, ci riprova. Questa volta porta sulla scena una storia in costume, di quelle che hanno sempre qualche difficoltà a farsi apprezzare dal pubblico. Diciamo subito che in questo caso non è così. Le oltre due ore di pellicola scorrono piacevolmente fra situazioni divertenti, irriverenti, e a tratti anche drammatiche. La regina incontrastata della scena è l'ex avvocatessa in rosa Reese Witherspoon che regala al personaggio di Becky Sharp, un'attualità ed una freschezza che forse mai aveva avuto. Tratta dal romanzo "La fiera delle vanità" di William Makepeace Thackeray, la sceneggiatura è stata leggermente riadattata per renderla più snella, ma con questo non ha perso quella forza che da sempre ne ha segnato la fortuna. Figlia di una cantante d'opera francese, morta prematuramente, e di uno squattrinato pittore inglese Rebecca Sharp cerca fin da bambina il suo riscatto sociale. Dopo aver frequentato l'accademia di Miss Pinkerton e aver appreso le buone maniere, la sua ascesa nella buona società inglese del XIX secolo inizia con un lavoro come governante presso l'eccentrico sir Pitt. In breve Becky viene considerata indispensabile tanto da dover seguire la ricca zia Matilda a Londra. Qui la ragazza conosce Rawdon, secondogenito di sir Pitt e nipote preferito di Matilda, la quale, quando scopre che i due si sono segretamente sposati non esita a cacciarli di casa. Nel frattempo Napoleone invade l'Europa e Rawdon deve partire mentre Becky mette al mondo il loro bambino. Il periodo successivo alla guerra, è segnato da una grave indigenza e Becky, più che mai determinata nel perseguire il suo intento, scende a patti con il marchese di Steyne. Per un po' sembra che tutti i suoi sogni si possano avverare, ma quando arriva la resa dei conti, il costo da pagare si rivela essere troppo alto. Becky Sharp è un personaggio moderno, attuale. E' una donna che lotta con fermezza e risoluzione pur di raggiungere i propri obiettivi. E' cosciente della propria bellezza e della propria forza morale, per cui procede spavalda in un mondo che normalmente non lascia alle donne neppure l'opportunità di pensare con la propria testa. Attraversa il suo tempo riuscendo a restare integra, non scendendo mai a compromessi e non appartenendo mai a nessuno se non a sé stessa. Ama in maniera viscerale e incondizionata il suo uomo, ma non per questo rinuncia alla propria personalità. Ha il coraggio di fare delle scelte estreme, di esporsi alle critiche della gente, di rinunciare anche a suo figlio pur di ottenere ciò che più desidera. E questo non le toglie neppure un briciolo di femminilità e dolcezza. L'influsso delle origini della regista sono presenti e quasi palpabili, ma non disturbano assolutamente la trama del film, anzi contribuiscono a renderla più affascinante e ammaliante. L'attrattiva che l'India e la sua cultura riuscivano a suscitare nella società inglese del 1800 viene resa magnificamente attraverso le musiche, le danze ed i magnifici colori che quasi esplodono sullo schermo. *** | ||||||
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La giusta causa [Just Cause] | |||||
| Accusato di aver stuprato e ucciso una bambina, Bobby Earl Ferguson viene condannato a morte. Quando però prende in mano il caso Paul Armstrong, celebre docente di diritto penale, scopre che Bobby é innocente e che il vero colpevole si trova già in carcere, però sulla sua srada trova un ostacolo.. *** | ||||||
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La leggenda di Al, John e Jack [La leggenda di Al, John e Jack] | |||||
| New York 1959. I tre gangster Al, John e Jack hanno il compito di uccidere Frankie per conto del boss. Sbagliano bersaglio e il boss da a loro un'altra possibilità: tenere d'occhio una persona a lui cara. Ma la fortuna non è dalla loro parte.... *** L'ultimo attesissimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, scritto e diretto assieme Massino Venier, inizia citando esplicitamente "Vertigo" (Hitchcock) finisce con scene che ricordano chiaramente "Toro scatenato" (Scorsese), passando per un evidente omaggio ad uno dei maggiori artisti comici del muto, Buster Keaton. Tutto questo mentre si racconta la storia di tre mezze tacche del mondo della mafia newyorkese negli anni '50. Al, John e Jack sono al soldo di un capo gangster (Aldo Maccione) per il quale devono compiere i soliti lavoretti di routine, come riscuotere il pizzo, incendiare un negozio o, se sei più fortunato, eliminare qualche scomodo rivale. Ma i tre sono maldestri e pasticcioni e durante l'esecuzione di uno di questi gravosi compiti (scarrozzare l'anziana zia del boss per New York...) compiono un errore fatale che gli scatenerà contro l'ira del loro capo. Il film risulta senz'altro piacevole ed in linea con la freschezza ed originalità comica alla quale i tre cabarettisti ci hanno abituato, oltre che nelle loro apparizioni televisive e teatrali, anche nelle loro precedenti tre fatiche cinematografiche. L'opera è frutto di uno sforzo produttivo tutto sommato inedito per la nostra cinematografia. Sono stati spesi oltre 15 miliardi di vecchie lire per la produzione e questo si vede nelle belle ed accurate scenografie di Eleonora Ponzoni, nell'uso dei sui luoghi reali dove si svolge l'azione come location, nella scelta di un casting di buon livello (da Aldo Macione ad Antonio Catania, da Ivano Marescotti ad Antonio Esposito). Il ventre molle dell'opera è però nella narrazione che accusa troppo spesso delle cadute di ritmo che allentano la tensione narrativa acuendo quella spiacevole sensazione di slegamento che troppe volte abbiamo avuto dalla visione di film italiani interpretati da comici che provengono dal cabaret. Si ha l'impressione, ed è un peccato perché in "Chiedimi se sono felice" sembrava si fosse fatto un sostanzioso passo avanti, che il collante creativo che dovrebbe giustificare l'esistenza delle divertenti gags che costellano il film, ad un certo punto si esaurisca, facendo venir meno l'unità narrativa della storia. Si ride delle scenette, alcune anche esilaranti, ma si rimane con una sgradevole sensazione di incompiutezza che, forse, l'affiancamento in sede di scrittura di uno sceneggiatore "professionista", potrebbe contribuire ad eliminare.Comunque, non vi preoccupate, perché "La leggenda di Al, John & Jack" è un film divertente e vale gli euro che spenderete per il vostro film natalizio. Una battuta tra le altre: "Ti daranno il Premio Nobel per la mafia! E se non te lo daranno è perché è tutto un magna magna !" | ||||||
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La maga delle spezie [The Mistress of Spices] | |||||
| Tilo è un'indiana "Maga delle spezie" trapiantata in California. Nella sua bottega s'intrecciano storie di donne maltrattate e poi fuggite, di bambini emargnati, di uomini che rischiano la vita. Per ognuno di loro Tilo ha in serbo un piccolo efficace incantesimo: cannella per trovare il sostegno, coriandolo per vedere chiaro, trigonella contro la discordia, zenzero per il coraggio. Tilo sembra la padrona di tutti i destini... ma non ha fatto i conti con l'amore. --- Tilo è arrivata negli Sati Uniti dalla lontana India. La ragazza gestisce un negozio a San Francisco dove vende spezie, ma ha anche un potere, una specie di sesto senso, che le permette di vedere quali sono i desideri dei suoi clienti e ad ognuno di loro sa dare la spezia più adatta a far si che questo desiderio si avveri. Per conservare questo dono c'è un però prezzo da pagare: Tilo non può toccare, ne amare, un altro essere umano. Un giorno nel suo negozio entra Doug, un affascinante e misterioso americano... --- *** | ||||||
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La Marcia dei Pinguini [La marche de l'empereur] | |||||
| Nell'oceano, il pinguino imperatore assomiglia più ad un delfino che ad un uccello. Potente, fluido, con un colpo di reni viene fuori dalle profondità come un siluro, scivola con destrezza sul ghiaccio, si rialza e finisce per mettersi in piedi sulle zampe. Trasformatosi in camminatore maldestro, l'uccello si trova ormai alla mercé del minimo ostacolo. Quale ragione o quale destino spinge dunque questo buffo uccello a lasciare l'acqua ghiacciata nella quale si muove con tanta grazia? Una sola, primordiale ed essenziale: la sopravvivenza della propria specie. Ma nell'Antartico i luoghi eleggibili sono rari poiché d'inverno, per un'ampiezza che va dai 100 ai 200 chilometri intorno al continente, il mare ghiaccia. Da una parte c'è il nord (il mare ghiacciato, l'oceano e il suo cibo), dall'altra c'è il sud (la banchisa, deserta ma stabile). Tra i due, c'è l'imperatore che cammina. Che cammina d'inverno attraverso centinaia di chilometri di pericoli. Che cammina senza posa tra il cibo e il suo piccolo che ha fame… La Marcia dei Pinguini racconta quest'epopea... *** "La marcia dei pinguini" emana il grande amore per la Natura che contraddistingue la carriera di Luc Jacquet. Formatosi in biologia animale ed ornito-ecologia polare, egli è redattore di una rivista, fotografa, effettua riprese dal '92 perlopiù sul regno della fauna. Per caso gli si offrì l'occasione di diventare ricercatore sui ghiacci, cosicché ha fatto dieci giorni di formazione al 35 mm e da dodici anni continua a fare spola con una base antartica. Quattro anni fa Jacquet iniziò a scrivere questa storia, suscitando l'interessamento immediato e senza riserve dei produttori. Poi in corso d'opera, di comune e tacito accordo, il progetto si è trasformato da documentario per la televisione a lungometraggio. Un'avventura durata un anno, per 120 ore di girato. Egli definisce la specie protagonista della pellicola - il pinguino imperatore - un popolo "maledetto": per trovare un luogo riparato adatto a riprodursi affronta il deserto polare, al confine della vita. In una sorta di azione coordinata, i pinguini "sbarcano" tutti nell'arco di tre giorni, finchè uno comincia a camminare, ed è il segnale. Guidati da campi magnetici terrestri ed astri nel cielo, essi marciano 20 giorni anche per 200 chilometri, raggiungendo dalla notte dei tempi sempre la stessa meta. Deposte le uova, le femmine ripartono a cercare cibo ed i maschi covano per due mesi, in un inverno dalla temperatura fino a - 100° tra nevicate, tormente di vento, buio, fame e predatori di pulcini alla schiusa. Per resistere in tali condizioni si ammassano, e per non lasciare sempre gli stessi all'esterno, lentamente il gruppo ruota a spirale. Molti di loro non sopravvivono, ciò spiega il dislivello numerico tra i sessi e i duelli tra femmine per conquistare un compagno. Non solo, ma se muore il proprio piccolo, alcune impazziscono e cercano di sottrarne uno alle altre. In una vera e propria Odissea, ci conduce insieme a loro una musica di echi e suoni cristallini davanti alle distese bianche, di trombone quando sottolinea la goffaggine, di delicata e sensuale voce femminile (Emilie Simon) nella danza nuziale. | ||||||
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La promessa [The Pledge] | |||||
| Jerry Black è un ex sceriffo del Nevada ormai ritiratosi dall'attività. La sua unica ragione di vita ora è mentenere la promessa che fece alla mamma di una giovane vittima uccisa da un misterioso uomo: catturare l'assassino. --- Un cacciatore è disposto a tutto pur di catturare la sua selvaggina? Può trasformarsi in preda? Il Detective Jerry Black (Jack Nicholson / "Qualcosa è cambiato"), alle soglie della pensione, ha un ultimo caso per le mani. Una bambina di nove anni è stata violentata ed assassinata da un maniaco. Ha promesso ai genitori che troverà il colpevole e una promessa è una promessa. Jerry è un appassionato pescatore, quindi non gli manca certo la pazienza ed armato di questa, del suo fiuto, che non è certo sparito solo perché è ormai in pensione, e di una determinazione pressoché incrollabile, intraprende la sua personale crociata.Null'altro si può dire sulla trama di un thriller decisamente psicologico. Sean Penn ("Tre Giorni per la Verità") alterna momenti eccellenti ad alcune cadute di stile sia sul piano dei contenuti, sia soprattutto su quello del ritmo. Il giudizio finale non può che essere comunque positivo; Penn ama esplorare territori nuovi e porsi sempre da un'angolazione diversa da quella più ovvia e scontata, forse anche per questo il sodalizio con Jack Nicholson sembra essere particolarmente armonico. Sul "vecchio" Jack non c'è molto da dire, le sue performance sono sempre di ottimo livello, tanto più se si deve calare nei panni di un personaggio incalzato dalle ossessioni. Robin Wright Penn ("Le parole che non ti ho detto") è come il vino, migliora con il passar del tempo, e la troviamo, quasi irriconoscibile, impegnata in un personaggio molto sofferto.I comprimari, tutti in ruoli quasi cameo, sono anche loro figure dotate di un carisma fortissimo: Sam Shepard ("Codice: Swordfish"), Vanessa Redgrave ("I Bostoniani"), Benicio del Toro ("Traffic"), Helen Mirren ("Excalibur") e Mickey Rourke ("Get Carter"). La frase: "Ho fatto una promessa Erik, tu hai l'età per ricordarti di quando questo contava." Curiosità: La segretaria di Jack Nicholson, in apertura, è la madre di Sean Penn. Indicazioni:Per chi sa apprezzare un thriller drammatico più d'atmosfera che d'immagine. *** | ||||||
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La ragazza con l'orecchino di perla [Girl with a pearl earring] | |||||
| Dal romanzo di Tracy Chevalier, Griet e una ragazza di campagna che dopo una tragedia famigliare è costretta a lavorare come cameriera nella casa del pittore Johannes Vermeer. Alla fine diventa la modella di uno dei più famosi lavori del pittore. *** Ancora una volta la letteratura ispira il cinema e, nel caso dell'ormai celebre romanzo dell'americana Tracy Chevalier persino prima della pubblicazione. L'immaginaria storia romantica e soave della pura e silenziosa tenerezza tra il pittore Jan Vermeer e la servetta Griet, ha fatto ormai il giro del mondo realizzando uno straordinario numero di vendite. A due anni dalla sua pubblicazione se ne ripropone la vicenda grazie alle immagini "dipinte" - è proprio il caso di dirlo - da Peter Webber. Il regista inglese introduce immediatamente nelle atmosfere quotidiane che l'arte olandese del XVII riproduceva con fedeltà ed intensa compenetrazione. Rasserenano subito le prime inquadrature della paziente e lenta preparazione delle verdure di Griet, nel giorno della sua partenza per Delft, per andare a servire nella casa del pittore. È il 1665, l'inverno è alle porte e la vita nella casa dell'artista è dura e faticosa. I soli momenti di requie Griet li trova proprio nello studio quasi sospeso nel tempo, dove deve spolverare senza spostare neppure d'un millimetro gli oggetti. Il pittore olandese scopre in quella giovane silenziosa e seria, la sola persona della casa a comprendere i segreti dell'arte della composizione e del colore, e con lei costruirà un'insolita ma intensa corrispondenza di sensi e di intelletto.Se non fosse perché per tutta la durata del film si ha la sensazione di trovarsi all'interno dei quadri del Maestro di Delft, il film sarebbe abbastanza noioso. In fondo la storia è quasi impercettibile, e se nel libro le parole riuscivano in qualche modo a sostenerne la mancanza, l'adattamento cinematografico ne mostra con maggior evidenza l'inesistenza. Oltre ad aver scelto un'interprete davvero straordinaria in Scarlett Johansson, che i silenzi della protagonista riesce a trasformare in dialoghi sommessi, Peter Webber gioca a ricostruire le opere degli artisti di quell'epoca definita l'Età dell'Oro dell'Olanda, lasciando che la luce delle candele o quella del giorno che i vetri piombati delle finestre lasciano entrare, si muova liberamente nascondendo o rivelando dolcemente gli interni ammobiliati con semplicità e le figure che vi si avvicendano. Purtroppo non c'è altro, oltre alla composizione e alla luce sostenuta dalla fotografia di Eduardo Serra, al volto eloquente ed incisivo della Johansson e alla musica composta dal francese Alexandre Desplat, tutti elementi che però non riescono a rendere sufficientemente appassionante la pellicola. | ||||||
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La scelta [Torn Apart] | |||||
| La dottoressa Vicki Westin cerca al meglio delle sue forze di salvare i propri pazienti, ma non sempre la medicina è sufficiente. Il padre di un uomo che Vicki ha avuto in cura, impazzito dal dolore, sceglie di vendicarsi su di lei - e indirettamente sul sistema sanitario nazionale - sequestrandole il marito e la figlia. A Vicki vengono concesse 48 ore di tempo per decidere chi tra i suoi cari potrà sopravvivere al rapimento: ma la dottoressa non è il tipo che si arrende facilmente, e infatti si lancia in una corsa contro il tempo per risalire all'identità del persecutore e fermarlo prima che metta in atto i suoi folli propositi... *** | ||||||
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La settima profezia [The Seventh Sign] | |||||
| Una giovane donna sta portando a termine la sua gravidanza quando si rende conto, in seguito a una serie di fatti inspiegabili ma inconfutabili, che dovrà sostenere una parte terribile in un futuro molto vicino, dopo che la Terra sarà stata sconvolta da un olocausto che segnerà la sua distruzione. Demi Moore è l'attrice di Ghost. *** | ||||||
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La Sottile Linea Rossa [The Thin Red Line] | |||||
| Una pagina di storia vera. Un gruppo di fucilieri americani è in lotta con le truppe giapponesi, durante la seconda guerra mondiale, per la conquista dell'isola di Guadalcanal. *** Tratto da un romanzo di James Jones (l'autore di "Da qui all'eternità"), e già girato nel 1964, il film ha il suo punto di forza nella caratterizzazione dei personaggi, e nelle loro piccole storie che si incrociano e si scontrano con la Storia. È quasi una cronistoria autobiografica, visto che l'autore è stato d'istanza con un'unità dell'esercito in Guadalcanal.Ambientato durante la seconda guerra mondiale, "la grande guerra", quando gli americani combattevano contro i giapponesi una delle più cruente battaglie per la conquista di Guadalcanal, nel Pacifico meridionale. Una delle battaglie chiave della seconda guerra mondiale, che riuscì a cambiare le sorti della guerra nel Pacifico, ma che fece registrare un numero enorme di perdite.La storia parla di un gruppo di soldati americani, la compagnia charlie, che deve conquistare la collinetta sotto il controllo dei giapponesi, a cominciare dal loro sbarco nell'isola fino alla partenza dell'ultimo sopravvissuto. Ma in primo piano non è solo la guerra sotto il suo profilo prettamente "fisico", ma soprattutto la sua componente psicologica, i pensieri e le paure di questi uomini che si trovano di fronte alla morte.Nel film vengono analizzate le riflessioni degli uomini sulla guerra, sul proprio ruolo come cittadini americani, come difensori della patria, ma anche come Uomini. Il film è in un certo senso avvincente, ma non per un fatto tecnico o puramente cinematografico; colpisce perchè obbliga a riflettere, non si può non immedesimarsi nei soldati, anche se non si è mai presa un'arma in mano. Può in un certo qual modo apparire lento, ma quello che scorre realmente sono le anime dei personaggi, non i loro fatti.Un cast straordinario, pieno di nomi famosi come Sean Penn, Bill Pullman, John Travolta, George Clooney, John Cusack, Nick Nolte, per descrivere diversi tipi di personalità: tra cui ambiziosi colonnelli e sergenti cinici, studentelli alla prima battaglia e uomini già esperti nell'arte della guerra, tutti uniti da una comune tragica esperienza.Lo sfondo naturale della storia è rappresentato da una natura che si impone con tutta la sua forza, con tutta la bellezza delle isole Salomone. | ||||||
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La sposa cadavere [Corpse Bride] | |||||
| Per chi ha atteso ben dodici anni il nuovo lavoro in plastilina di Tim Burton dopo essere stato incantato da "Nightmare before Christmas", l'approccio a "La sposa cadavere" non può che partire da un pregiudizio così positivo che la delusione è dietro l'angolo… Victor è stato promesso sposo a Victoria (insomma sono destinati ad essere la coppia Victor-Victoria...). A combinare questo matrimonio sono state le due famiglie, una intenta a conquistare un titolo nobiliare, l'altra a rimpinguare le proprie casse ormai ricche giusto di ragnatele. Il giorno prima della cerimonia Victor prova il testo della promessa di matrimonio camminando per il bosco. Una giovane defunta lo ascolta e lo prende sul serio… Senza fare troppi giri di parole diciamo subito che "La sposa cadavere" è un altro, grandissimo film di Tim Burton. Non vorremmo cadere nella trappola dei superlativi (bellissimo, eccezionale, magnifico, etc etc), passiamo quindi ad un'analisi più specifica del lavoro. L'idea iniziale nasce da un'antica fiaba ebraica russa. Di questa Burton prende giusto l'osso della trama, perfetta per mostrarci i suoi mondi dark. Come un marchio di fabbrica è riconoscibile il suo gusto per le ambientazioni gotico-vittoriano, dove gli edifici tendono all'imponenza e le ombre surclassano le luci. E se il triste blue (che in inglese significa tristezza) domina il mondo dei vivi, giù negli inferi i colori abbondano. Scheletri, corpi putrefatti, animali in libera uscita cantano e ballano come in superficie nessuno osa fare. E se riescono a liberarsi di ciò che li tiene legati ancora alla terra è per diventare farfalle (in greco. anima e farfalla si dicono entrambe "psiche") Burton, come è solito fare quando tratta di fantasmi e maschere, si diverte a capovolgere il pensiero comune. Era successo in Beetlejuice - Spiritello porcello (di cui cita la scena della cena con i mostri che appaiono dietro ai commensali) dove "gli sposi cadaveri" avevano più amore dei traslocanti cittadini, era accaduto nei suoi due "Batman" dove Joker e Mister Penguin primeggiavano in simpatia sull'uomo pipistrello e nuovamente per l'Edward dalle mani di forbice, visto da tutti come un mostro, ma molto più umano di qualsiasi persona "normale". Ciò che dovrebbe essere horror non spaventa, ma diverte. Al massimo, commuove…Burton e la sua fantasia ci riportano infatti bambini, e così anche la più semplice storia d'amore finisce per farci scendere giù per il viso quella tenera lacrima che solca le guance come su di uno strato di zucchero a velo. Spolveratelo, è magia… La frase: "E' bello da mozzare il fiato…Se solo lo avessi!". *** | ||||||
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La stangata [The sting] | |||||
| Negli anni trenta i gangster dominano la scena, ma Henry e Jonny invece della pistola preferiscono usare l'astuzia. Organizzano così una colossale truffa ai danni del boss locale che ci rimetterà un sacco di dollari.. *** | ||||||
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La storia del cammello che piange [Die Geschichte vom weinenden Kamel] | |||||
| Primavera nel Deserto dei Gobi, Mongolia del sud. Una famiglia di pastori nomadi aiuta a far nascere i cammelli del loro branco. Uno dei cammelli ha un parto terribilmente difficoltoso e doloroso ma, con l'aiuto della famiglia, viene alla luce un bellissimo cucciolo bianco. Nonostante gli sforzi dei pastori, la madre rifiuta il nuovo nato, negandogli brutalmente il suo latte e l'amore materno. Quando tutte le speranze per il piccolo sembrano essere svanite, i nomadi inviano due dei loro bambini nel deserto, in cerca di un musicista… *** La Fandango crede talmente nella nuova tendenza espressiva del documentario, non più informazione televisiva, ma mezzo puramente cinematografico, da aver creato una società appositamente preposta alla scoperta e alla distribuzione nei circuiti nazionali dei migliori documentari in circolazione, la FandangoDoc. E dopo il fracassone "Supersize me", arriva così in Italia questo strano connubio di una tesi di laurea di un italiano in Germania (Luigi Falorni), e l'amore di una mongola (Byambasuren Davaa) per il suo popolo. "La storia del cammello che piange" parla si della travagliata infanzia di un piccolo puledro rifiutato dalla madre, ma ci racconta, anche e soprattutto, i costumi, le tradizioni e le storie di una gente lontana anni luce dall'idealtipo dell'uomo occidentale. I due registi riescono a imprimere una splendida naturalezza alle scene di vita quotidiana che chiedono appositamente di svolgere ad una famiglia nomade ad uso e consumo dello spettatore. Il risultato è una nascosta simbiosi tra l'universo tecnico e tecnologico di chi riprende, e la vita semplice e naturale di chi è ripreso. Il che rende tutta la narrazione fluida, gradevole, priva di quelle sacche di momenti morti che, spesso, sono il difetto/problema principale per un documentario. Il film scorre agevolmente non centrando il discorso sull'effettiva storia del piccolo cammello bianco, ma usandola come pretesto per descrivere una realtà lontana. Sorprende l'audacia di alcuni campi e inquadrature, che vengono enormemente aiutate da locations mozzafiato. Falorni e la Davaa non insistono (a ragione) sulla sofferenza dell'animale, orchestrando una prova corale che rende la vicenda del rifiuto della madre degna conclusione della descrizione di un mondo. Di certo "La storia del cammello che piange" non offre picchi narrativi eccelsi, ma l'approccio distaccato e appassionato allo stesso tempo lo rende un'opera interessante e di buona fattura. La frase: "Papà, compriamo un televisore?" "Ma ci costerà un gregge intero!" La curiosità: La storia del cammello che piange ha concorso agli ultimi Oscar nella categoria "Miglior documentario" | ||||||
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La Vendetta del Ragno Nero [La Vendetta del Ragno Nero] | |||||
| Per vendicare la morte di un amico, un appassionato di fumetti si inietta un siero che aumentari la sua potenza, ignaro del fatto che sia composto dal sangue di un ragno. Lentamente e irreversibilmnete si trasforma in una orribile creatura a otto zampe, intenta a tessere una malefica tela di paura. *** | ||||||
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La vendetta di Carter [Get Carter] | |||||
| Remake dll'omonimo film inglese degli anni '70. La storia di un uomo che vuole vendicarsi per l'omicidio misterioso del fratello e della sua riconciliazione con la famiglia. *** | ||||||
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La voltapagine [La tourneuse de pages] | |||||
| Quando all'età di dieci anni, Mélanie, dovette rinunciare al sogno di diventare una pianista, a causa dell'atteggiamento della direttrice del conservatorio, che la intimorì a tal punto da farle sbagliare la prova, non avrebbe mai sospettato che anni dopo, sarebbe diventata l'assistente del marito presso il suo studio legale e che il suo destino si sarebbe scontrato con quello della persona che le cambiò la vita... *** Storia di un lolita traumatizzata da una delusione infantile: la sua passione per il pianoforte interrottasi da una cocente bocciatura ad un esame di ammissione. Da quel giorno la giovane Melanie cova vendetta, un riscatto che sarà in grado di compiere quando si troverà a fare da governante prima e da voltapagine poi, alla stessa donna che fu la causa della sua ingiusta bocciatura: Ariane. Debole la trama, improbabile e pure confusa (fino alla fine non risulta chiaro se Melanie si ritrova a casa di Ariane per caso o secondo una logica pianificata molto tempo prima...); dialoghi assenti, latitanti o dati per dispersi in una sceneggiatura che fa di tutto per non apparire tale (si giunge al colmo quando le due protagoniste finiscono per parlare incomprensibilmente di profumi e trucchi...); e una storia che davvero non riesce nemmeno nell'intento finale di dare dignità alla vendetta della "diabolica" lolita (in definitiva la sua sarà più una ripicca tacita dato che neppure rivelerà ad Ariane il motivo del suo gesto...). Un film insomma che non riesce nell'intento di trasmettere qualcosa, ma che regala un "simpatico" nudo, più o meno gratuito, volto a insinuare nello spettatore la possibilità di un fin troppo poco credibile rapporto saffico tra le due protagoniste... Regia della serie "aspetta e spera" del regista Denis Decourt che ha all'attivo ben sei film dal 1998 a oggi e che grazie a "La voltapagine" è riuscito a realizzare il suo sogno di creare un trhiller sulla base della sua passione per la musica: infatti il regista è prima di tutto un insegnante di viola e di musica da camera al Conservatoire National de Region di Strasburgo. Incredibilmente però, il buon accompagnamento sonoro non porta la sua firma come invece era facile aspettarsi... La lolita del film è stata premiata con il riconoscimento Napapijri per la miglior interpretazione al festival Noir di Courmayeur: interpretazione asciutta e comunque in linea con quanto accade (o non accade) nel film. Catherine Frot invece di maniera dopo aver interpretato più sentitamente il film "Eva, una relazione al femminile". Film di poche parole questo "La voltapagine", e poche parole sono quelle che avrà: respinto. La frase: "...Una voltapagine è una che può mettere in discussione un intero equilibrio..." | ||||||
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L'amore infedele [Unfaithful] | |||||
| Il matrimonio di una coppia che vive a New York City rischia di andare pericolosamente a monte quando lei commette un adulterio. --- Che dire su questa pellicola di Adrian Lyne... fondamentalmente inguardabile ad eccezione della prova di Diane Lane a dir poco superlativa, non fosse altro che per la sua bellezza. Lyne, il guru dell'analisi della coppia, dopo averci proposto l'adulterio maschile di "Attrazione fatale", la passione puramente fisica di "Nove settimane e mezzo" e l'amore proibito di "Lolita" (e già qui abbiamo potuto cogliere i primi segnali di pazzia nel tentare un ardito remake del Maestro) si avventura in una rivisitazione di Claude Chabrol ("La femme infidele" - '69) confezionando un film con dialoghi degni di una recita per bambini. Se Richard Gere, nei panni del marito tradito, può trovarsi perfettamente a suo agio in questa sua ennesima prova spazzatura, il povero Olivier Martinez ("L'Ussaro sul tetto"), l'amante, avrebbe sicuramente meritato miglior fortuna per il suo primo blockbuster americano.La tragedia è quella di una tipica famiglia medio-borghese americana: i Summer. Edward ha una piccola azienda di trasporti e vive per la sua famiglia, Connie si preoccupa dell'educazione del figlio e delle iniziative benefiche coccola il marito ed ha una cameriera di colore che l'aiuta in casa (mio dio sembra di essere in una pellicola anni cinquanta). Un giorno per caso (non il film di Michael Hoffman) la trafelata Connie si imbatte in un aitante giovanotto francese (!) Paul, che dopo averla aiutata la invita a salire a casa sua per ammirare la sua collezione di libri (ma non erano farfalle?). Connie rimane affascinata da questa persona (e chi non lo sarebbe, bello, colto, intelligente e con una casa che sembra una succursale della biblioteca nazionale) che lentamente, ma inesorabilmente si insinua nei suoi pensieri, fino a che non decide di liberare la sua passione. Una storia travolgente che, ovviamente, si lascerà i suoi morti (letteralmente) e le sue macerie.Oltre al soggetto particolarmente scontato e "family oriented", ma non è certo una sorpresa per Lyne, sono molte altre le cose che lasciano attoniti. I dialoghi da liceali, i confronti penosi tra i personaggi e, come ciliegina finale sulla torta: la "sagra del primo piano". Che dire poi dei buchi narrativi sulla gestione del cadavere? Non occorre essere un esperto di CSI per trovare abbondanti prove a carico dell'assassino. Salviamo comunque il genuino impaccio di Connie alla nascita della sua storia d'amore, qualche bel passaggio di montaggio e la piccola citazione stile "Sliding Doors" nel finale. Per il resto mi dispiace aver buttato via due ore della mia vita, d'altronde posso sempre consolarmi pensando a chi butterà via anche i soldi del biglietto. PS - Che il gentil-sesso non si faccia illusioni, il buon Richard non è nemmeno più in grado di sfruttare il suo sex appeal tanto che oltre a calarsi in vasca da bagno con i boxer (si intravedono) sfoggia anche un'improbabile tinta per capelli. Curiosità: Martinez aveva esplicitamente previsto nel contratto di non comparire mai nudo davanti alla cinepresa. Sotto le continue pressioni del regista per una "striscia di pelle" in più, esasperato si è spogliato completamente dicendo: "questo è il mio culo, ora lo hai visto e lo vedrai solo tu, perché non c'è verso di riprenderlo!". La chicca: la versione originale, peraltro vietata, ha 14 minuti in più che in quella italiana sono scomparsi. Dove? Probabilmente tra le forbici del montaggio per non rischiare un divieto che in clima natalizio sarebbe stato sicuramente penalizzante al botteghino. Probabilmente un pò di "pepe" sarebbe stato l'unico viatico per questo terribile film. La frase: normalmente riporto una qualche frase divertente od illuminante, stavolta citerò questo incredibile stralcio di dialogo che quantomeno farà sorridere tutti quelli che hanno subito "la purga dell'infedele": "Quando moriremo ci faremo abbracciare dal mare." Indicazioni:Per chi, ma soprattutto perché? *** | ||||||
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L'apetta Giulia e la signora Vita [L'apetta Giulia e la signora Vita] | |||||
| Una piccola ape operaia, destinata a vivere una vita breve fatta di un lavoro manuale, ripetitivo e stressante, si reca da sua mamma, l'Ape Regina, a rivendicare una vita migliore nella quale poter avere un nome come quello dei bambini, un nome scelto da lei: Giulia. L'Ape Regina, un po' per fare contenta Apetta e un po' per tacitare le sue insistenti proteste, decide di raccontarle, al termine del lavoro, una serie di favole sulla vita degli esseri umani... *** L'apetta Giulia si affaccia alla vita cantando, tutta felice e sospesa nell'aria, non sa che è solo un numero e, in quanto operaia, dovrà passare tutta la vita a lavorare. Di corsa va da mamma ape a chiedere spiegazioni e, soprattutto, a rivendicare il fatto di volere un nome e non essere chiamata con delle cifre come un robot. L'ape regina non ne vuole sapere di chiamarla Giulia e la spedisce di continuo nel suo alveare. Le domande, però, che si fa l'apetta sono tante, troppe, quella più insistente, poi, è proprio di voler sapere cosa sia la "vita". Assediata in continuazione da sua figlia mamma ape decide di raccontare la vita attraverso quella degli uomini, un pò alla volta, ogni giorno, appena il piccolo insetto torna dal lavoro...Questo il primo film italiano in 3d, diretto da Paolo Modugno. La "Esse&bi" e la "Digitrace" si sono accordate per costituire un equipe tutta italiana, anche se le competenze necessarie non sono molto diffuse nel nostro paese. Basti pensare che in altri territori spendono suon di milioni solo su strumentazioni che sviluppino il software che verrà poi utilizzato nella produzione cinematografica. La produttrice e cosceneggiatrice del film Veronica Salvi, insieme a Paolo Modugno, hanno investito più di due anni della loro vita al progetto impegnando anche artisti come Irene Grandi, la voce dell'apetta Giulia, Raf, nel ruolo di Angelo Matto, Michele Mirabella, l'Angelo del paradiso, e Nino Manfredi che dà la voce al cavallo Bobo... Si apprezza moltissimo il lavoro e la passione che Veronica Salvi e Paolo Modugno hanno messo in questo progetto, ma, purtroppo il risultato finale è uno dei più mediocri che il mondo dell'animazione, al computer naturalmente, ricordi. È impossibile non fare riferimento ai racconti della "Pixar/Disney", essendo quelli che sono rimasti di più nel nostro immaginario collettivo. Sia beninteso, è vero che noi in Italia, siamo penalizzati dal fatto che la 3d non è stata mai apprezzata abbastanza e non abbiamo speso il nostro tempo, e soprattutto i soldi, per svilupparla, ma i film dei nostri cugini americani erano belli e affascinati anche per altri aspetti. Le storie ben articolate, i dialoghi azzeccati, gli inseguimenti mirabolanti, i rapporti fra i vari personaggi, da cui si prendeva lo spunto per raccontare anche temi più grandi come la guerra, e perciò la morte (Z la formica/dreamworks), il distacco, il rapporto con la vecchiaia (i giocattoli abbandonati di Toy Story), il desiderio di una vita migliore (A Bug's Life), il rapporto con la diversità (Shreck).Qui è tutto sbagliato sembra che per quelli della "Esse&bi" la vita si riconduca in tre o quattro fattori: la nascita, il lavoro, il tempo, la morte. Mostrandoli con degli elementi che non hanno senso: un matto con un cappello pieno di fiori dovrebbe ispirare la fiducia verso la vita; un mondo in una spugna, l'anima delle cose; un neonato che passeggia in mezzo a elefanti e ippopotami e s'imbuca in uno squarcio di luce, la nascita; due bambini uguali vestiti solo in maniera diversa su un isola atemporale, deserta, stanno come la vita e la morte. E tutto quello che c'è in mezzo e dovrebbe essere degno di poter vivere? Ad un bambino di quattro o cinque anni non dovrebbe importare della morte, c'è prima il distacco, la mancanza, la crescita, c'è tempo per pensare alla morte, a farla tua. Insomma questo è un guazzabuglio di pensieri non articolati, inutile e delirante. Penso al povero bimbo che, uscito dalla sala, alza lo sguardo verso la signora longilinea che gli oscura il sole tendendolo per la mano e le chiede: "Ma Mamma, insomma, cos'è sta vita?". E la donna incamminandosi verso la macchina gli risponde; "Lo sai, non c'ho capito niente neanche io". | ||||||
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L'appartamento spagnolo [L'auberge espagnole] | |||||
| Durante un anno di progetto Erasmus in Spagna, amori e amicizie, incontri e scontri, sogni e desideri, di un gruppo di ragazzi e ragazze europei che si trovano che si trovano a convivere in uno scalcinato appartamento di Barcellona. *** Xavier ha 25 anni e si sta laureando in economia e commercio. Grazie a suo padre ha rimediato un incontro con un pezzo grosso del Ministero delle Finanze ma dopo aver percorso gli innumerevoli e lunghissimi corridoi della "residenza dell'economia francese" scopre la necessità di conoscere lo spagnolo. Ecco però accorrere in suo soccorso il grande Erasmo da Rotterdam, ispiratore del programma universitario che da oltre dieci anni fa viaggiare in lungo e in largo gli studenti d'Europa. Ed 'Erasmus', dopo numerose procedure burocratiche, lo porta in Spagna, alla volta di Barcellona. Certo i problemi non finiscono qui. Sacco in spalla e valigia alla mano il giovane Xavier cerca casa, e dopo esser stato accolto da alcuni compatrioti conosciuti in aeroporto, trova finalmente il posto dei suoi sogni: una camera in un grande appartamento condiviso con altri sette studenti. E qui iniziano i guai. Perché il giovanotto, alle porte della vita professionale ritrova tutti i sogni dell'infanzia e tra seduzioni e confidenze, realizza il caos della propria vita, e tutta la creatività che lo accompagna. Un percorso lungo un anno durante il quale inizia e finisce la storia d'amore con Martine: un anno vissuto come un puro delirio ma che gli insegnerà che ritornare può voler dire anche partire una seconda volta, per seguire i sogni e le aspirazioni dell'infanzia."Film simpatico", per dirla con i 'Cahiers du Cinéma', ma anche vivo, divertente e leggero. Klapisch supera con successo il temibile ostacolo della caricatura, e realizza un film straordinario in cui si mescolano con disinvoltura le lingue e le abitudini dei sette protagonisti, in un affascinante ed energizzante disordine. Attraverso un montaggio che ricorda i più moderni spot pubblicitari, la storia che in fondo si regge su di una unica e anche piuttosto fragile idea di partenza, si muove tra split screen e sequenze accelerate, riuscendo però ad essere appassionante. Con una sceneggiatura scritta in dodici giorni e in costante mutamento nel corso della lavorazione, Klapisch sembra non essersi troppo arrovellato in nome della propria ed altrui libertà. Si, perché anche lo spettatore come il regista si affranca dall' "importanza di essere cerebrale", finalmente libero di godersi la semplicità di quella giovane convivenza che si costruisce giorno dopo giorno, sbaragliando ogni difficoltà linguistica per raccontarsi tutti i turbamenti e i dilemmi. | ||||||
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L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford [The assassination of Jesse James] | |||||
| Jesse James è stato uno dei primi veri eroi del paese. Sul più famoso fuorilegge d'America sono stati scritti innumerevoli libri e sono state raccontate storie infinite, tutti pieni di fantasia ed affascinanti, centrati sulla sua immensa fama e sulle sue azioni avventurose e violente, la maggior parte dei quali riporta solo accidentalmente qualche parte di verità. Per coloro che aveva derubato e terrorizzato e per le famiglie di coloro che dichiaratamente aveva ucciso, poteva sembrare un semplice criminale, ma nei sensazionali articoli di giornale e nei romanzetti melodrammatici che riportavano le gesta della James Gang nel periodo intorno al 1870, Jesse è stato rappresentato come oggetto di stima e ammirazione. Era simile a Robin Hood, riferivano, rapinava le banche e si opponeva ai proprietari delle ferrovie che sfruttavano i poveri agricoltori. Quest'uomo rappresentava l'ultima frontiera, il simbolo della libertà e dello spirito americano, un ribelle carismatico che ingannava la legge e viveva secondo le proprie regole... in tutti i sensi, una leggenda. Il primo tra i suoi ammiratori era Robert Ford, un giovane idealistico ed ambizioso che aveva dedicato la sua vita alla speranza, un giorno, di poter galoppare accanto al suo idolo. Non avrebbe potuto mai immaginare che la storia lo avrebbe additato un giorno come "quello sporco codardo" che aveva sparato a Jesse alle spalle. Tratto dal racconto di Ron Hansen, "L'Assassinio di Jesse James per mano del Codardo Robert Ford", il film scava nella vita privata del più famoso fuorilegge d'America e del suo inaspettato assassino per offrire una nuova prospettiva su una leggenda ed affrontare la questione di cosa possa essere realmente successo nei mesi precedenti l'infamante sparo. Corre l'anno 1881 e Jesse ha 34 anni. Mentre sta programmando la sua prossima rapina, continua la guerra contro i suoi nemici che stanno cercando di catturarlo per ottenere il denaro - e la gloria - derivanti dalla taglia che pende su di lui. Ma la minaccia più seria alla sua vita potrebbe arrivare proprio da coloro di cui si fida di più. *** Cosa vuol dire essere una leggenda? Qual è il prezzo che si paga per la notorietà? E fino a che punto si conosce l'essere umano quando diventa mito? Questi sono i quesiti che il regista Andrew Dominiq si pone nella realizzazione del film "Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford" tratto dall'omonimo romanzo di Ron Hansen. La pellicola racconta degli ultimi anni di vita del mitico bandito americano Jesse James, prima della sua morte, avvenuta il 03 Aprile 1882, analizzata dal suo carnefice Robert Ford. Bob Ford, aveva sempre sentito parlare di Jesse James, che fin da quando era un bambino era il suo idolo. Conservava gelosamente i libretti che parlavano delle sue gesta, e qualsiasi cosa lo riguardasse, e il suo sogno era entrare a far parte della sua banda. Quando finalmente ci riesce, impara a conoscere l'uomo dietro la leggenda, e il suo desiderio di essere come lui diventa sempre più grande, fino a fare qualsiasi cosa per essere come lui. "The Assasination of Jesse James..." non è il solito western, anzi, ne è l'antitesi. È più un film psicologico, dove però gli elementi del genere ritornano come in un'istantanea: il cow boy che galoppa verso il tramonto è l'immagine che più si ripete. I colpi sparati sono pochi, e l'unico assalto al treno che c'è si risolve molto velocemente. I fagioli intorno al fuoco, il wisky che scorre a fiumi, tutto dimenticato per lasciare il posto all'introspezione, all'analisi dei rapporti umani. In questo film i fuorilegge piangono, hanno paura e sparano alle spalle. Primi piani e lunghi momenti di silenzio sono l'elemento portante del film, coadiuvati da una fotografia molto suggestiva. Sembra quasi di trovarsi davanti alla trasposizione cinematografica di un album fotografico. Il rischio è che il film possa sembrare troppo lungo e annoiare lo spettatore, soprattutto nella parte iniziale del film, quando ancora ci si deve abituare al ritmo. Le performance degli interpreti, comunque riescono a supportare una sceneggiatura così complessa, dando la possibilità allo spettatore di poter apprezzare il film. Jesse James, la leggenda, è interpretato da Brad Pitt, che riesce a mostrare perfettamente l'uomo oltre il mito. La crudeltà e l'atteggiamento prepotente, lasciano spazio alla fragilità di un uomo che deve sopportare il peso di tante attenzioni, ai sentimenti di un uomo innamorato della propria moglie e dei propri figli. Un uomo normale, che deve soddisfare troppe aspettative, convivere con le atrocità commesse e guardarsi le spalle continuamente. Anche Casey Affleck si è calato perfettamente nel suo ruolo di fan/assassino di Jesse James. Nel suo modo strascicato di parlare e nel suo sguardo si intravede la sensazione di un uomo che non si sente mai all'altezza, la cui adorazione per Jesse non è altro che un modo per riuscire ad andare oltre. Essere il suo assassino sembra l'unico modo per diventare grande quanto lui, peccato che non si può uccidere una leggenda, e quello che si ottiene è solo disprezzo, da parte degli altri, e poi anche da se stesso. Tutto sommato la pellicola non è poi così male. Sicuramente si ha bisogno di metabolizzare le due ore e quaranta minuti di angosciante tensione tra i due protagonisti, ma forse qualche taglio in più ne avrebbe sicuramente snellito la visione. La frase: "Non riesco a capire. Vuoi essere come me, o vuoi essere me?" Monica Cabras | ||||||
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Le età di Lulù [Las edades de Lulu] | |||||
| Dal romanzo di Almudena Grandes. Le varie fasi (età) di Lulù verso la liberazione sessuale e un epilogo moraleggiante: sedotta a quindici anni, vittima dei giochi erotici del marito, doppia penetrazione, l'orgia sado-maso tra omosessuali. Pur con la velleità di raccontare l'erotismo con l'ottica femminile, è un film per uomini soli. Ipocrita, fintamente trasgressivo, con qualche immagine indisponente.di Laura, Luisa e Morando Morandini *** | ||||||
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Le insolite sospette [Sugar & Spice] | |||||
| Quando Diane Weston, il popolare capitano delle cheerleaders della Lincoln High School, rimane incinta da Jack Bartlett, star della squadra di football, Diane chiede auito alle sue compagne per svaligiare una banca e permettere ai due fidanzatini di far fronte ai problemi economici... *** Arriva il caldo estivo e quindi si materializzano le prime pellicole per il "pubblico fantasma" che diserta le arene a favore delle sale; film leggeri, anzi quasi impalpabili che normalmente verrebbero "triturati" dalla concorrenza, ma che nel deserto estivo riescono comunque a salvarsi. "Le Insolite Sospette", di Francine Mc Dougall, è una commedia in grado principalmente di stimolare gli ormoni dei teenagers. Protagoniste cinque cheerleaders di un liceo americano; le cinque ragazze, che racchiudono i vari stereotipi in grado di consentire una rapida identificazione in uno dei personaggi, sono Diane (Marley Shelton / "Valentine"), la classica reginetta del liceo perdutamente innamorata di Jack, il quarterback della squadra di football, Hannah (Rachel Blanchard / "Road Trip"), un'ingenua che sembra uscire direttamente da una puntata de "La Casa nella Prateria", Kansas (Mena Suvari / "American Pie"), la ribelle del gruppo, Lucy (la debuttante Sara Marsh), la secchiona, e Cleo (Melissa George / "Dark City"), una sorta di vamp. Unite in ogni frangente si troveranno a dover affrontare un evento che sconvolgerà le loro vite: Diane rimane in cinta di Jack (James Mardsen / "X-Men"). Diane e Jack decidono di iniziare una vita insieme, tenendo il bambino, incarnando così il prototipo del sogno americano in due personaggi che diventano una sorta di icona: lui uno sportivo superficiale, ma vincente e lei una perfetta "WASP" futura madre. Ma per coronare il loro sogno hanno bisogno di soldi e quindi quale miglior soluzione di una rapina organizzata dalle amiche cheerleaders?La pellicola si muove sulle note della satira e dell'ironia nel tentativo di restituirci un graffiante spaccato della società americana il tutto infarcito da citazione di classici del genere: da "I Soliti Sospetti" a "Point Break" fino a "Le Iene". Qualche idea registica innovativa, un buon montaggio unito a un accompagnamento musicale accattivante, oltre a far intravedere delle potenzialità per la Mc Dougall, posizionano il film leggermente sopra la media. La frase: "Sembrano Barbie e Ken, ma senza la macchina rosa con il telecomando." Curiosità: Mena Suvari avevà già recitato nel ruolo di cheerleader nel film che l'ha resa famosa: "American Beauty". | ||||||
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Le pagine della nostra vita [The notebook] | |||||
| Allie e Noah si incontrano una sera di un carnevale ed è subito amore. Scoppia la seconda guerra mondiale e i due si perdono di vista. Sette anni dopo senza avere sue notizie, Allie si fidanza con un soldato. Quando però vede la foto di Noah sul giornale... *** Non c'è dubbio che Nick Cassavetes sia cresciuto a pane e cinema, letteralmente. Con una madre come Gena Rowlands ma soprattutto un padre del calibro di John, il piccolo Cassavetes teoricamente non può sbagliare un film. E in effetti il teorema regge perfettamente anche con "The notebook", tradotto in un italiano marzulliano come "Le pagine della nostra vita". Il mestiere nel maneggiare la macchina da presa lo si riconosce senza fatica, Cassavetes si muove senza problemi nel territorio non agile di un tipo di cinema classico, un cinema in cui la trasparenza di montaggio guida docilmente per mano lo spettatore. Nulla è lasciato al caso, i climax, le scene madri, gli snodi narrativi sono tutti guidati docilmente dalla sequenza delle immagini e da una colonna sonora che sa giocare (anche troppo) bene con i sentimenti del pubblico. Cassavetes si permette inizialmente anche di disorientare chi guarda, alternando un'apertura lentissima e subito (tragicamente) tendente al melenso e alla malinconia zuccherosa, con una seconda sequenza frenetica e spumeggiante. Un bel modo di rendere, attraverso una ricerca di "senso cinematografico", lo scontro anagrafico che coinvolge i rispettivi protagonisti. Dicevamo che l'erede di una tale famiglia non può ontologicamente sbagliare un film. Il problema di Cassavetes figlio, evidenziato da quest'ultimo lavoro, non è infatti una mancanza di perizia nella conoscenza e nell'utilizzo del mezzo, tutt'altro. Sta piuttosto nel voler rimanere ancorato in modo pedissequo e minimalista a canoni di sceneggiatura e recitazione che ricalcano una certa tradizione statunitense stereotipata e sentimentalista. Per cui "Le pagine della nostra vita" è costruito con un'attenzione ai particolari quasi maniacale, una costruzione dell'immagine rivolta ad un'integrazione paesaggistica minuziosa, ma cade nei vizi di una celebrazione del mito americano attraverso l'esasperazione di un'avventura impossibile che tanto grande ha reso il "film di genere" hollywoodiano ma che altrettanto grandemente ha stancato nella ripetizione di suoi cliché. Il difetto principale di Cassavetes è di costruire magnificamente una storia senza nerbo, falsa nella sua costruzione di topos cinematografici e climax di tipo buonista/drammatico. Anche l'intreccio di flashback, seppur bene inquadrato come gioco a rincorrersi nello sviluppo dei due piani temporali distinti, contribuisce ad appesantire un quadro che già nella sua immanenza narrativa non risulta semplice. Discreta la prova dei due protagonisti, la brava ed espressiva Rachel McAdams, e Rayan Gosling, già visto in "The biliever", anche se non reggono in modo soddisfacente alla prova dell'unico primo piano che Cassavetes gli offre. Un film tradizionalista e, a tratti retorico, che evidenzia tuttavia una buona direzione tecnica. Peccato perché, pensato diversamente, sarebbe potuto essere qualcosa in più che il semplice film di un'estate qualsiasi. | ||||||
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Le Regole della Casa del Sidro [The Cider House Rules] | |||||
| Homer Wells (Tobey Maguire) è cresciuto nell'orfanotrofio di St.Cloud sotto la tutela del Dottor Wilbur (Michael Caine), ma una volta cresciuto deve affrontare la vita da solo. *** Homer Wells (Tobey Maguire, visto in "Pleasantville") è un orfano che vive nell'orfanotrofio di St. Cloud, sotto la tutela del dottor Larch (il premio oscar Michael Caine) che gli ha insegnato tutto quello che serviva per diventare dottore, dandogli però un'educazione poco convenzionale. Tra i due c'è grande affetto, ma Homer si rende conto che Larch gli sta costruendo la vita senza lasciargli spazio, e un litigio sull'aborto comincia a separare i due. Ironicamente l'aborto sarà il biglietto d'uscita dall'orfanotrofio, quando proprio per questo motivo una giovane coppia composta da Candy e Wally (Charlize Theron, nelle sale con "La moglie dell'astronauta" e Paul Rudd visto di recente in "L'oggetto del mio desiderio") si reca a St. Cloud. Immediata a quel punto la decisione di Homer di partire con loro; inizia così la sua nuova vita, passata al frutteto con i raccoglitori senza fissa dimora, scoprendo velocemente cosa si trova nel mondo esterno, un mondo più grande pieno di nuove attrazioni, avventure ed amicizie, ma anche di sventure, pericoli e tradimenti. Le regole che hanno governato la sua vita non gli sono di alcun aiuto quando per la prima volta proverà le emozioni dell'amore nei confronti di Candy, non senza pesanti conseguenze. E quando passato e presente si scontreranno, il ragazzo e tutte le persone a lui care saranno costretti a prendere decisioni che cambieranno il corso del loro futuro. Diretto dal regista svedese Lasse Hallstrom ("Buon compleanno Mr. Grape", "Qualcosa di cui sparlare"), che ha sostituito Phillip Borsos morto di cancro a quarantuno anni, il film (presentato a Venezia) è tratto dal romanzo di John Irving ed è un'analisi sui contrasti fra le scelte, le regole, la trasgressione, gli affetti, e la volontà di un ragazzo di riuscire ad essere padrone di sé stesso. E il film può essere riassunto nella frase tratta dal David Copperfield che il protagonista legge ai bimbi dell'orfanotrofio: "Se io diventerò l'eroe della mia vita o se quel posto sarà preso da qualcun altro, lo mostreranno le pagine che seguono". | ||||||
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Le verità nascoste [What Lies Beneath] | |||||
| Norman Spencer (Harrison Ford) è un professore universitario, la sua vita tranquilla però viene sconvolta nel momento in cui la moglie (Michelle Pfeiffer) comincia ad avere strane visioni... *** Robert Zemeckis, è sicuramente uno dei registi più apprezzati dal pubblico di tutto il mondo, molti, infatti, sono i film che ha diretto e che sono entrati a far parte della storia del Cinema, capolavori come "Ritorno al Futuro", "Forrest Gump" che hanno ricevuto degli Oscar e altri numerosi importanti riconoscimenti, oltre, ovviamente, il consenso degli spettatori. In "Le Verità Nascoste" Zemeckis si cimenta in un genere, Thriller, che prima aveva visitato solo per la televisione, dirigendo alcuni episodi per la TV via cavo della serie "Tales from the Crypt", ma nel quale si è dimostrato all'altezza. Il suo modello ispiratore è certamente il maestro Alfred Hitchock, apprezzandone il modo geniale di creare suspense e utilizzando le più moderne trovate tecnologiche per migliorarne il concetto.Il risultato è un opera perfetta sia dal punto di vista tecnico che narrativo, con un senso del drammatico crescente che ricorda i gialli degli anni '50. Zemeckis, riguardo a questa sua nuova esperienza afferma che "...niente sia in grado di manipolare tempo, spazio e tecniche di racconto quanto un film...Cinema e suspense sono fatti l'uno per l'altro". Con quest'ottica quando la DreamWorks ha proposto alla Image Movers, di Zemeckis e dei produttori Steve Starkey e Jack Rapke, la sceneggiatura di "Le verità Nascoste", è stato subito dato il via alla sua realizzazione cinematografica.Ispirato da un racconto di Sarah Kernochan e Clark Gregg, il film vede al centro delle sue vicende una coppia interpretata da due dei migliori attori del panorama internazionale: Harrison Ford e Michelle Pfeiffer, perfettamente in sintonia con i ruoli che gli sono stati assegnati, anche perché al momento della scelta del cast non c'erano dubbi che i due protagonisti dovevano essere proprio loro. Non si può dire molto sulla trama o sui personaggi, anche per non rovinare l'effetto suspense, che in questo film è l'elemento essenziale. Si può dire, ad ogni modo, che la storia comincia con una coppia perfetta, che vive in una casa perfetta con vista sul lago in una cittadina del Vermont, che vive una vita perfetta, fino al giorno in cui strane cose cominciano ad accadere... | ||||||
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Liberty Stands Still [Liberty Stands Still] | |||||
| La moglie di un produttore di pistole, viene rapita da un uomo che rivendica la morte della sorella, avvenuta in una sparatoria "scolastica". *** | ||||||
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Licenza di matrimonio [License to Wed] | |||||
| Ben Murphy (John Krasinski) e Sadie Jones (Mandy Moore) sono fidanzati e vogliono iniziare subito a vivere insieme felicemente, ma c'è un problema: la chiesa frequentata dalla famiglia di Sadie, St. Augustine, è guidata dal reverendo Frank (Robin Williams), che non intende benedire l'unione dei due giovani fino a che non avranno frequentato e superato il suo corso di preparazione al matrimonio. Il corso consiste in una serie di stravaganti lezioni, bizzarri compiti a casa e alcune intrusioni nella privacy che mettono alla prova il rapporto tra Ben e Sadie. *** Pellicola estiva senza pretese diretta con qualche buona intuizione dal regista Ken Kwapis: "Licenza di matrimonio" non sarà certo il film dell'anno, ma riesce comunque a strappare qualche sana risata. Robin Williams, nei panni del reverendo Frank della chiesa St. Augustine, tiene un corso piuttosto bizzarro di preparazione al matrimonio. Quando i due giovani Sandy e Ben decidono di sposarsi, la ragazza convince il suo futuro sposo a frequentare i corsi di Frank, che si scopre essere il prete di famiglia. Le tre settimane di preparazione al "grande passo" saranno le più dure della loro vita... Soggetto e sceneggiatura affidate all'esordiente Kim Barker, caratterizzata da una scrittura acerba e un poco squilibrata sul piano delle idee. Lo script alterna infatti situazioni molto spassose, come quella dei bambini robot, ad altre meno convincenti, come la prova di guida con la benda sugli occhi, che sembrano contare molto (forse troppo) sulla bravura degli attori e soprattutto sul veterano Williams, non particolarmente felice di sostenere questo compito. Atlante. Regia fresca e appassionata, invece, che riesce nel difficile compito di trasmettere buoni sentimenti e convincere lo spettatore della "sincera ingenuità" della pellicola. Il regista Ken Kwapis, carico di buone intenzioni, trascina il pubblico verso lo scontato "happy end" che quantomeno si ricorderà per l'originale intuizione delle "promesse" scritte sulla sabbia. Romantico. Buona, infine, la scelta dei due protagonisti: la bella Mandy Moore (finalmente una ragazza un pò rotonda sullo schermo!), e il semi-esordiente John Krasinzky (protagonista della serie "The Office") appaiono come due innamorati un poco timorosi l'uno dell'altro e, proprio per questo, convincenti. "Licenza di matrimonio" è una commedia onesta, fresca e "innamorata". Forse più dello spettatore che del Cinema, e per una volta questo non è un male... | ||||||
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Little Miss Sunshine [Little Miss Sunshine] | |||||
| Una famiglia modesta, senza tante aspirazioni, é determinata a far partecipare la figlia ad un concorso di bellezza che si terrà in California. Decidono così di partire tutti insieme col loro vecchio furgone VW. *** Vincitore del Sydney Film Festival 2006, little miss sunshine (in onore della piccola protagonista e del concorso di bellezza per bambine cui vuole assolutamente partecipare), è il risultato di cinque anni di sfortunata lavorazione. Gli autori, i coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris, hanno un rapporto anche professionale che vanta una lunga serie di premiati video e documentari musicali su alcuni nomi tra i più importanti della scena pop-rock anglosassone. Inoltre i due sono co-fondatori della Bob Industries, per la quale hanno diretto spot pubblicitari per la TV, e sempre riguardo il piccolo schermo è loro la regia di alcune puntate di una serie comica. Per il cinema si sono occupati della produzione di due film, e questo è il loro primo lungometraggio. Dayton e Faris erano in cerca da anni del soggetto giusto e si sono entusiasmati della sceneggiatura (la prima) di Michael Arndt, trovandovi "ciò che più amiamo nei film, cioè le eccentricità umane". E i simpatici Hoover del film ne racchiudono un campionario maschile: uno sboccato nonno erotomane e sniffatore di eroina, uno zio - il più importante studioso statunitense di Proust - suicida fallito, un padre teorico dei 9 passi del successo ma perdente, un figlio nietzschiano che ha fatto voto di silenzio e odia tutti, stipati insieme su un vecchio pulmino Wolkswagen a cui si rompe la frizione e si blocca il clacson. Si oscilla nel tragicomico, da una parte gli eventi drammatici virano rapidamente in farsa, e dall'altra - a forza di accenti paradossali - i vincoli di solidarietà si dimostrano imprevedibilmente saldi anche in una famiglia "scoppiata" sì, ma alla fine meno di quelle "normali" piene di deleterie aspettative sui propri pargoli, trasformati in caricature di adulti pronte ad immolarsi al mondo dello spettacolo. Non solo, ma i "nostri" fanciulli Olive e Dwayne, all'apparenza viziati e abbagliati dai miti della visibilità sociale, rivelano insospettata consapevolezza e maturità. La frase: "Il mondo si divide in due categorie: vincenti e perdenti. Sapete qual è la differenza? I vincenti non si arrendono mai". | ||||||
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L'ultima alba [Tears of the sun] | |||||
| Una squadra speciale della marina americana viene mandata in Nigeria, nella giungla, per salvare la dotoressa Lena Hendricks che lascerà il paese solo a condizione che vengano salvati anche i settanta rifuggiati che sono con lei. *** L'ennesimo colpo di stato in Nigeria e la successiva "pulizia etnica" mette in pericolo i cittadini americani presenti nel Paese. Il tenente Waters (Bruce Willis / Bandits) e la sua squadra vengono incaricati di scortare al sicuro la dottoressa Kendricks (Monica Bellocci / Matrix Reloaded) e gli altri cittadini USA presenti in una missione all'interno del territorio nigeriano. Waters si troverà di fronte ad un problema: la dottoressa non intende lasciarsi dietro i profughi della missione, mentre le due suore ed il prete non vogliono proprio partire. D'altro canto il comando non ha la minima intenzione di "interferire" con i problemi interni della Nigeria (anche se ha armato i ribelli anni prima, ma questa è un'altra storia) e quindi non vuole evacuare i superstiti.Waters si troverà a dover scegliere se abbandonare o meno quella gente al suo destino e guardandola negli occhi decide di scortarla fino al confine con il Camerun.Quaranta miglia nella giungla con donne, bambini e feriti non sono uno scherzo tanto più se si è tallonati da un intero reggimento, ma che diamine siamo marines...Un incrocio tra un film d'azione ed una pellicola impegnata per il ritorno dietro la macchina da presa di Antoine Fuqua (Training Day). Come film d'azione è decisamente povero - tacendo sulla ridicola battaglia finale - e come pellicola d'impegno riesce a battere soltanto una porcata come Imaging Argentina. Certo quando ho visto Tom Skerritt in divisa sul ponte di una portaerei avrei dovuto immediatamente capire che qualcosa non andava - Top Gun docet - poi è arrivata la suadente voce della Bellocci che ha ribadito la terribile realtà (tra l'altro si dice che in inglese reciti molto meglio, incredibile!); comunque vediamo di vedere il lato positivo, molta gente che non si interessa al mondo e che vede soltanto pellicole hollywooddiane potrebbe aprire almeno un occhio su quello che è successo - e succede ancora - in Africa dove guerre di religione o tribali ancora imperversano e milioni di morti affollano le fosse comuni. Nel complesso un film abbastanza semplicistico che ci restituisce una Monica Bellucci "impegnata" (e vestitissima). Curiosità: lo script era stato considerato come un possibile sequel della serie Die Hard (il quarto). La chicca: tutti i membri della squadra di incursione hanno utilizzato i loro nomi in codice dentro e fuori dal set per tutta la durata del film. La frase: "Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione." Indicazioni:Riservato agli estimatori del roccioso Bruce Willis. | ||||||
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L'ultimo inquisitore - Goya's Ghosts [Goya's Ghosts] | |||||
| L'ultimo inquisitore - Goya's Ghosts racconta, attraverso gli occhi del grande pittore spagnolo Francisco Goya, la storia di un gruppo di persone travolte da grandi rivolgimenti politici e cambiamenti storici. L'azione si svolge a partire dagli ultimi anni dell'Inquisizione Spagnola, passando per l'invasione della Spagna da parte delle truppe napoleoniche, per finire con la sconfitta dei Francesi e la restaurazione della monarchia spagnola da parte del potente esercito invasore guidato da Wellington. Fratello Lorenzo, un membro enigmatico ed astuto della cerchia più stretta dell'Inquisizione, si lascia coinvolgere dalle sorti della musa adolescente di Goya, Ines, falsamente accusata di eresia e rinchiusa in prigione. *** Nella Spagna del 1792 l'Inquisizione era ancora un'istituzione potente e soprattutto operativa a pieno regime. In Francia, solo tre anni prima, i rivoltosi avevano assaltato la Bastille dando inizio a quello che sarebbe stato l'evento che avrebbe sconvolto per molti decenni il mondo occidentale e le cui conseguenze avrebbero per sempre modificato le esistenze delle generazioni a venire. Sarebbe stata questa una bella ed interessante chiave di lettura dell'ultimo film di uno dei registi più amati del secolo scorso, Milos Forman. Ma il contrasto e le dicotomie tra due mondi così vicini geograficamente ma lontani spazi siderali come mentalità e sviluppo del pensiero filosofico è solo lambito da "L'ultimo inquisitore", così come tangenzialmente si tratta della vita del pittore Francisco Goya ed ancora più superficialmente si parla dell'innata aspirazione dell'uomo ad arrampicarsi sulle ripide scale che portano alle vette della società. Dall'autore di capolavori come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Amadeus" (di cui il film ricorda alcuni momenti rispettivamente nella descrizione della pingue monarchia spagnola e nella carrellata di un manicomio ante litteram) ci saremmo aspettati un maggior livello di introspezione e soprattutto una narrazione meno convenzionale. Invece, "L'ultimo inquisitore" - tratto da un romanzo scritto dallo stesso Forman assieme a Jean-Claude Carrière - rimane in superficie senza mai affondare l'analisi sul periodo che ci rappresenta e proponendoci personaggi o scontati o privi di spessore. Con una fotografia piatta e senza anima Forman realizza un film che tentenna tra la tentazione di spiegarci il ruolo di un artista della grandezza di Goya testimone delle tragedie che gli si compiono intorno, all'intento di realizzare un melò cavalleresco alla Dumas dove sentimenti come amore, onore, vendetta dominano i destini degli uomini. Il risultato è un'opera confusa - e la commistione tra registro drammatico e toni da commedia accentua il disorientamento - dove solo in alcuni momenti (l'ultima sequenza su tutte) il genio del regista di origine ceca si eleva e, pur se per poco, ci incanta. Il buon cast di attori presenti (brava la Portman nel doppio ruolo affidatole, dignitoso Stellan Skarsgard nei panni di Goya, un pò troppo carico il divo Bardem) mitiga lievemente la delusione per un film per il quale nutrivamo qualche aspirazione in più. La frase: "La tortura con la corda è quello che ci vuole in questi tempi confusi". | ||||||
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Luther - Genio, ribelle, liberatore [Luther] | |||||
| La vita di Martin Lutero, il monaco tedesco che, nel XVI secolo, opponendosi alle leggi della chiesa, condusse il popolo alla rivolta contro il cristianesimo. *** Martin Lutero inizia la sua avventura religiosa dopo essere scampato ad un terribile uragano. Un terrore inviato dal cielo che lo stravolge completamente e che lo porta ad abbandonare i suoi studi di giurisprudenza per dedicarsi alla preghiera. Una ricerca di Dio che si rivela tormentata fino a quando il suo mentore non lo invia a Roma per conoscere il mondo e poi a Wittenberg per studiare teologia. Ed è proprio nella città del papa Leone X dove si vendono indulgenze per finanziare la costruzione della grande Chiesa di San Pietro che Lutero inizia a mettere in discussione le autorità ecclesiastiche. Le sue 95 tesi affisse sul portale del duomo di Wittenberg porteranno infatti non solo la scomunica del papa, anche la sconfessione dell'Imperatore Carlo V che lo bandirà dall'Impero come eretico. La sfida agli abusi delle autorità religiose scatenerà poi una rivolta per tutto il paese che solo Lutero riuscirà a sedare. Grazie al sostegno dei principi germanici durante lo storico incontro ad Augsburg con l'imperatore, l'inconsueto religioso potrà finalmente rientrare in Sassonia da uomo libero.Alcuni l'hanno definita la risposta protestante alla "Passione" di Mel Gibson, ma questa produzione tedesca è piuttosto un prodotto televisivo, senza considerare poi che il regista Eric Till vanta una carriera proprio nell'ambito del piccolo schermo. Nonostante i contemporanei ne fecero ritratti tutt'altro che generosi, qui Lutero è interpretato dal poco espressivo ma indubbiamente belloccio Joseph Fiennes che in nulla ricorda il sinistro e grossolano personaggio che Cranach rappresentò in un dipinto del 1529. Il prodotto cinematografico finanziato dalla Germania, dove ha ottenuto un grande successo e in parte anche dalla Chiesa Luterana - che ha partecipato in maniera molto attiva studiando e correggendo ove necessario la sceneggiatura -, potrebbe forse vantare l'eventualità di far scoprire al pubblico un personaggio molto citato forse, ma in realtà poco conosciuto e che reminiscenze scolastiche lo ricordano come francamente antipatico. Poche per altro - le reminiscenze - visto che da un sondaggio di un paio d'anni fa è risultato che per i giovani Lutero poteva essere un politico afro-americano, un regista cinematografico e il nome di un ristorante. Tornando al film, la grande attività "bellica" del giovane Lutero contro la Chiesa come anche contro i ribelli, non rende la pellicola che lo racconta più interessante e coinvolgente. | ||||||
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Magnolia [Magnolia] | |||||
| Earl Partridge, in punto di morte, desidera dopo anni rivedere il figlio che ha seguito le orme del padre nell’ambiente della televisione, attorno a questa situazione si intrecciano le vicende di altri personaggi. *** Paul Thomas Anderson è un regista californiano che ha trovato il successo con Boogie Nights, che ha ottenuto ben tre nomination agli Oscar. Chi ha lavorato con lui è rimasto estasiato dalla sua bravura e dalla sua capacità di mettere a fuoco i meccanismi della gente, sa scoprire dietro quale maschera ognuno si nasconde, e quali sono le motivazioni e le scelte, e, cosa ancora più importante sa esprimerli in pieno.È una storia quotidiana, quella che viene raccontata in questo film, anzi sono nove storie che si intrecciano una con l'altra. Nove vite diverse, nove affannose ricerche dell'essenza del proprio essere, e la continua necessità di mascherare quello che si trova. Un insieme di vicende di quelle che possono capitare tutti i giorni in qualsiasi cittadina americana, una come San Fernando Valley, in una tipica mite giornata californiana.Al centro di una delle vicende, c'è un malato terminale: si chiama Earl Partridge, un presentatore televisivo (Jason Robards "Nemico pubblico", "Allarme rosso"), che, alla fine della sua vita, sente il bisogno di riallacciare i rapporti con quel figlio che ha seguito le sue orme, ma che di lui non ne vuole sapere. Questi è un personaggio di gran successo con fama di seduttore, e con il compito di insegnare agli altri la sua arte di grande amatore, Frank T.J. Mackey (Tom Cruise " Rain man", "Eyes Wide Shut"), questo è il suo nome, è come un superuomo, ma dentro di lui un tarlo gli sta sgretolando l'anima. A completare questa "perfetta" famiglia, la giovane moglie di Earl, Linda (Julianne Moore "Fine di una Storia", "Un Marito Ideale"), fino a qualche tempo prima era una donna sicura, si era sposata per interesse, per avere tutto quello che una donna può e deve desiderare, ma mai avrebbe immaginato di trovarsi al capezzale del marito con il rimpianto della sua perdita.Anche Jimmy Gator (Philip Baker Hall "Insider - Dentro la verità", "Nemico pubblico") è un personaggio dello spettacolo, il suo Show ospita il quiz di Earl, il suo nome è sinonimo di integrità morale e onestà, una figura rassicurante, sempre gentile e disponibile, ma la sua vera faccia è diversa, e solo sua figlia Claudia sa fino a dove può arrivare. Claudia Wilson Gator (Melora Walters " Boogie Nights - l'altra Hollywood", "Sydney"), è un anima che più di tutte le altre ha perso la strada, tormentata com'è dal suo passato, e dalla cocaina. Il quiz televisivo ha portato alla ribalta un nuovo eroe, un bambino prodigio Stanley Spector (Jeremy Blackman) che pare sapere tutto quello che c'è da sapere, ma che non sa niente dell'amore di suo padre, che invece è un fallito cronico che vive alle spalle del successo e delle conquiste del figlio.Un insieme di vite il cui filo conduttore non è solo la televisione, ma anche la ricerca disperata di qualcosa che possa rendere completa la vita, un confronto con se stessi e con il proprio desiderio di essere compresi e amati. | ||||||
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Mai Stata Baciata [Never Been Kissed] | |||||
| Una giovane reporter (Drew Barrymore), viene inviata come infiltrata in un liceo, qui avrà la possibilità di riscattare i difficili anni passati da studentessa. *** Josie Geller (interpretata dalla simpatica Drew Barrymore) è una ragazza di venticinque anni che lavora nella redazione di un importante quotidiano, il Chicago Sun Times, con la speranza di diventare presto una reporter. Sicuramente la ragazza è molto dotata nel suo lavoro, ma nella vita privata è un vero disastro fin dai tempi del liceo, quando veniva derisa da tutti a causa del suo atteggiamento da secchiona (la classica nerd nel gergo americano) al punto da non avere mai avuto una relazione seria con nessun uomo.Finalmente Josie corona il suo sogno di lavorare come inviata, ma il suo primo incarico si rivela tremendo: dovrà infatti infiltrarsi in un liceo e analizzare le abitudini comportamentali dei nuovi teenagers. Il problema per Josie è in effetti molto serio: non è facile infatti dover ripercorrere il periodo più brutto della sua vita, da rivivere tra le altre cose, con ragazzi molto più piccoli di lei.La sua prima amica nel ritorno a scuola è (guarda caso una secchiona) Aldys (Leelee Sobieski, attualmente al cinema in "Eyes wide shut") capo dei nerds della scuola, dalla quale però è costretta ad allontanarsi perché il suo compito è quello di frequentare i ragazzi più tosti per effettuare un servizio migliore. A tutto ciò si aggiunge anche l'infatuazione di Josie per il suo professore Sam Coulson (Michael Vartan) e tutti gli ostacoli che si frappongono nel loro rapporto, che danno maggiore comicità al film.Diretto da Raja Gosnell (autore di "Mamma ho preso il morbillo) è un film abbastanza divertente, e la storia non deve essere considerata solo per adolescenti, perché mostra la contrapposizione tra giovani e adulti e il loro reciproco modo di prendersi in giro.Brava la Barrymore che dimostra grande verve e simpatia in una situazione per lei particolarmente delicata. | ||||||
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Material Girls [Material Girls] | |||||
| Il film narra le disavventure a buon fine di Tanzie (Hilary Duff) e Ava (Haylie Duff), le cui responsabilità della vita adulta consistono nel portare sempre scarpe alla moda, frequentare i club giusti e, nel caso di Ava, essere la fidanzata ufficiale della star televisiva del momento. Ava e Tanzie sono il volto della Marchetta Cosmetics, mega-società costruita dal nulla dal defunto padre, e dunque non hanno mai dovuto preoccuparsi di sviluppare particolari doti a parte quelle fisiche. *** Letto il titolo del film ed il nome della protagonista, non si poteva iniziare altro che con titoli di testa accompagnati dalla storica "Material girl" di Madonna, eseguita dalla cantante e attrice Hilary Duff insieme alla sorella Haylie. Le due, infatti, condividono per la prima volta il set nei panni delle sorelle Tanzie e Ava Marchetta (ma si pronuncia "Marscetta", attenzione), volto della Marchetta Cosmetics, mega-società costruita dal defunto padre, le quali, da un'esistenza caratterizzata da scarpe e vestiti alla moda, serate in rinomati club e sessioni fotografiche, si trovano improvvisamente catapultate in un vero e proprio oceano di sfiga. Da un lato Fabiella (Anjelica Huston), antica rivale dello scomparso genitore, è intenzionata ad acquistare la società, dall'altro lo scoop di un reporter investigativo denuncia la pericolosità di "Eterna giovinezza", cosmetico di punta di Marchetta, cui consegue la fuga del personale, il congelamento dei beni delle ragazze, il furto della loro auto e perfino un'inaspettata visita in prigione. Una serie di disgrazie dinanzi alle quali, anziché provare pena, lo spettatore viene quasi invitato a godere sadicamente, considerando i due personaggi in questione, che sembrano cominciare a contendersi il trofeo dell'odiosità con le gemelle Ashley e Mary-Kate Olsen (quelle dei serial televisivi "Gli amici di papà" e "Due gemelle e un maggiordomo", per intenderci). E, ovviamente, tra frecciatine varie ("Non mi va di sentire le Spice girls un'altra volta, odio il rock classico") ed una trama che sfiora l'intrigo giallo-rosa, si prosegue con le due in cerca dei reali motivi a monte della persecuzione a carico dell'azienda paterna, mentre entrano in scena Rick (Marcus Coloma), chimico della Marchetta, ed il consulente legale gratuito Henry Baines (Lukas Haas), cui viene sbattuta verbalmente in faccia la sentita e risentita morale: "Henry, i soldi non fanno la felicità!". Quindi, il tipico, banale prodotto per teen-ager annoiati che, tra qualche anno, finirà per dominare gli afosi pomeriggi estivi del piccolo schermo, penalizzato come è da ritmi televisivi che lo rendono consigliabile esclusivamente agli estimatori irriducibili di Hilary Duff, la quale ha dichiarato: "Questo film propone una storia divertente, tante risate e situazioni iperboliche, ma anche la vicenda toccante di due ragazze che sentono la necessità di riconoscere il proprio potenziale". Probabilmente, non stava parlando di "Material girls". La frase: "Siamo le sorelle Marchetta, guardateci e vi divertirete" | ||||||
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Maybe Baby [Maybe Baby] | |||||
| Sam (Hugh Laurie, "Stuart Little") e Lucy (Joely Richardson, "Return to me", "La carica dei 101") sono una coppia che all'apparenza possiede tutto: bellezza, successo nel lavoro, un'eccezionale vita amorosa, ma manca ancora la cosa che vorrebbero di più e cioè un figlio. I due tentano di procreare in ogni maniera ma non c'è niente da fare, e quando si affidano alle cure dei medici (tra cui Rowan Atkinson ovvero "Mr. Bean") precipitano in un universo fatto di analisi del liquido seminale e staffe da lettino ginecologico.Intanto Sam comincia ad avere un blocco creativo che ostacola il suo lavoro di autore televisivo, ma aiutato dalla sua amica Druscilla (Emma Thompson, "Judas kiss", "Nel nome del padre") che lo invita a "guardarsi dentro" decide di scrivere una commedia su una coppia che cerca di concepire un figlio, storia che suscita l'ira di Lucy. Ma Sam non molla, anzi elabora la sceneggiatura per entrare nel mondo del cinema, controllato da Ewan Proclamer (Tom Hollander, "Camere e corridoi"). Lucy invece è attratta dalle attenzioni del bellissimo Carl Phipps (James Purefoy, "Camere e corridoi", "Mansfield park") una star cliente dell'agenzia teatrale per cui lavora. La conseguenza è che l'amore tra Sam e Lucy sarà messo seriamente alla prova...Tratto dal romanzo dello stesso Ben Elton, alla sua prima regia, "Maybe Baby" è una commedia divertente in cui non mancano momenti drammatici inconsueti, con un pò di farsa grossolana ed un pò di pazzia; un equilibrio costante tra genere comico e drammatico con vari spunti che fanno riferimento alla biografia dell'autore anche se è stato lo stesso Elton ad affermare che il film è finzione e nessuno dei personaggi rappresenta una persona in particolare. *** | ||||||
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Men of Honor [Men of Honor] | |||||
| Una storia ambientata nel mondo della marina americana con Robert De Niro nei panni di un ribelle vecchio ufficiale e maestro sommozzatore che, aiutando il suo allievo di colore (Cuba Gooding Jr.) a combattere contro il feroce razzismo militare ed un'ottusa burocrazia, finirà per scrivere una nuova pagina nella storia militare. *** | ||||||
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MIIB - Men In Black II [MIIB - Men In Black II] | |||||
| L'agente J ha bisogno di aiuto così va in cerca dell'agente K e gli fa riavere la memoria. L'effetto è lo stesso di riaprire le pagine di un vecchio libro, ritrovando così non solo dei personaggi ormai cari, ma soprattutto un'atmosfera familiare. Quando Barry Sonnenfeld ("La Famiglia Addams") girò il primo "Men in Black" aveva l'intenzione di realizzare una sorta di giocattolone colorato e fantascientifico, senza alcuna altra pretesa all'infuori di divertirsi. L'enorme successo della pellicola, del tema musicale e del "look" dei suoi agenti segreti lo ha portato all'inevitabile sequel. Anche stavolta il mondo è in pericolo a causa di una terribile minaccia aliena che lascia meno di due giorni di tempo ai nostri eroi prima di distruggere il nostro pianeta. Il problema è che stavolta "J" (Will Smith" / "Alì") è da solo, visto che "K" (Tom Lee Jones / "Il Fuggitivo") è andato in pensione. Purtroppo "K" è l'unico a conoscenza del segreto che interessa alla terribile Serleena (Lara Flynn Boyle / "Twin Peaks") e al suo complice Scrad (Johnny Knoxville / "Austin Powers"), ma dopo la "neutralizzazione", o "sparafleshata" che dir si voglia, ha dimenticato tutto. Toccherà a "J" riportare "K" nei Men In Black prima che sia troppo tardi e se per farlo dovrà rivolgersi anche a gente malfamata come "multitesta" Jeebs (Tony Shalhoub / "Attacco al Potere"), beh... poco male!Un'ora e mezza - all'insegna del "meglio corto che noioso" - di film incentrato, più che sul fattore fantascientifico, peraltro molto curato, sulle gag e sul ritmo incalzante. Nella prima parte (comunque molto efficace), la mancanza di Tom Lee Jones si fa un pò sentire, infatti Will Smith da sicuramente il meglio quando ha la sua "spalla" accanto. La storia, che come costruzione ricalca il precedente episodio, non è certo un esempio di innovazione, ma è semplicemente funzionale ai due protagonisti, che come di consueto sono decisamente "cool"; gli abiti neri con annessi occhiali alla "Blues Brothers" e l'immancabile orologio Hamilton sono destinati ormai al mito.Gli alieni di Rick Baker ("Un Lupo Mannaro Americano a Londra" / "Placet of Apes") sono decisamente sorprendenti oltre che "buffi"; tutto ciò che vediamo non è mai quello che sembra; per non tacere degli ambienti della base "MIB"... superlativi nella loro essenzialità. L'unico appunto va alle armi, volutamente esagerate, ma con un design un pò troppo cromato che già dal primo episodio non convinceva molto. Curiosità: il cane (un carlino) usato in questo film è lo stesso del precedente, ma (incredibile, ma vero) gli hanno dovuto tingere i peli del muso che nel frattempo erano diventati bianchi (ora ha sei anni). La chicca: gli occupanti della casa di "K" sono il regista Barry Sonnefeld e la figlia di Tom Lee Jones. Indicazioni:Tutti quelli che hanno amato "MIB" si divertiranno ancora di più in questo secondo episodio. *** | ||||||
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Miracolo nella 34a strada [Miracle on 34th Street] | |||||
| Le feste sono ormai alle porte quando un maturo signore dai modi eleganti, con gli occhi che brillano, un bel pancione e la barba bianca viene ingaggiato dai grandi magazzini Macy per impersonare Babbo Natale. Le cose incominciano a complicarsi quando lui sostiene di essere il vero Babbo Natale. *** | ||||||
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Mission Impossible 3 [Mission: Impossible III] | |||||
| La vita privata di Ethan Hunt, Cruise, e della sua ragazza, Michelle Monaghan, viene sconvolta quando il cattivo di turno, Hoffman, tenta di eliminare entrambi... *** Il terzo episodio della fortunatissima serie cinematografica di Mission Impossible porta la fortissima impronta di J.J. Abrams, autore, tra gli altri, di serie televisive rivoluzionarie come Lost ed Alias. In effetti il tocco del regista di Alias è percepibile fin dai primi momenti del film, caratterizzati da una sottile costruzione della tensione e da un montaggio serrato, teso a portare immediatamente la suspence ad un alto livello. Il flashforward iniziale ha la funzione di far partire quella corsa contro il tempo così caratteristica del franchise di Mission Impossible. Inoltre dà allo spettatore la possibilità di conoscere il villain del film, Owen Davian, interpretato da uno straordinario Philip Seymour Hoffman che incarna l'essenza del male puro nella sua freddezza e meccanicità priva di emozioni. Eroe indiscusso del film è naturalmente Ethan Hunt (Tom Cruise) che dopo aver lasciato ogni ruolo operativo si occupa esclusivamente dell'addestramento dei potenziali agenti per l'organizzazione governativa per cui lavora. Ha una casa, una fidanzata (Michelle Monaghan) che sta per sposare e si sta avviando verso un futuro meno frenetico nonostante la doppia vita. La sparizione di una sua recluta (Keri Russell) lo porterà nuovamente ad entrare in azione. Il tocco più caratteristico di Abrams consiste nel mostrare gli aspetti umani degli agenti segreti, fattore che aveva decretato il successo delle prime stagioni di Alias. Ma nonostante il film si basi molto sulla presenza di Tom Cruise, Abrams cerca di dare una struttura più corale alla narrazione, dando risalto ad un cast di tutto rispetto che oltre agli attori già citati può vantare attori come Jonathan Rhys Meyers (apprezzato, tra gli altri, per Velvet Goldmine e per il recente Match Point) e Laurence Fishburne, la cui presenza scenica è immediatamente riconoscibile sullo schermo (viene subito in mente il Morpheus di Matrix). Ma grande importanza hanno le location in cui si svolge l'azione, sospesa tra Washington DC, Berlino, Roma e Shanghai. A quanto pare era stata chiesta l'autorizzazione, poi negata, per effettuare delle riprese nel parlamento tedesco, il Reichstag, mentre per gli interni del Vaticano viene usata in realtà la reggia di Caserta. L'atmosfera caotica di Roma è costruita in maniera tutto sommato credibile, anche se Tom Cruise e Rhys Meyers si lasciano andare ad un dialogo in romanesco improbabile ma gustoso. Ad un cambio frenetico degli scenari geografici fa da contrappunto lo sviluppo di una trama tesa a spiazzare lo spettatore, costruendo nuclei di certezze e di aspettative destinate a crollare inesorabilmente poco dopo. Tenendo a mente che si tratta di un prodotto seriale e di intrattenimento puro, si può dire senza rimpianti che Abrams ha ottenuto un risultato più che discreto, realizzando forse il più bel capitolo di una saga che da questo momento può davvero andare in ogni direzione. Da notare anche in questo film la preoccupazione politica, il timore cioè che nei servizi segreti americani possano esserci esponenti deviati pronti a difendere con ogni mezzo gli interessi economici statunitensi, anche a scapito di vite innocenti. | ||||||
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Monster's Ball - L'ombra della vita [Monster's Ball] | |||||
| Una guardia carceraria razzista, si innamora della vedova di colore dell'uomo che ha giustiziato. --- "Monster's Ball - L'ombra della Vita" arriva da noi sull'onda di due notizie: l'Oscar ad Halle Berry e la certezza che si tratta di una storia di razzismo. Se la prima affermazione è, ovviamente vera, la seconda non proprio. E' vero che la vicenda è ambientata nel sud degli Stati Uniti dove il sentimento razzista è ancora vivo, è altrettanto vero che il protagonista sembra essere razzista, ma non è assolutamente vero che questa è la tematica portante. Lo è piuttosto quella della violenza che si può sopportare senza impazzire o quella dell'incomunicabilità tra le persone.Hank Grotowski (Billy Bob Thorton / "Bandits") lavora come secondino nel carcere di Angola, come suo padre Buck (Peter Boyle / "Malcom X") prima di lui e come suo figlio Sonny (Heath Ledger / "Il Destino di un Cavaliere"). Tre persone della stessa famiglia, con lo stesso lavoro ma divise da ideologie diverse. Se Buck è un integralista ed un razzista inamovibile, pronto a giudicare tutto e tutti, Hank ha stemperato alcuni di questi aspetti pur mantenendo le convinzioni del padre, mentre Sonny è un figlio del nuovo secolo, un animo gentile totalmente distaccato dal padre e dal nonno e quindi in chiaro conflitto. Condannati ad odiarsi tra loro a causa della loro incapacità di comunicare ed esprimere sentimenti, vedranno esplodere il conflitto che li dilania in occasione dell'esecuzione di un condannato, Lawrence Musgrove (il rapper Sean "Puffy" Combs), con il quale avevano legato.Stravolto dagli eventi ed ormai consapevole che la sua vita non è stata altro che un riflesso di quella del padre, Hank condividerà la sua solitudine ed il suo dramma con Leticia (Hale Berry / "Codice: Swordfish") una donna di colore che ha perso il marito e non solo.Ma la relazione con Leticia si rivelerà molto più drammatica del previsto, anche perché lei è la vedova di Musgrove, ed Hank è la guardia che l'ha accompagnato sulla "sedia".Il film diretto da Marc Forster, promessa mantenuta del Sundance Festival, è scandito prima dalla routine della vita di Hank ed in seguito dalla paura di abbandonarla. Thorton e la Berry si trovano a dover recitare ruoli drammatici sfruttando più i silenzi che i dialoghi. La regia di Forster si sofferma sui più piccoli particolari ed abitudini dei protagonisti utilizzandoli per trasmettere più di quanto farebbero mille parole. Se Thorton aveva già dato prova, nella pellicola dei fratelli Cohen, di poter sostenere un simile ruolo, la Berry ha dovuto utilizzare nuove corde per essere convincente e per allontanare l'attenzione dello spettatore dalla sua bellezza, ed è forse proprio questo che gli è valso la preziosa statuetta. L'unico appunto che si può fare, è relativo all'eccesso di tragedie da cui vengono travolti i protagonisti e gli stessi spettatori, che rasenta quasi l'incredibile, ma d'altronde, sia nel bene che nel male, si sa che piove sempre sul bagnato. Veramente notevoli le capacità del regista in grado, sia di spiazzare lo spettatore (il confronto armato tra Hank e Sonny), sia di stupirlo con buoni virtuosismi come nella sequenza dell'esecuzione dove, grazie al vetro in cui si specchia, il condannato sembra sedere tra i suoi stessi carnefici. Alla fine sono molte le domande che restano volutamente irrisolte, cosa lega Hank e Leticia: opportunità, disperazione, amore... La chicca: Dall'ingiunzione di sfratto a Leticia, possiamo vedere che il proprietario è Rob Ortiz, ovvero il Production Manager del film. Curiosità: Omaggio ai fratelli Cohen nella sequenza in cui Billy Bob Torthon guida la macchina ed è ripreso dal parabrezza anteriore inquadrando solo il posto di guida: identica a "L'Uomo che non c'era". *** | ||||||
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Nameless - Entità nascosta [Los sin nombre] | |||||
| Cinque anni dopo l'omicidio di una ragazzina, quando sua madre sembra si stia riprendendo, una telefonata le sconvolge l'esistenza nuovamente: "Mamma, sono io... vieni a prendermi". Aiutata da un ex poliziotto e da un giornalista inzia la ricerca disperata della verità. *** Una bambina rapita, il ritrovamento di un corpo martorizzato, il dolore di una madre, un poliziotto zelante. Questi gli ingredienti di Nameless - Entità nascosta, vincitore di molti premi, fra cui quello come miglior film al Fantafestival di Roma del 2000. Costruito secondo il classico canovaccio del triller, il film regala momenti di suspance davvero unici. A volte si perde in spiegazioni e giri di parole che si potrebbero evitare, ma la trama ne risente appena. Cinque anni dopo il rapimento della figlia, Claudia (Emma Vilarasau) riceve una telefonata inquietante "Mamma, sono io, vieni a prendermi". La speranza di Claudia, quella di ogni madre, si riaccende. Contatta il poliziotto che all'epoca si era occupato del caso, e inizia la frenetica e convulsa ricerca di sua figlia. Tornano i misteri legati ad archivi teologici, a testi pseudo religiosi ed esoterici. Tornano le sette mistiche. Un gruppo occultista, che rifiuta qualsiasi nome, cerca di affermarsi fin dai tempi dell'olocausto, ma ora, grazie alla presenza di un essere puro, da pervertire fin dalla più tenera età, il suo scopo sta per essere raggiunto. La setta dei Senza Nome vuole affermare un nuovo concetto di "santità". Uno stato di coscienza mai raggiunto prima, la sintesi suprema del male, il supplizio finale, l'estasi. Il male e la perversione la fanno da padrone, essi non sono delle entità sovrannaturali, sono qualcosa di tangibile, che ognuno può sperimentare, che potrebbe diffondersi negli uomini da un momento all'altro. Gli elementi per scatenare l'ansia e la curiosità dello spettatore ci sono tutti. L'angoscia, la paura persistente, il diffidare di tutti, la voglia di scoprire la verità ad ogni costo, sono i temi portanti del film. Tratto dal romanzo "The nameless" di Ramsey Campbell, famoso autore britannico del genere horror, la pellicola sviluppa magnificamente quella paura psicologica e perversa che rende tanto particolare questo scrittore: la trasposizione cinematografica, è tanto ben fatta che non si perde nulla, né per quanto concerne la trama né per tutto ciò che è inerente allo scatenarsi della tensione e della paura. | ||||||
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Nascosto nel buio [Hide And Seek] | |||||
| La moglie di David Callaway, muore all’improvviso, traumatizzando la figlia Emily. Padre e figlia si sono trasferiti a nord nello Stato di New York per allontanare Emily dai ricordi della vita a Manhattan con sua madre. Subito dopo è nata l’amicizia con Charlie, bambino immaginario, che, all’inizio, David ha visto come un sistema positivo per Emily di esprimere se stessa. Ma una serie di avvenimenti terrificanti lo hanno portato ad immaginare l’inimmaginabile: Charlie potrebbe essere reale... e se così fosse, bisogna fermarlo. *** Un padre, una bambina, un legame materno/affettivo spezzato, la ricerca di una nuova vita, l'alone di un mistero sul passato e sul presente, una famiglia divisa prematuramente. Gli ingredienti per un classico incrocio tra thriller e dramma psicologico ci sono tutti. E non si disdegna di fare l'occhiolino all'horror, ammiccamento ormai rituale per gli sceneggiatori che passano per Hollywood. Tutto questo è Nascosto nel buio, diretto dall'anche attore John Polson, e sceneggiato dall'esordiente Ari Schlossberg. Il dottor Callaway, Robert De Niro, dopo il suicidio della moglie, decide di dare una svolta radicale alla vita di sua figlia Emily, Dakota Fanning, trasferendosi da New York in un paesello di campagna, nei pressi di un lago, connotando così il film nella classica casa isolata ai margini del bosco. La piccola Emily rifiuta ogni contatto con altri bambini, e si rifugia nel contatto con un suo amico immaginario, Charlie. Ma dopo una serie di accadimenti quantomeno singolari, al dottore viene il sospetto che Charlie non sia tutta opera della mente sconvolta della bambina, e inizia ad indagare. Infarcito delle più disparate citazioni (da Ju-On a Psycho, da Funny Games a Mystic River), il film vuole farsi passare per un mix tra erudita passione cinematografica e estrema fruibilità per il pubblico. E se nel primo intento toppa grossolanamente, anche nel secondo non si ha la certezza che faccia centro. Il film trasuda di quella sensazione di "già visto" che non viene certo lenita da quella tendenza citazionistica già menzionata. La sceneggiatura poi presta il fianco ad un'analisi attenta, con personaggi che si volatilizzano nel nulla, altri che appaiono come per mistero, senza contare poi un finale che ammicca in modo sconcertante ad un'ambiguità sinceramente incoerente e puramente sensazionalistica. Il film rimanda in modo clamorosamente evidente al recente Secret Window, film con Johnny Depp tratto da un racconto di Stephen King. Tutto sommato buona la prova del cast, con un De Niro che, dopo alcune uscite un po' discutibili, si ritrova con una buona interpretazione, seppure in un film "sbagliato". Altrettanto brava la catatonica Dakota Fanning, piccolo astro nascente del parco attori made in USA. Nascosto nel buio resta alla storia una piacevole (??) esperienza di una sera, ma nulla più. La curiosità: Il film sembra citare (in ordine sparso): a) Funny games, nell'inizio in auto, in direzione della casa sul lago; b) Ju-On, per come la macchina da presa e la Fanning si rapportano alla scala; c) Psycho, nell'ultima scena della doccia; d) Mystic River, nell'inquadratura notturna del dot. Callaway che si specchia nell'acqua. | ||||||
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Nata per vincere [Raise your voice] | |||||
| Terri Fletcher canta nel coro della chiesa di una piccola città, e il suo sogno è quello di diventare una cantante. All'improvviso si vede cadere il mondo addosso quando un brutto incidente le porta via suo fratello, ma quando viene accettata alla scuola di musica più prestigiosa di Los Angeles per un corso estivo, inizia per lei una nuova vita. *** Terri (Hilary Duff) è una ragazzina di sedici anni spigliata, simpatica e graziosa dotata di notevoli capacità canore. Sogna di frequentare il Bristol Hillman Conservatory di Los Angeles, la più prestigiosa scuola estiva per giovani talentuosi di tutti Stati Uniti d'America. Ma un padre eccessivamente apprensivo ed una disgrazia che la colpisce negli affetti molto profondamente sembra allontanarla dalla sua sola passione, la musica. Finché un giorno, inaspettatamente, il suo sogno non si avvera. Questo film è fondato in larga parte su Hilary Duff, sul suo sorriso e sulla sua voce. Del resto il suo primo album si è rivelato un successo di un certo rilievo negli USA, con quasi cinque milioni di copie vendute. La Duff è anche famosa per una serie televisiva trasmessa su Disney Channel, "Lizzie McGuire". Carisma della protagonista a parte, Nata per vincere è un drammone romantico adolescenziale piuttosto classico, dotato da uno svolgimento molto lineare che non riserva molte sorprese. I problemi sono i soliti, il superamento dei propri traumi, della paura del palcoscenico, dell'angoscia di non essere accettati in un ambiente ostile. Per quanto possa essere naturalmente ostile una scuola esclusiva per giovani musicisti naturalmente, un luogo in cui il problema principale consiste nell'ottenere o no la parte di solista in un coro o nell'affrontare i primi, castissimi turbamenti amorosi. Naturalmente visto il tipo di film c'è anche tanta musica e qualche piccola incursione piuttosto prevedibile nel filone umoristico-sentimentale, ma nulla in grado di provocare svolte interessanti o di catturare l'attenzione dello spettatore verso un finale quanto mai scontato. I personaggi e le situazioni possono ricordare decine di film basati sulla passione per la musica, e questo "Nata per vincere" non si distingue in nulla dalla massa, se non per la simpatia della protagonista. Ma questa da sola non basta mai a fare un buon film. | ||||||
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Nessuna verità [Body of Lies] | |||||
| Roger Ferris, uno dei migliori agenti dell'Intelligence americana, viene mandato ad Amman in Giordania, per collaborare con il capo dell'Intelligence locale alla cattura di un membro di Al Qaeda, sospettato di preparare un attacco terroristico ai danni degli Stati Uniti. Ferris, sarà seguito per via telefonica da un veterano della CIA, Ed Hoffman... *** Lui, l’agente operativo che parla arabo, sta sul posto, in Iraq, a bruciarsi la pelle al sole e captare qualsiasi informazione che possa far saltare i piani di Al Queda. L’altro, il capo con la pancia che da Washington comanda le operazioni e si crede presente nel deserto perché in grado di guardarne ogni più piccolo granellino di sabbia grazie alle sempre più sofisticate tecnologie, porta i figli a scuola e crede ancora che la strategia vincente sia prerogativa delle menti statunitensi (e se ne vedono i risultati). Due personaggi che dovrebbero agire all’unisono e che invece rappresentano due facce diverse della stessa medaglia della lotta al terrorismo. Sono loro al centro del nuovo film di Ridley Scott, film intriso di attualità e rivolto agli stessi Stati Uniti e al suo modus operandi nei territori di guerra. Ispirandosi all’omonimo romanzo di David Ignatius, "Nessuna verità" gioca sull’assenza di fiducia nel prossimo, sulla presunzione dei vari attori della guerra di essere i soli a detenere "la soluzione", per sottolineare quanto gli errori di quello che "sembra un gioco", costino comunque vite umane e sofferenza. Peccato che la sceneggiatura giri parecchio a vuoto e che tra i due protagonisti (DiCaprio e Crowe) manchi quel rapporto di tensione a distanza che, ad esempio, caratterizzava "Spy Game" (del fratello di Ridley, Tony Scott). All’autore di "Blade Runner" manca quella potenza visiva ormai richiesta per i migliori action-movie di oggi (si veda "I figli degli uomini", i primi minuti di "The Kingdom" o "Bourne ultimatum"). Il suo è un lavoro apprezzabile e ordinato, ma privo di una violenza che non sia la semplice rappresentazione della tortura, quasi laccato nella sua confezione così perfetta. Sembra mancare l’anima, quel coinvolgimento emotivo che un tempo Scott metteva nei suoi progetti e che adesso sembra condensato solo nelle intenzioni. Qui si parla sì di America dei salotti e di servizi segreti mediorientali che saprebbero fare bene il proprio lavoro se gliene si desse la possibilità, ma sono concetti solo abbozzati, dettagli all’interno di una vicenda di ordinario spionaggio in cui il buono finisce per stancarsi di tutto così come capita in tanti altri film girati in altre epoche e in altri luoghi. Sia chiaro, il film è un buon entertainment, ma dato il budget, il cast e il regista (nonché lo sceneggiatore di "The departed") ci si aspettava di più. Nel cast emerge su tutti, più del sempre bravo Di Caprio e dell’ingrassato per l’occasione Russel Crowe, il sempre più convincente Mark Strong (capo degli 007 giordani). La frase: "Voi americani non siete capaci di mantenere i segreti: siete una democrazia!". | ||||||
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Nido di vespe [Nid de guêpes] | |||||
| Hélèn Laborie, 30 anni, agente delle forze speciali è a capo di un'operazione molto delicata: scortare Abedin Nexhep, un pezzo grosso della mafia albanese, a Strasburgo. Nel corso della trasferta, dei killer assoldati da Nexhep, organizzano un imboscata per liberare il loro capo, ma Laborie e i suoi uomini riescono a fuggire. Contemporaneamente 5 ragazzi stanno compiendo il furto della loro vita, la squadra di Laborie, il loro prigioniero i 5, ritrovatisi in un deposito isolato, dovranno allearsi per combattere un nemico invisibile. *** | ||||||
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Nightmare before Christmas [Nightmare before Christmas] | |||||
| Jack Skeletron, il sovrano della città di Halloween, vuole riprodurre la magia della città di Natale, naturalmente a modo suo, e per fare ciò rapisce proprio Babbo Natale, mettendo in pericolo il naturale equilibrio fra le festività. Riuscirà Sally, con il suo amore, a far ritornare Jack sui propri passi ed evitare così questo disastro? *** “Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte” diceva Edgar Alla Poe. Basterebbe questo a spiegare l’affetto che sempre circonda Tim Burton e i suoi film. Il cinema come raccontatore di favole, raccoglitore di storie fantastiche e paure che di notte si sposavano nei nostri sogni di bambini. Jack Skeletron non nasce nel 1993 con Nightmare before Christmas, ma prima, molto prima. Prende vita dalla realtà, dall’osservazione di un negozio che cambiava le decorazioni da stile Halloween a natalizie per diventare prima poesia, poi scarabocchio su di un block-notes e poi disegno sul cappello di uno dei personaggi di Beetlejuice (1988). “Non sforzarti di capirlo, devi solo immaginarlo!” e così Jack Skeletron ha preso vita poco a poco, passando da sogno (o incubo) a realtà, da parabola a film. Tim Burton unisce gli opposti, fa del più brutto il più bello, del nero il colore della gioia, di uno scheletro la vitalità. Lo spirito natalizio non si trova nella bellezza delle forme, quanto nel capire, e vivere, la propria identità. Solo allora sarà sempre Natale e la luna bacerà gli innamorati. Quando il film uscì in Italia nel 1993 nelle sale fu preceduto da “Frankenweenie”, un cortometraggio sempre in plastilina che Tim Burton aveva realizzato nove anni prima, quando ancora non aveva realizzato alcun lungometraggio. Già lì erano presenti alcuni dei personaggi che si ritroveranno nei suoi film successivi, a partire proprio da Nightmare before Christmas (di cui, è bene ricordare, fu tutto, ma non regista. Il compito lo affidò all’amico Henry Selick). Dall’ossessione di dare vita ai morti (Sally e La sposa cadavere) al cane fedele compagno di avventure, dalla necessità di partire sempre da personaggi emarginati alle presenze/assenze delle figure di genitori che siano da guida per i ragazzi di volta in volta protagonisti dei suoi racconti. Oggi “Nightmare before Christmas” si presenta come un nuovo punto di partenza non per i contenuti, ma per la tecnologia. E’ stato cavia infatti del rilancio del tridimensionale e cioè degli occhialetti in sala distribuiti prima della visione. Non più, però, una lente rossa e una blu, ma un vero paio di occhiali pesanti che rendono il 3d una sorta di realtà virtuale. Nuovi progetti con questa modalità sono già partiti ad Hollywood, alla continua ricerca di strumenti che possano invogliare la gente ad andare in sala a vedere un film piuttosto che a casa in altre forme (non sempre legali). Non essendo stato ideato per un utilizzo simile “Nightmare before Christmas”, non ne sfrutta completamente le potenzialità. Ciò non toglie che la sua visione risulti sempre e comunque una gioia. La frase: "É stato molto tempo fa,più di quanto non sembra,in un posto che, forse,nei sogni si rimembra,la storia che voi udire potretesi svolse nel mondo delle feste più liete.Vi sarete chiesti, magari, dove nascono le feste.Se così non è, direi... che cominciare dovreste!!". | ||||||
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Nightwatch [Nightwatch] | |||||
| Per mantenersi agli studi, Martin Bells (E. McGregor) fa il guardiano notturno all'obitorio. Diventa il bersaglio di un assassino periodico di prostitute che ha l'abitudine di cavare gli occhi alle sue vittime: il maniaco prima cerca di incastrarlo come autore degli omicidi, poi tenta di ammazzarlo con la sua ragazza e il suo amico. Remake a distanza ravvicinata di Nightwatch (Nattewagten, 1995), campione d'incassi in Danimarca e alcuni passaggi nei festival, da parte dello stesso regista danese, assistito in sceneggiatura da Steven Soderbergh. Fatti salvi gli attori e il formato (il 2° è girato con l'anamorfica), i due film sembrano identici, inquadratura per inquadratura, sequenza per sequenza. Eppure il rifacimento è migliore e più maturo dell'originale. Risulta più evidente il nucleo centrale: non l'identità del serial killer, ma la sua psicologia, le motivazioni e la logica che ne determinano l'azione. Non c'è risposta. È un'illusione cercare di spiegare razionalmente il dilagare del male: Essere invulnerabili o protetti di fronte al Male è pura teoria. La realtà è che queste cose accadono. *** | ||||||
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Non ti muovere [Non ti muovere] | |||||
| In seguito ad un incidente stradale, la figlia di un neurochirurgo finisce in coma, il fatto da l'occasione al padre per confidare alla figlia la sua vita passata e in particolare per parlare di una relazione extraconiugale avuta tanti anni prima. *** Una ragazza in fin di vita per un incidente con il motorino viene portata d'urgenza in ospedale. Ada (Angela Finocchiaro), la capo infermiera, scartabellando nello zainetto, legge nel diario il nome della giovane. Preoccupata per la somiglianza con quello di un suo collega chirurgo si fionda nella sala dove l'uomo sta operando. Timoteo (Sergio Castellitto), allarmato, si dirige nel luogo dove giace il corpo inerme della paziente riconoscendo in lei la figlia. Prontamente da l'O.K. per la delicata operazione cui dovrà sottoporsi la giovane e, mentre aspetta, come frammenti di un piccolo specchio cerca di ricomporre la sua immagine attraversando i ricordi degli ultimi quindici anni - età della figlia- facendo tornare a galla tradimenti, violenze, abbandoni, voglie di paternità, incomprensioni e, soprattutto, l'amore nascosto per una giovane donna: Italia (Penelope Cruz). Seconda prova da regista per Sergio Castellitto dopo "Libero Burro" il quale, oltre a vestire i panni di Timoteo, si è affiancato da attori del calibro di Claudia Gerini, la moglie; Penelope Cruz, Italia, la giovane disperata; Marco Giallini, Manlio, il suo migliore amico e Angela Finocchiaro, la capo infermiera. Tratto dal romanzo omonimo "Non Ti Muovere" della compagna/attrice Margaret Mazzantini (la quale proprio nella scena finale del film appare come un fantasma vestito di nero, passando accanto a Castellitto in un quasi spirituale cameo) Best Seller ormai da qualche tempo in Italia, questa pellicola vanta nella colonna sonora un nuovo pezzo di Vasco Rossi che verrà messo nel suo cd di prossima uscita. Sin dalla prima, suggestiva, inquadratura Castellitto ci fa piombare nella grigia atmosfera di questa pellicola: il corpo di una ragazza rivolto sull'asfalto visto dall'alto, la m.d.p. scende lenta insieme alla pioggia che si scioglie sul selciato. Un gruppetto di persone commenta l'accaduto mentre il casco slacciato, rovesciato in terra, si riempie d'acqua. L'intenzione del regista si avverte subito: non è "Barzellette - il film" e soprattutto non risuona neanche degli echi zingareschi di "Libero Burro". "Non Ti Muovere" è un film intenso, un film sporco, com'è sporco il volto della bellissima Penelope Cruz, irriconoscibile per necessità narrative, sgualcito, quasi indefinito. Sporca è la vita di Timoteo/Castellitto che, sotto l'effetto della Vodka e della canicola estiva, prima violenta la giovane Italia e poi se ne innamora. Sporca è la relazione con la moglie Gerini, senza più amore, senza più mosse da compiere, se non fare un bambino, così, solo per rimanere uniti. E sarà proprio la figlia a spezzarsi, all'interno della famiglia soprattutto, ancora prima dell'incidente. "Non ti Muovere" è una pellicola piena, insolita, persino coraggiosa per il nostro cinema, visivamente emotiva e, per molti versi, anche fuori dagli schemi. Certo, se vogliamo proprio sottilizzare, si potrebbe dire che forse è un opera po' troppo lunga (due ore e cinque minuti), anche un po' narcisistica, visto che il novanta per cento dello spazio scenico è occupato dall'attore/regista/co sceneggiatore Sergio Castellitto. Ma se la lunghezza è composta da scene importanti per capire l'interazione emotiva fra i personaggi e il narcisismo serve per completare il discorso ossessione/disorientamento verso Italia e il mondo esterno, tutto questo ben venga. E' stato fatto anche dei peggio, specialmente in questo paese, momenti cinematografici in cui il tempo del regista non è perfettamente sincronizzato con quello dello spettatore, ma questo non mi sembra proprio il caso. | ||||||
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Notte prima degli esami [Notte prima degli esami] | |||||
| In una colorata estate degli anni ’80 Luca e i suoi amici si preparano ad affrontare i temuti esami di maturità. Ma invece di studiare riescono a collezionare un’incredibile serie di buffe disavventure. A cominciare è proprio Luca che, travolto da insolito coraggio, rovescia su Martinelli, il professore di lettere più bastardo della storia dell’umanità, una micidiale collezione di insulti e accuse. 10 secondi dopo scopre che Martinelli sarà il nuovo membro interno agli esami! E come se non bastasse, poche ore dopo, Luca si innamora di una esuberante coetanea conosciuta ad una festa, Claudia. 10 secondi dopo scopre che è fidanzata con un ragazzo con 20 Kg di muscoli più di lui! Luca però non si perde d’animo e comincia una spasmodica ricerca dell’amata. Di lei conosce solo il nome ma ignora la cosa più importante... che è la figlia dell’odiato professor Martinelli! Nei giorni seguenti... Tutto culmina con la notte prima degli esami... e il mattino dopo nessuno dei nostri protagonisti sarà più lo stesso. *** All'inizio degli Anni Ottanta, i mai troppo osannati Carlo ed Enrico Vanzina realizzarono quel sottovalutato capolavoro della commedia tricolore intitolato "Sapore di mare", il quale, tra risate e nostalgia, rievocava romanticamente il mitico decennio in cui spopolarono artisti musicali del calibro di Mina e Little Tony. Oggi, abituati a vivere nel "freddo" millennio di Internet e dei telefoni cellulari, cominciamo ad avvertire la mancanza del periodo in cui leggevamo continuamente sui quotidiani di Gorbaciov e Reagan ed al cinema uscivano titoli come "Sposerò Simon Le Bon"; e, soprattutto, la comunicazione tra le persone era molto meno telematica ed artificiale. Quindi, se oltreoceano prodotti tutt'altro che disprezzabili come 30 anni in un secondo già hanno provveduto a risvegliare l'interesse degli spettatori nei confronti di quell'irripetibile, "solare" momento storico, in Italia ci provano ora Fausto Brizzi e Marco Martani, ormai da anni sceneggiatori dei film di Natale di Neri Parenti. Il primo, infatti, esordisce dietro la macchina da presa con Notte prima degli esami, che, come In questo mondo di ladri (e riecco i Vanzina) e Ricordati di me, prende il titolo in prestito da una canzone di Antonello Venditti. Ottimamente scritto da Brizzi e Martani insieme a Massimiliano Bruno (anche se fondamentale è stato l'apporto del produttore Giannandrea Pecorelli), il lungometraggio segue le avventure e disavventure di Luca (Nicolas Vaporidis) e dei suoi amici, i quali, nel giugno del 1989, si preparano per affrontare i temuti esami di maturità. E le cose filerebbero sicuramente meglio se non avesse deciso, terminata la scuola, di scaraventare verbalmente una collezione di insulti ed accuse sull'odiato professor Martinelli (Giorgio Faletti), da lui definito "carogna", per poi scoprire che sarà il nuovo membro interno agli esami. Tra guai inaspettati ed incontri con gli amici, quindi, Luca tenta, fino alla notte prima degli esami, di riconquistare la stima del suo insegnante, mentre non fa altro che pensare a Claudia (Cristiana Capotondi), conosciuta ad una festa e, purtroppo, fidanzata; la quale, a sua insaputa, è proprio la figlia di Martinelli. Ed il regista, supportato da un cast in gran forma, costituito da giovani volti più o meno conosciuti del piccolo e grande schermo e veri e propri veterani come Riccardo Miniggio (in arte Ric) e Valeria Fabrizi, racconta il tutto senza perdere mai il senso del ritmo, tra sorprese inaspettate e risvolti di sceneggiatura tutt'altro che prevedibili, lanciando anche ironiche "frecciatine" al "finto" inglese del Raf di "Self control" e mostrandoci i giovani protagonisti che guardano in tv Colpo grosso, programma erotico a suo tempo condotto da Umberto Smaila. Ed il ripescaggio di simboli ed icone del periodo non si riduce soltanto a questo, infatti, al di là di una colonna sonora che, come c'era da aspettarsi, comprende, tra l'altro, hit di Europe, Duran Duran, Queen e Donatella Rettore, ci rendiamo conto del fatto che il cognome di Luca, Molinari, veniva usato non poco nei film di vent'anni fa, e non mancano apparizioni di Eleonora Brigliadori e Daniela Poggi. I trentenni e quarantenni di oggi, quindi, troveranno il giusto materiale visivo per poter sognare nuovamente, in un certo senso sulla scia de "I ragazzi della terza C", l'epoca in cui il dvd era ancora un qualcosa di impensabile e si parlava di yuppies ed audiocassette, mentre i più giovani, sicuramente lieti della presenza, in un divertente cammeo, di Enzo Salvi/Cipolla e Mariano D’Angelo, potranno trovare l’occasione per interessarvisi e, tra una risata e l’altra, scovare diversi spunti di riflessione. E chissà che Brizzi e Martani, con il passare degli anni, non si rivelino due potenziali eredi dei figli di Steno, e che Notte prima degli esami non faccia da apri-strada ad una serie di pellicole del genere, assumendo magari, un giorno, i connotati di un vero e proprio manifesto cine-generazionale, al pari livello di "Vacanze di Natale" e del succitato "Sapore di mare". La frase: "Lo so, al posto mio Fonzie l'avrebbe baciata subito, ma purtroppo io non ero Fonzie, ero Richie Cunningham". | ||||||
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Notte prima degli esami - Oggi [Notte prima degli esami - Oggi] | |||||
| Luca è alle prese con una nuova storia d'amore. Incontra infatti Azzurra (Carolina Crescentini) una biologa marina estroversa e poco più grande di lui che lo trascina in pazze avventure metropolitane. Un tira e molla romantico che lascia col fiato sospeso fino al finale. Ma anche a casa di Luca la situazione è complicata. Infatti suo padre Paolo (Giorgio Panariello) è un cialtrone matricolato, marito bugiardo e eternamente infantile. Suo figlio Luca dovrà tamponare i buffi guai che il genitore combina a ripetizione e fare "da padre a suo padre". A legare il tutto come sempre le avventure goliardiche e spensierate del gruppo di amici che stavolta si trova ad affrontare le prime complicate prove della vita. *** E' proprio vero che gli esami non finiscono mai! Dopo aver trionfato al botteghino (15 milioni di euro) con "Notte prima degli esami", suo esordio dietro la macchina da presa che si è aggiudicato anche il David di Donatello per la miglior opera prima, lo sceneggiatore Fausto Brizzi torna ad invadere gli schermi con "Notte prima degli esami oggi", sempre per la sua regia, il quale apre attraverso un divertente prologo in cui il protagonista Luca Molinari, nuovamente interpretato da Nicolas Vaporidis, si trova ad affrontare gli esami di maturità in diverse epoche storiche, passando, tra l'altro, per gli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, con tanto di tempestivo cambio di look. Giunti agli Anni Ottanta, ci ricolleghiamo per un breve momento proprio con il capostipite, ma la vicenda alla base di questo nuovo capitolo, inaspettatamente, non è la continuazione di ciò che abbiamo visto nel film precedente, bensì tutta un'altra storia che, riutilizzando gli stessi protagonisti, sostituisce il decennio in cui spopolarono i Duran Duran con l'estate del 2006, segnata dai Campionati Mondiali di Calcio. Quindi, un altro periodo di preparazione agli esami di maturità nel corso di cui, però, anziché sentir parlare di yuppies ed audiocassette, abbiamo telefoni cellulari, blog e iPod, mentre, assenti Cristiana Capotondi e la "carogna" Giorgio Faletti, facciamo conoscenza prima con la professoressa Paliani, con le fattezze di Serena Autieri, poi con la bella Azzurra, con quelle della Carolina Crescentini di "H2Odio", scapestrata biologa marina che entrerà nel cuore di Luca. Due new entry cui si affiancano i componenti della famiglia del protagonista, dal nonno Franco Interlenghi alla mamma Paola Onofri, per concludere con l'infantile e bugiardo papà Giorgio Panariello, impegnato a garantire buona parte della notevole dose di risate all'interno di un prodotto che, nonostante tutto, identifica ancora una volta nell'amore e nell'amicizia i suoi argomenti cardine. E, se lo stile registico sembra aver subito un evidente processo di maturazione, forte anche di una nutrita colonna sonora (Queen e Pipettes, tra gli altri) che provvede a rendere più frizzanti determinate sequenze, lo script, ad opera dello stesso Brizzi affiancato dall'inseparabile Marco Martani e da Massimiliano Bruno, ricco come al solito di sorprese inaspettate e risvolti tutt'altro che prevedibili, sacrifica in parte l'argomento degli esami, privilegiando, invece, non poche situazioni alla "American pie", tra mare, scherzi, tradimenti, sesso in chat e nudità in abbondanza. Situazioni, però, che non rappresentano altro che prove di vita da conseguire lontano dai banchi di scuola, mentre il taglio generale della riuscitissima operazione, che vede anche il breve ritorno di Enzo Salvi e Mariano D'Angelo nelle vesti dei due esilaranti poliziotti e che si avvale di apparizioni di Roberto Ciufoli, il produttore Fulvio Lucisano ed il press-agent Enrico Lucherini, richiama in maniera evidente quello delle commedie internazionali. Aspetto, quest'ultimo, da non trascurare nella maniera assoluta, tanto più che, se "Notte prima degli esami", a causa della sua ambientazione nel passato, poteva essere tranquillamente giudicato come il moderno "Sapore di mare", questo newquel - come è stato definito dall'autore - potrebbe assumere col tempo i connotati di un fondamentale documento di celluloide utile un giorno per ristudiare la generazione dei primi anni del nuovo millennio, bene o male nella stessa maniera in cui "Vacanze di Natale" lo è per riguardarsi quella degli Anni Ottanta. L'esame, quindi, è di nuovo superato. La frase: "Sapete chi ha inventato l'esame di maturità? Eccolo qui, il filosofo Giovanni Gentile". | ||||||
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Off the Black [Off the Black] | |||||
| Ray Cook è l'allenatore di baseball di un liceo e si fa in quattro per aiutare un ragazzo a cui tiene molto. Si tratta di Morgan, un giovane in profonda crisi con il padre con il quale cui sta cercando difficilmente di riprendere i rapporti. Un giorno l'uomo, invitato ad una rimpatriata con i suoi vecchi compagni di scuola, chiede a Morgan di accompagnarlo e di fingere d'essere suo figlio. Occasione d'oro questa per dare un nuovo significato al loro rapporto d'amiciza e per crescere insieme. *** | ||||||
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Ogni cosa é illuminata [Everything is illuminated] | |||||
| Un giovane ebreo americano decide di andare alla ricerca della donna che durante la Seconda Guerra Mondiale in un villaggio in Ucraina aveva salvato la vita a suo nonno, nascondendolo durante un raid dei Nazisti. Il ragazzo viene aiutato nella sua ricerca da un uomo del luogo, che parla un inglese sgangherato ma divertente. Tra commedia e dramma si snoda il viaggio nella memoria di un ragazzo alla ricerca delle sue origini. Tratto dal romanzo del 2001 “Everything is illuminated” di Jonathan Safran Foer, Schreiber l’ha scelto per la vicinanza alla sua storia familiare e ne ha curato l’adattamento per il cinema. *** Tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, appartenente alla terza generazione di scrittori che hanno ricordato la Shoah, Everything is illuminated è la storia di un viaggio in Ucraina alla ricerca del passato, un viaggio nella memoria. Il punto di partenza è una vecchia fotografia del nonno dello stesso Jonathan, ed un nome misterioso: Trachimbrod. Si tratta di una parola per molti priva di senso, ma che richiama ad uno dei tanti luoghi dell'Europa orientale che non esistono più: uno shtetl, cioè un villaggio abitato soltanto da ebrei. Durante il suo viaggio Jonathan incontra Alex, giovane ucraino appassionato dai divertimenti occidentali, ed il nonno dello stesso Alex, uno strano individuo che dice di essere cieco pur non essendolo davvero. Il film di Schrieber può quindi dividersi in due parti, anche se non sono chiaramente identificabili: non c'è una cesura netta. Nella prima parte possiamo vedere il contatto tra la sensibilità statunitense di Jonathan e la sensibilità di Alex (che però non è etnicamente ucraino: è un russo di Odessa!). Le differenze culturali portano a situazioni ricche di ironia e di umorismo. Poi, mentre il viaggio procede alla ricerca del passato del nonno di Jonathan, si attua uno slittamento così graduale da essere pressocché impercettibile. I due giovani si addentrano lentamente nel territorio della ricerca storica, fino a giungere ad una verità tanto terribile quanto incancellabile nella sua necessità di essere raccontata. In questo senso il protagonista, interpretato con grande acume da Elija Wood, non sembra un personaggio ben definito, ma quasi uno strumento della memoria, non dotato di caratteristiche proprie. Parafrasando una frase del film, la verità non è a Trachimbrod per Jonathan, ma Jonathan è a Trachimbrod per la verità, proprio perché essa trascende dalla semplice umana necessità, per quanto alta possa essere. Un particolare a cui bisogna fare attenzione è la dialettica tra luce-oscurità (piuttosto evidente) ed il contrasto tra vista e cecità. Quest'ultima in realtà ha a che fare con la facoltà umana di guardare solo esteriormente, perché si tratta piuttosto della capacità di ricordare, di vedere con gli occhi del passato. Per questo il nonno di Alex dice di essere cieco, perché nega consapevolmente a se stesso questa possibilità, sperando di mantenere un avvenimento lacerante in una zona della sua mente in cui questo non sia in grado di nuocergli. Pura utopia. Allo stesso tempo, la mania di Jonathan di conservare gli indizi della sua esistenza con parossistica meticolosità è di per se insufficiente a ricostruire la memoria incompleta, senza una capacità interna di vedere (e gli enormi occhiali che adornano il viso di Wood non sono casuali), e solo questa consapevolezza potrà permettergli di essere illuminato. Pur parlando di temi di grande importanza, Everything is illuminated è un film godibile, con aspetti umoristici e a tratti commoventi che non vanno sottovalutati né passati sotto silenzio. La pellicola di Liev Schreiber (consigliata davvero a tutti) è uno dei film più belli che parlano di Shoah, proprio perché richiedono allo spettatore un coinvolgimento attivo nella "rigida ricerca" di Jonathan, e non una semplice attività di testimonianza, come in Schindler's list o nel Pianista, film pur sempre di grande rilevanza, nel loro genere. La frase: "Ho paura di dimenticare" | ||||||
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Orgoglio e pregiudizio [Pride and prejudice] | |||||
| Il signor Bingley, uomo ricco e scapolo, va ad abitare vicino a Longbourn, dove vive la famiglia Bennett. Il suo arrivo cambiera' la vita di cinque sorelle, Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. Basato sulla trama del libro di Jane Austen. *** Servito bene, l'adattamento dell' omonimo romanzo di Jane Austen, sarà una manna per un pubblico appassionato con tutti gli ingredienti noti di un piatto leggerissimo che finita la proiezione è già bello che digerito. Joe Wright, il regista, ha studiato arte, film e video, realizzando telefilm, miniserie e corti prima di questo esordio nel lungometraggio. Siamo presso una modesta farm di fine '700, dove insieme ai genitori vivono cinque sorelle da sistemare con "matrimonio di grande vantaggio". A qualsiasi prezzo ("con 500 sterline di rendita l' anno può avere pustole e occhi storti"). In una danza di schermaglie amorose dallo svolgimento prevedibile come i tanti sguardi rivelatori. L' orgoglio di una giovane donna di carattere, intelligente, di fronte al pregiudizio classista di unioni di interesse da scombinare con la forza del romanticismo. Secondo lei, gli uomini sono sciocchi, arroganti, privi di spirito, ma avrà modo di scoprire il suo lato emotivo e cambiare giudizio, in un contesto di formalismo da etichetta e sentimenti soffocati. Nella messinscena non manca nulla: le piogge, la nebbia, il tiepido sole della campagna inglese. Lo sfarzo delle residenze, i balli di società, le tavole bandite con camerieri in livrea e illuminazione di candele. Le uniformi e le adolescenti, "sciocche civette" cinguettanti. Il pianoforte a ritmare la cadenza della vita agreste, linguaggio altisonante, barocco, e aggiunta di umorismo britannico. In un cast dalla recitazione accademica spiccano una Keira Knightley (anche se a tratti piu' fotogenica che espressiva) che inanella titoli di successo ma sa scegliere anche il piccolo e interessante "The Jacket", Donald Sutherland veterano delle scene placido e ponderato, la invadente ed apprensiva Brenda Blethyn, divertente ne "L' Erba di Grace", notevole in "Segreti e Bugie". E se per la protagonista Elizabeth/Knightley "la poesia ha il potere di scacciare l' amore", nel film sembra piuttosto valere il contrario. La frase: "Io amo leggere, ma sembra che ci siano sempre cose migliori da fare". | ||||||
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Orwell 1984 [1984] | |||||
| Dopo la guerra atomica il mondo si è diviso in tre stati: Oceania, Eurasia e Estasia. Londra, capitale dell'Oceania, è dominata da un partito che ha il totale controllo su tutti i cittadini. Winston Smith, uno dei burocrati, un giorno commette il crimine di innamorarsi di Julia.... *** | ||||||
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P.S. I Love You - Non è mai troppo tardi per dirlo [P.S. I Love You] | |||||
| Riscoprire la propria vita dopo una tragedia che l'ha distrutta, è possibile? Le lettere di Gerry (Gerard Butler) scritte all'amata Holly (Hilary Swank) prima di morire e fatte recapitare periodicamente alla moglie disperata, nei mesi successivi, sono il migliore viatico verso una nuova esistenza. Ora non resta che aprire la porta di casa e osservare il mondo. Le storie d'amore fra vita e morte, sono un classico del cinema. Possiamo citare Ghost, e Always di Steven Spielberg, per fare degli esempi. L'amore, infatti, quando viene interrotto bruscamente da eventi legati al fato (come la morte), crea in chi guarda dei moti d'animo violenti e un forte senso solidale nei confronti di chi soffre, in questo caso Holly, interpretata da Hilary Swank. La speranza dello spettatore è quella di vedere una lotta per la sopravvivenza, coinvolgente, con qualche tocco di ironia, in un perfetto equilibrio di dolce e amaro. Richard Lagravanese, autore de La leggenda del re pescatore e de I ponti di Madison County, di emozioni e di sentimenti se ne intende, e con PS I love you mette in scena una commedia romantica (con sufficienti elementi drammatrici) che colpisce al cuore. Nel bene e nel male. Hilary Swank, svolgendo comunque il suo mestiere, non riesce a rendere credibile la sua amicizia con Gina Gershon e Lisa Kudrow (entrambe ottime professioniste). Tale è, però, il coinvolgimento emotivo che questi aspetti possono passare in secondo piano, in un film dalla lacrima facile, che rende le parole scritte eterne (quale piacere è più grande del leggere delle vecchie lettere), nella sincerità più o meno reale di Hollywood, per cui tutto è spettacolo. *** | ||||||
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Piccole donne [Little women] | |||||
| La storia di una famiglia ed in particolare di quattro sorelle durante la guerra di Secessione. Nel 1861 il padre parte per andare a combattere, lasciando le ragazze con i loro piccoli grandi sogni che le porteranno tutte a diversi destini. *** | ||||||
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Poseidon [Poseidon] | |||||
| É la sera dell'ultimo dell'anno e a bordo del transatlantico Poseidon, al largo del Nord Atlantico, sono iniziati i festeggiamenti. Nel frattempo, sul ponte, il primo ufficiale, esplorando l'orizzonte vede un'onda anomala, un mostruoso muro d'acqua alto un centinaio di metri che si sta avvicinando a una velocità pazzesca. Cerca di eseguire una manovra per evitare l'impatto, ma è troppo tardi. L'onda si abbatte sulla nave con una forza tremenda, tanto da farla capovolgere. Nella sala da ballo ancora miracolosamente intatta, ma sotto il livello dell'acqua, un centinaio i sopravvissuti. Secondo il capitano l'unica salvezza è quella di aspettare i soccorsi. Un piccolo gruppo di sopravvissuti, però, ignorando gli ordini, decide di trovare una via per raggiungere la superficie, mentre la nave continua a inabissarsi. *** La macchina da presa si trova sott'acqua, ma il film che stiamo per vedere non è Lo squalo di Steven Spielberg; improvvisamente si solleva per rivelare una nave e girarvi attorno, ma non si tratta del Titanic, quindi le immagini a cui stiamo assistendo non provengono neppure dall'omonimo successo diretto nel 1997 da James Cameron. Allo spuntare di una figura umana maschile che fa jogging sul ponte, viene quasi da pensare che i 24 fotogrammi al secondo che scorrono sullo schermo possano appartenere al nuovo capitolo di Rocky, il personaggio in questione, però, non sembra avere le fattezze di Sylvester Stallone. Quello a cui abbiamo appena assistito altri non è che l'incipit di Poseidon, ultima fatica del prolifico Wolfgang Petersen, tratta da un romanzo di Paul Gallico, già portato sullo schermo nel 1972 da Ronald Neame con il classico dei disaster movies L'avventura del Poseidon (senza contare il tv - movie Poseidon di John Putch, del 2005). Al centro della vicenda abbiamo la lussuosa imbarcazione che dà il titolo al lungometraggio, la quale, in viaggio durante la notte di Capodanno nell'Atlantico del Nord, viene scaraventata da Petersen nelle grinfie di un'onda anomala di oltre 45 metri di altezza, senza perdere tempo, già dopo appena dieci minuti di visione. E, a partire dal massacro in discoteca che, con tanto di pericolosi cavi elettrici vaganti, non può fare a meno di richiamare alla memoria il ballo di Carrie - Lo sguardo di Satana (1974) di Brian De Palma, incuriosisce non poco la struttura da slasher - movie a cui il regista sembra ricorrere. Ben presto, infatti, come nel film di Neame, troviamo una manciata di sopravvissuti intrappolati all'interno dell'imbastimento capovolto, evidente allegoria relativa al rovesciamento del mondo: il giocatore d'azzardo di professione Dylan Johns (Josh Lucas), Maggie (Jacinda Barrett) ed il figlio di soli nove anni Conor (Jimmy Bennett), una passeggera clandestina (Mia Maestro), un giovane cameriere (Freddy Rodriguez), un omosessuale sentimentalmente deluso ed aspirante suicida (Richard Dreyfuss), il fastidioso Larry (Kevin Dillon) e Robert Ramsey (Kurt Russell), in cerca della figlia Jennifer (Emmy Rossum) e del suo fidanzato Christian (Mike Vogel). Tutte potenziali vittime pronte per essere divorate dall'acqua, un mostro decisamente più potente e temibile di un qualsiasi Jason Voorhees o Freddy Krueger, concreta immagine di una natura ribelle pronta ad attuare il suo insindacabile Giudizio Universale nei confronti dei peccaminosi esseri umani, che si tratti di gay, neri, ricchi o poveri. E Petersen, che in fatto di (dis)avventure in alto mare si era già saputo distinguere con U - Boot 96 (1981) e La tempesta perfetta (2000), supportato dal notevole cast tecnico - artistico, che annovera, tra gli altri, lo scenografo William Sandell (Blu profondo), il direttore della fotografia John Seale (vincitore del Premio Oscar per Il paziente inglese) ed il supervisore agli effetti visivi Boyd Shermis (Face/Off), sfoggia tutta l'esperienza acquisita nel corso della quasi quarantennale carriera cinematografica tramite i riusciti momenti di tensione, tra i quali merita la citazione il tortuoso attraversamento del condotto dell'aria. Poco importa, quindi, se la psicologia dei personaggi è appena abbozzata e se l'ironia presente in alcuni dialoghi finisce spesso per risultare fuori luogo nel contesto della tragica situazione raccontata, in quanto Poseidon, pur senza eccellere, risulta perfettamente in grado di garantire 98 godibili minuti qualitativamente al di sopra della media, non privi di inaspettati picchi di cattiveria degni di un Paul Verhoeven (ne è un tipico esempio la violenta sequenza dell'ascensore) ed in possesso dell'ulteriore pregio di non scadere mai in esagerazioni gratuite ed eccessi difficilmente credibili, tipici dei blockbuster hollywoodiani. D'altra parte, la domanda sorge spontanea: lo spettatore va al cinema a vedere questo genere di film per soffermarsi ad ascoltare i dialoghi o per emozionarsi dinanzi alle sequenze spettacolari? | ||||||
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Presunto Innocente [Presumed Innocent] | |||||
| Harrison Ford interpreta un procuratore coinvolto in un'ossessiva relazione con la sua collaboratrice (Greta Scacchi) che verrà assassinata. La lotta per dimostrare la propria innocenza si trasforma in un vortice di bugie e passioni nascoste. *** | ||||||
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Principessa Mononoke [Mononoke Hime] | |||||
| Ashitaka viene colpito da una maledizione dopo aver ucciso un dio prottettore della foresta per salvare il suo villaggio. Per rimanere in vita dovrà scoprire come annullare la maledizione inflittagli. *** Alzi la mano chi almeno una volta non ha sentito parlare di Conan, il cartone animato in voga qualche anno fa ambientato in una Terra post-atomica, chiunque lo conosca sa che è un cult nel suo genere. Forse però pochi sanno che il papà di "Conan", e di altri personaggi conosciutissimi come "Nausicaa" si chiama Hayao Miyazaki, Giapponese di quasi sessant'anni, che proprio per queste opere è considerato un genio dell'animazione.I suoi argomenti preferiti sono l'uomo e la sua costante lotta per sopravvivere contro una natura avversa, e l'eterno conflitto tra la natura stessa e il progresso tecnologico. In questo caso per esprimere e descrivere questi temi si serve di una leggenda, un mito della sua nazione, una di quelle storie che sono difficili a morire e che sanno sempre regalare forti emozioni. Un mondo che affascina da sempre l'Occidente, fa da cornice a questa storia, un mondo di Samurai, di divinità e altre creature della foresta, un mondo mistico e etereo, ma che echeggia in molti miti di qualsiasi parte del pianeta.La principessa Mononoke è una ragazza che è stata allevata dai lupi, in uno stato d'animo che la vede al confine tra il mondo animale e quello umano, che esprime in se tutta la magia della foresta. Per la realizzazione di questo piccolo capolavoro ci sono voluti tre anni di duro lavoro. Il numero totale di immagini ha raggiunto quota 144000 tra quelle disegnate a mano e quelle computerizzate (circa il 10%), creando un modo del tutto nuovo di concepire l'animazione giapponese definita "anime". Il risultato che si ottiene è un fluire di immagini dinamiche e ricche di atmosfera evocativa, come se rivivessero quei tempi antichi che spesso esistono solo nell'immaginario popolare.Il periodo in cui è ambientata la storia si svolge nell'era chiamata Muromachi (1392-1573), un periodo di forti sconvolgimenti, dove il rapporto tra l'uomo e la Natura stava cambiando per via dell'avvento dell'Età del Ferro, le foreste cominciavano ad essere tagliate per l'evoluzione della civiltà, la creazione di nuove armi più potenti e letali portava ad un aumento delle guerre, che sembravano ormai l'unico modo di risolvere le divergenze. Era anche un'epoca diversa per la condizione femminile: la donna era più libera, e non esisteva una vera e propria gerarchia sociale. Quello che è frutto della fertile immaginazione di Hayao Miyazaki, è l'interpretazione di questo periodo, un tentativo di cancellare quelle immagini dell'epoca ricche di odio e orrore, per cercare solo di descrivere i sentimenti e le motivazioni. Caratteristica essenziale della pellicola sono gli Dei della foresta che si trasformano in feroci bestie, che rappresentano la vera essenza primordiale degli animali, ciò che li contraddistingue, come se le loro caratteristiche prendessero vita propria. Inoltre pur essendo dei non sono onnipotenti, anzi sono degli esseri che proprio per la loro diversità si sentono emarginati dal mondo circostante.In conclusione Principessa Mononoke è una favola per adulti, resa più coinvolgente dal supporto visivo che unisce le tecniche tradizionali a quelle innovative, condendo il tutto con una storia mistica e ricca di atmosfera, che descrive l'odio e la guerra tra i popoli senza darne però un giudizio. | ||||||
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Proposta indecente [Indecent proposal] | |||||
| La recessione colpisce una felice coppia, David, architetto, e Diana, agente immobiliare. I due si ritrovano a Las Vegas a giocare gli ultimi 5000 dollari rimasti, quando ricevono l'offerta di un miliardario, pronto a sborsare un milione di dollari per passare un'unica notte d'amore con Diana. *** | ||||||
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Qualcosa è cambiato [As good as it gets] | |||||
| Carol, cameriera single con figlio asmatico, riuscirà aiutata dal gay Simon ad addolcire il carattere dello scrittore di romanzi rosa Melvin Udall. *** | ||||||
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Quando l'amore brucia l'anima - Walk the line [Walk the line] | |||||
| La storia del giovane Johnny Cash e del suo turbolento rapporto d’amore con June Carter Cash. La storia ha inizio in Arkansas durante l’epoca della Depressione e mostra le origini del suono di Cash, quando era ancora semplicemente il figlio di un mezzadro, passando poi attraverso i suoi tour scatenati con pionieri del rock and roll come Elvis Presley, Carl Perkins, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis e Waylon Jennings, e terminando la sua corsa con l’indimenticabile concerto del 1968 alla prigione di Folsom. *** Johnny Cash è, insieme a Elvis Prestley e Jerry Lee Lewis, uno dei maggiori e più importanti musicisti di rock'n roll degli anni Cinquanta e Sessanta. Un film che parla della sua vita difficile e, soprattutto, della sua storia d'amore con la controversa cantante June Carter, è una gradita sorpresa e va a riempire quasi un vuoto cinematografico. "Quando l'amore brucia l'anima", pellicola che ripercorre la storia del cantante, è diretto ambiziosamente dal regista James Mangold è può fregiarsi di aver già conquistato tre statuette dei Golden Globe che, come si dice in questi casi, fungono da buon biglietto da visita per la corsa agli Oscar. Le tre statuette sono state assegnate rispettivamente per le categorie quali: miglior film, miglior attore protagonista e migliore attrice protagonista. Niente male davvero, specialmente se si pensa che sono per attori e regista le loro prime statuette davvero degne di nota della loro pur indiscutibilmente importante carriera. A vestire i panni di Johnny Cash è un sofferto Joaquin Phoenix, ricordato per la sua parte dell'imperatore Comodo ne "Il Gladiatore". Tra droghe e canzoni che inneggiano alla libertà per i detenuti d'America, Phoenix si rende vivo e partecipe, ambizioso quasi come lo è il film e sicuramente come è il personaggio che interpreta. Intenso. I panni della giovane June Carter sono invece affidati alla brava quanto inaspettata Reese Witherspoon, vista ne "Una bionda in carriera", soprattutto dedita al genere comico della commedia. La sua interpretazione è in effetti particolarmente intrigante e credibile, degna di un'attrice già navigata ed esperta. Sorpresa. Inutile dire che il film ruota letteralmente intorno a queste due figure e che quindi, di conseguenza, il resto del cast si adegua, con l'unica eccezione del buon Robert Patrick, maturo per la parte del padre del protagonista. Stoico. Buone, ottime, interpretazioni per un film che, se invece analizzato al di fuori di queste, risulta purtroppo senza il giusto mordente. La storia di Johnny Cash è sì affascinante, ma viene raccontata in modo fin troppo usuale dalla pellicola di Mangold, che intende soffermarsi più sugli abusi di droga e sui concerti, piuttosto che sul percorso emotivo e di crescita caratteriale del cantante. Insomma si ha la sensazione procedendo nel film che alcuni aspetti della vita di Johnny non vengono sufficientemente approfonditi come la sua amicizia con i già citati Prestley e Lewis, o i testi anarchici delle sue canzoni. Insomma un film che comunque si lascia vedere senza remore, ma che forse può essere consigliato più agli amanti dei "polpettoni" sentimentali, piuttosto che ai curiosi che intendono affacciarsi davvero ad una delle figure "ribelli" della storia musicale americana. | ||||||
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Quanto è difficile essere teenager [Confessions of a teenage drama queen] | |||||
| Mary Elizabeth ha un sogno: diventare un'attrice famosa. Costretta a trasferirsi da New York ad una piccola città di provincia vede allontanarsi la possibilità che il suo sogno si avveri. *** | ||||||
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Quasi Famosi [Almost Famous] | |||||
| Sotto le mentite spoglie del giovane William Miller, Cameron Crowe racconta la sua incredibile adolescenza. Appena quindicenne, infatti, si ritrova a vivere il suo sogno: quello di diventare critico musicale. Grazie alla sua caparbietà, una occasione incredibile si affaccia nella sua vita: il Rolling Stone Magazine gli chiede di scrivere un pezzo sugli Stillwater, giovane band in crescita destinata al successo. William si ritroverà in tour con le band e conoscerà così il mondo del rock e verrà iniziato alle cose della vita.William torna dalla madre dopo aver finalmente completato l'intervista che diventerà il pezzo di copertina. E continuerà la sua carriera di giornalista. *** Benedetto Brad Pitt! All'ultimo momento ha deciso di non accettare il ruolo del capo della band e ha salvato "Almost Famous". Infatti, libero da super star, il film seriamente mette al centro della storia un simpaticissimo ragazzino di quindici anni. Il regista si diverte a mescolare gli ingredienti del racconto d'epoca, tra febbre del rock e colori pop, e il fascino dell'avventura del road movie. Emerge una storia dinamica ed effervescente, che corre leggera senza mai perdere il punto di vista del giovane narratore, capace di dare al film una buona dose di fantasia. Willy s'imbatte in una serie di eventi concatenati che, al limite del verosimile, creano un clima comico, frizzante e spensierato: nel racconto riescono così ad entrare elementi satirici che danno al film uno spessore interessante. Il film è tutto mixato su una puntuale colonna sonora, che raccoglie le canzoni più belle dell'epoca, e aiuta il montaggio che veloce cuce le scene, conferendo compattezza alle sequenze. Di Willy colpiscono le strane relazioni che lo circondano, da quella con la super star della band, a quella con la madre fino a quella con la giovane amica Penny: si sprigiona da ognuna un esperienza singolare. Poteva essere una commedia per adolescenti ma invece è una bizzarra e spassosa avventura per tutti. | ||||||
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Quel treno per Yuma [3:10 to Yuma] | |||||
| Dan Evans (Christian Bale) è un uomo onesto che ha dedicato la propria vita al rispetto delle regole senza ricevere granché in cambio. Ex tiratore scelto dell'Esercito dell'Unione, è tornato a casa dopo la Guerra Civile con una ferita alla gamba che lo ha lasciato claudicante e con un piccolo risarcimento danni che gli ha permesso di trasferirsi insieme alla moglie Alice (Gretchen Mol) e ai due figli in un modesto ranch in Arizona. Ma le speranze in un nuovo inizio si sono infrante non appena Dan è entrato in contatto con le dure condizioni di vita e la corruzione diffusa nel selvaggio West. Una lunga siccità ha reso sterili le sue terre e decimato il bestiame. Nel frattempo, il detentore dell'atto di vendita del ranch, intravedendo un'opportunità nella costruzione della ferrovia, tenta spudoratamente di cacciare gli Evans dalla loro proprietà ma Dan continua a lavorare stoicamente la sua arida terra sperando che la fortuna giri dalla sua parte e rifiutando di abbassarsi al livello di coloro che lo tormentano. Tuttavia, è dolorosamente consapevole che così facendo si sta giocando il rispetto e la stima del figlio maggiore, Will (Logan Lerman), che comincia a guardare il padre con disprezzo e anche la moglie Alice inizia a dubitare della determinazione di Dan. Ma poi la fortuna getta un osso in bocca a Dan, quando arriva il momento di catturare il noto fuorilegge Ben Wade (Russell Crowe), entrato ormai nella leggenda per le sanguinose rapine e per la temibile personalità. Arrestare Ben Wade è solo il primo passo - e certamente il più facile - verso la sua consegna alla giustizia. Dal momento in cui è messo in prigione nella cittadina di Bisbee, i suoi secondini diventano automaticamente dei bersagli per i suoi fedeli seguaci. Il rappresentante della Southern Pacific Railroad, Grayson Butterfield (Dallas Roberts) cerca dei volontari pagati affinché si uniscano al gruppo incaricato del trasferimento di Ben Wade fino a Contention, un viaggio che durerà tre giorni. Una volta giunto a Contention, Ben Wade sarà caricato su un treno-prigione diretto a Yuma, in Arizona dove c'è il Tribunale Federale. Scorgendo l'opportunità di salvare il ranch e la famiglia, Dan si offre volontario. A guidare la spedizione c'è un vecchio cacciatore di taglie, Byron McElroy (Peter Fonda), un micidiale mercenario timorato di Dio che nutre un odio viscerale nei confronti di Ben Wade. Il gruppo include anche Tucker (Kevin Durand), un duro del luogo e Doc Potter (Alan Tudyk), un mite veterinario che non ama affatto la violenza. Durante il pericoloso viaggio verso Contention, il gruppo farà un acquisto involontario ma perderà alcuni dei suoi componenti. Nel momento in cui il treno fischia annunciando l'arrivo alla stazione di Contention, l'ultimo e disperato tentativo di Dan Evans di salvare il suo ranch è diventato un qualcosa di molto più profondo e intenso: la possibilità di riscattarsi agli occhi della sua famiglia e di se stesso e di insegnare al figlio che cosa voglia dire essere un uomo. *** Era il 1957 quando Delmer Daves realizzò per il cinema “Quel treno per Yuma”, tratto da un racconto del 1953 di Elmore Leonard “3:10 to Yuma”. Dopo 50 anni uno dei classici del cinema western torna a rivivere ad opera di James Mangold, regista di pellicole come “Quando l’amore brucia l’anima”, “Heavy” e “Ragazze interrotte”. Per la nuova versione del film western Mangold ha “reclutato” due grandi attori del cinema americano moderno: il premio Oscar Russel Crowe e Christian Bale. Il primo veste i panni dello spietato criminale, terrore del West, Ben Wade, famoso per le sue sanguinose rapine. L’altro invece interpreta un onesto contadino, ex tiratore scelto dell’Esercito dell’Unione, Dan Evans, padre di famiglia tornato a casa dalla guerra, che si è trasferito in Arizona con la moglie e i due figli, forse in cerca di fortuna o di un clima migliore. Due uomini diametralmente opposti, ma con la stessa idea della società che li circonda e simili anche per la grande forza d’animo e la fermezza che in qualche modo li distinguono dalla massa. Ben Wade è un bandito sicuro di sé, che si gode la vita tra una rapina e l’altra, ma al tempo stesso è un “filosofo”, conosce la Bibbia a memoria e da questo suo sapere affronta il mondo in maniera diversa dagli altri. E’ il Dio del Vecchio Testamento ad averlo colpito, non certo quello misericordioso del Nuovo, per cui, non credendo in un futuro migliore, persegue senza remore il denaro e i suoi interessi con sguardo fiero e piglio sicuro. Il suo antagonista, Evans, invece è un uomo timorato di Dio e fa di tutto per essere un buon marito e un buon padre, ma la siccità e i debiti lo attanagliano in una morsa sempre più stretta e quando la moglie Alice (Gretchen Mol) e il figlio Will (Logan Lerman) lo guardano tra il disprezzo e il dubbio, la sua fiducia in sé e la sua forza cominciano a vacillare. Il destino però ha altri piani per lui e lo fa imbattere in questo odioso assassino, dandogli la possibilità di cambiare le sue fortune e saldare i debiti... la felicità è forse a portata di mano? Così sembra, ma certamente sarà un’ardua impresa scortare il bandito dalla cittadina di Bisbee a Contention e caricarlo sul treno-prigione diretto a Yuma, in Arizona, dov’è il Tribunale Federale. Inizia così un’odissea di tre giorni. Il rappresentante della società ferroviaria Southern Pacific Railroad, Grayson Butterfield (Dallas Roberts), ingaggia diversi volontari tra cui appunto Dan. A guidare la spedizione c’è il mercenario timorato di Dio, Byron McElroy, interpretato da Peter Fonda, cui si accompagnano il duro e antipatico Tucker (Kevin Durand) e il veterinario Doc Potter (Alan Tudyk), oltre il quattordicenne Will Evans che, disubbidendo al padre, si unisce al gruppo. E’ qui che la pellicola si discosta completamente dall’originale, infatti mentre nel film del 1957 il viaggio era solamente raccontato, ora nella nuova versione è rappresentato attraverso un mescolarsi di scene d’azione e narrazione drammatica sempre condita da una buona dose d’umorismo. Sono introdotti nuovi personaggi come appunto quello del mercenario, anche lui un assassino ma in teoria dalla parte della legge, che rappresenta una vera minaccia per Wade. Nella trama ci sono scene e località diverse dall’originale, come il passaggio per il Canyon in territorio Apache (dalla parola zuni Apachu che significa "nemico"), oppure il campo di minatori cinesi intenti a scavare le montagne per aprire la strada al treno. Il film ha in sé tutte le caratteristiche del western, come i buoni e i cattivi che si fronteggiano, anche se fra i buoni appaiono figure che non sono propriamente “buone”, ci sono ancora pistole e fucili, saloon, così come il tema della giustizia e della nuova frontiera, tutto sapientemente mescolato con un pizzico di battute ironiche e salaci. Il western sembra tornare a vivere ma visto con uno sguardo diverso: ora è l’uomo e il suo sentimento a far da protagonista, non più la guerra fra il bene e il male e i duelli sotto il caldo sole di mezzogiorno sono ormai del tutto scomparsi. “Quel treno per Yuma” non può quindi essere definito un vero e proprio remake, quanto il racconto attraverso immagini di ciò che avviene nella vita e nei cuori del buono e del cattivo, con un finale del tutto diverso e molto più realistico. Il film è in definitiva convincente, anche se non ricrea la magica atmosfera dei western di Sergio Leone o di John Wayne, forse anche per il ritmo lento, che non riesce a creare la tensione dello scontro in campo aperto. | ||||||
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Radiofreccia [Radiofreccia] | |||||
| Radio Raptus, emittente locale, sta chiudendo dopo 18 anni di "on air". Bruno, proprietario e DJ della radio ripensa ai tempi della nascita della radio e ai suoi amici. *** | ||||||
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Ragazze a Beverly Hills [Clueless] | |||||
| Cher è bella, ricca e decisionista: convinta di potere tutto, cambia i connotati a Tay, trasformandola in "femme fatale", ma non si accorge che l'uomo di cui è innamorata è gay. *** | ||||||
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Ragazze Interrotte [Girl interrupted] | |||||
| Il film è tratto dal diario di Susanna Kaisen: la storia inizia nel 1967 quando una ragazza (Winona Ryder), dopo aver tentato il suicidio, entra in una clinica psichiatrica dove rimarrà per 18 mesi. *** Siamo nel 1967 e la diciassettenne Susanna Kaysen (Winona Rider, "Celebrity") si comporta come tutte le altre adolescenti sue coetanee: confusa, insicura e impegnata a dare un senso al mondo in continua evoluzione che ha intorno. Ma lo psichiatra che la visita per ordine dei genitori, dà a questo comportamento un nome preciso: disturbi della personalità che si manifestano attraverso l'incertezza riguardante la propria immagine, gli obiettivi a lunga scadenza, le amicizie e gli amori da avere e i valori da adottare. Così, dopo questa diagnosi, decide di non preoccuparsene più mandando Susanna al Claymoore Hospital. Qui conosce Lisa (Angelina Jolie, in sala con "Il collezionista di ossa") un'affascinante sociopatica, Daisy (Brittany Murphy, "Ragazze a Beverly Hills"), una figlia di papà viziata e con la passione per i polli allo spiedo e per i lassativi e Polly (Elizabeth Moss, "Una cena quasi perfetta") una ragazza con il viso ustionato ma con il cuore incredibilmente privo di cicatrici. Alla fine Susanna dovrà decidere fra il mondo di coloro che vivono all'interno dell'istituto e quello al di fuori di esso, sotto la guida di un'infermiera "quadrata" come Valerie (Whoopi Goldberg, di recente in "Benvenuta in paradiso") e del primario di psichiatria dell'ospedale, la dottoressa Wick (Vanessa Redgrave, vista di recente in "Deep impact").Diretto da James Mangold, il film è tratto dalle memorie di Susanna Kaysen sui suoi due anni trascorsi al Claymoore, dove analizza i confini tra l'essere libero e l'essere rinchiuso, tra amicizia e tradimento, tra follia e sanità mentale. In un cast eccellente dove spiccano alcuni premi Oscar come Whoopi Goldberg e Vanessa Redgrave, o candidate come Winona Ryder, fa la sua splendida parte anche, e soprattutto, Angelina Jolie che infatti ha avuto la nomination per l'ultimo premio Oscar come miglior attrice non protagonista. | ||||||
| RAI 1 - Guerra e pace (2007) - 1 parte [] | ||||||
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| RAI 1 - Guerra e pace (2007) - 2 parte [] | ||||||
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| RAI 1 - Guerra e pace (2007) - 3 parte [] | ||||||
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| RAI 1 - Guerra e pace (2007) - 4 parte [] | ||||||
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Ravanello Pallido [Ravanello Pallido] | |||||
| Per l'amante più sexy di MAI DIRE GOL una commedia tutta da ridere sulla brillante ascesa di una "molto improbabile" diva dello star system. *** Si dichiara un film sulla normalità, ma piuttosto diventa un film di costume sull'anormalità. La protagonista, Gemma Mirtilli (Luciana Littizzetto) è una segretaria di un agente teatrale, scialba, anonima, senza velleità, insomma dovrebbe essere: semplicemente "normale", ma di fatto lo è troppo, tanto da non essere poi così credibile. Per una serie di eventi si trova di fronte alla possibilità di diventare una star, il suo capo Claudio Pignatti (Massimo Venturiello / "La Famiglia") naviga in cattive acque e quindi decide di lanciare un nuovo tipo di diva: Gala la donna "normale", ovvero Gemma che spinta dal suo amico-confidente Callisto (Michele Di Mauro) e dalla Signora Cirillo (Margherita Antonelli) decide di imbarcarsi nell'avventura.La pellicola stenta decisamente nella prima parte dove la figura di Claudio Pignatti (quasi verdoniana) prende il sopravvento anche perché la Littizzetto è costretta a muoversi in panni non molto consoni al suo personaggio. Nella seconda parte, ovvero quando Gemma diventa una diva, il film risulta molto più divertente; la Littizzetto ha la possibilità di muoversi sopra le righe e riesce a regalarci momenti di grande comicità. Di normale alla fin fine non c'è nulla dato che non credo si possa definire tale una persona che va in giro con capelli color ravanello pallido, vestiti "particolari" ostentando un'eccessiva voglia di stupire. Forse ci troviamo di fronte più ad un film d'amore, peraltro non molto originale, che ad un escursus sulla normalità. La parte più interessante è sicuramente la denuncia dello star sistem e di ciò che si nasconde dietro il patinato mondo della TV. La regia di Gianni Costantino (proveniente dal mondo del videoclip) è piuttosto scolastica non dando alcun plusvalore al film, meno male che l'esperienza e la simpatia degli attori soppersicono egregiamente. La frase: "Una donna ha il vestito giusto quando ti viene voglia di strapparglielo!" Curiosità: La scena con la sedia su cui si deve accomodare Gemma all'inizio del film richiama alla mente l'ultramoderna poltrona di Fracchia e le sue difficoltà croniche nel gestirla. | ||||||
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Requiem for a Dream [Requiem for a Dream] | |||||
| Una moderna favola ambientata in una decadente via di Brooklin. Quattro persone Sara (Ellen Burstyn), suo figlio Harry (Jared Leto), la sua bellissima ragazza Marion (Jennifer Connelly) e il suo migliore amico Tyrone (Marlon Wayans) decidono di mettersi in affari nella speranza di migliorare le loro vite, ma ben presto si scontreranno con la realtà del fallimento... *** | ||||||
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Resident Evil [Resident Evil] | |||||
| Basato sull'omonimo videogioco, un unità specializzata militare ha il compito di distruggere cento scienziati mutati in pericolose creature carnivore da un potente virus e impedire che lo stesso virus si difonda e infetti il resto del mondo. *** Dopo che la strada è stata tracciata dalla conversione dei giochi "Fanal Fantasy" e "Tomb Raider" in pellicole di successo, ecco che anche la Capcom lancia la trasposizione cinematografica del suo videogame più gettonato: "Resident Evil". Alla prosperosa Angelina Jolie viene contrapposta la statuaria Milla Jovovich ("Giovanna d'Arco") e l'emergente Michelle Rodriguez ("Girlfight") in una sorta di ritorno de "La Notte dei Morti Viventi" diretta dal bravo Paul Anderson già reduce dalla direzione di "Mortal Kombat". Ultimamente il filone dei non-morti era stato abbastanza ignorato dalle grandi produzioni, ma ora viene rilanciato da questa pellicola a cavallo tra l'horror, il tecnologico e l'action-movie.In un complesso sotterraneo segretissimo, l'Alveare, la Umbrella Corporation stà conducendo, illegalmente, degli studi su un virus da utilizzare come arma batteriologica, nonché come fattore mutageno. Un incidente di laboratorio fa scattare le misure di sicurezza del computer centrale, la regina Rossa, che immediatamente sigilla la base uccidendo tutti quelli che si trovavano al suo interno. Viene così inviata una squadra di soccorso con un'apparente scopo investigativo, ma con l'intenzione effettiva di sigillare la zona ed eliminare le eventuali tracce residue del virus. La squadra verrà accompagnata anche dagli agenti speciali Alice (Milla Jovovich) e Spencer (James Purefoy / "Il Destino di un Cavaliere"); peccato che ciò che troveranno all'interno del complesso sarà decisamente diverso dalle aspettative, infatti tutti i componenti non sono affatto morti, ma trasformati in zombie. Inizierà così una fuga allucinante verso l'unica via di salvezza... se così si può chiamare.Il film è in grado di soddisfare un pubblico decisamente eterogeneo. I fan del videogioco non rimarranno affatto delusi, sia dai numerosi riferimenti alle varie edizioni, sia dagli stessi protagonisti, molto simili a quelli del gioco, anche gli appassionati dell'horror troveranno pane per i loro denti, non solo nella suspance, ma soprattutto nelle creature che popolano l'Alveare (i cani sono veramente terrificanti). L'inizio lento e claustrofobico si trasforma lentamente in azione sempre più incalzante strutturata in modo molto classico: un gruppo di persone assediate da innumerevoli nemici, che lentamente vengono sopraffatte, un chiaro richiamo al classico "Aliens - Scontro Finale" di Cameron.Gli effetti speciali sono molto curati ed è interessante notare come la scelta di utilizzare tecniche classiche basate su trucchi, protesi ed effetti ottici non abbia nulla da invidiare alla tanto osannato computer graphic, peraltro molto presente in tutte le inquadrature in cui è coinvolta la "Regina Rossa". Tutte le riprese del sistema di sicurezza (una sorta di protagonista umano a tutti gli effetti) sono state effettuate inserendo delle scansioni digitali di grande impatto visivo che danno la sensazione di trovarsi all'interno del videogioco piuttosto che in sala. E fate attenzione all'indimenticabile sequenza dei raggi laser; un "must". Curiosità: il titolo originale del film sarebbe dovuto essere "Resident Evil: Ground Zero", ma è stato modificato dopo gli eventi dell'undici settembre nel più semplice e meno evocativo: "Residen Evil". | ||||||
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Rocky Balboa [Rocky Balboa] | |||||
| Dopo la morte della moglie Adriana, Rocky vive da solo col figlio e gestisce un piccolo ristorante. Ma qualcosa lo spinge ad infrangere per l'ennesima volta la promessa fatta alla moglie, e ritornare sul ring all'età di 50 anni per un'altra entusiasmante ultima sfida... *** Annunciato dal suo nome ritmato dalla folla e dal celebre motivo musicale di Bill Conti, a 30 anni dall'esordio torna a combattere il pugile più noto e longevo del cinema. Perché è senza pace. Quando la commissione gli respinge - nonostante gli esami medici largamente superati - la richiesta di tornare in attività, lui si appella al principio costituzionale della ricerca della felicità. Per uno straziato prigioniero della memoria: passa molto tempo davanti alla tomba della moglie, intrattiene i clienti ai tavoli del proprio ristorantino raccontando una carriera che gli abituali conoscono a memoria, visita i luoghi del passato. Il nuovo avversario è il campione dei pesi massimi in carica e Balboa, che sa incassare senza finire al tappeto, dovrà puntare tutto su forza e resistenza. Come sottofondo, Frank Sinatra che canta di speranze contro un hip hop tutto "fight". "The rage against the age" (la rabbia contro l'età), sarà un'esibizione o un'esecuzione? A sessant'anni suonati, per Sylvester Stallone allenamento intensivo, mezzi limitati e cinque settimane a disposizione per le riprese di questo Rocky Balboa. Girato interamente in luoghi reali, senza gru e carrello, con molta macchina a mano. Si è risparmiato pure sulle comparse, utilizzando gli spettatori e la sala di un vero incontro; il match del film è avvenuto prima dell'altro, sullo stesso ring, in tempo reale. L'austerità da necessità si fa virtù, riportando alle atmosfere del primo capitolo, soprattutto a quella dignità che è rimasta nel cuore del pubblico. Lo sceneggiatore-regista-attore, insoddisfatto di Rocky V (che a suo tempo avrebbe dovuto concludere la saga), mette molto di sé per un'ammirevole quanto forzata sfida portata avanti con onestà, in un'oscillazione tra il patetico e il buonismo alleggerita dall'ironia (rifà anche il verso all'Ivan Drago del "ti spiezzo in due"). Tutti siamo Rocky: lungo i titoli di coda, persone qualunque corrono sulla scalinata del Philadelphia Museum of Art mimando i colpi del beniamino che l'ha resa famosa, e compare anche una patriottica bandiera a stelle e strisce. Ma aleggia pur sempre odor di muffa. | ||||||
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Rollerball [Rollerball] | |||||
| La grande attrazione nel 2005 si chiama Rollerball, uno sport violento che può avere anche terribili conseguenze tra le quali.....la morte. *** | ||||||
| Romeo e Giulietta (Noureyev - Margot Fonteyn) [] | ||||||
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Sapori e dissapori [No reservations] | |||||
| Kate Armstrong vive esattamente nello stesso modo in cui guida la cucina del raffinato ristorante 22 Bleecker di Manhattan, con una passione così insensata che affascina, ma nello stesso tempo intimidisce, coloro che le stanno vicino. Con una precisione mozzafiato controlla tutte le febbrili attività della cucina, coordinando centinaia di pasti, preparando salse delicate, condendo e cuocendo ogni piatto con assoluta perfezione. Più a suo agio dietro le quinte, Kate lascia la sua cucina santuario solo per accettare i complimenti per qualche piatto speciale oppure, in rare occasioni, per bisticciare con un cliente che osa mettere in dubbio la sua tecnica. *** Prendete pasta lunga cotta. Una chef poco simpatica, rigida osservatrice di regole (la mattina si sveglia alle 4:30 per fare la spesa per il ristorante al mercato ittico, non beve alcolici al lavoro e non mangia dolci), solitaria (non ha relazioni con uomini da 3-4 anni, l’ultimo lo ha lasciato perchè dopo 2 anni di rapporto le chiedeva di convivere), che decomprime lo stress chiudendosi nella cella frigorifera e va dall’analista inutilmente (gli descrive la preparazione e le caratteristiche dei piatti). Mischiate con pomodoro cucinato in padella. Un cuoco girovago ed estroverso, ammiratore delle doti professionali della donna, che sa come trattare i caratteracci e i bambini. Aggiungete basilico fresco. Una bambina, nipote della prima, che ha appena perso la madre e non ha nessun altro che si occupi di lei. Ed ecco una prima portata bella e fatta, facile e a portata di tutti, a parte qualche imprevisto sempre possibile. Non aspettatevi però secondo, contorno, dolce e frutta. Tutto qui “Sapori e dissapori” (“No reservations”) rifacimento statunitense della coproduzione europea “Ricette d’amore”. Del quale riprende anche gli stereotipi sull’italiano all’estero. Scherzoso, appassionato di lirica, barba non fatta, pantaloni decorati con pesci colorati, “non fa mai la cosa giusta al momento giusto” e naturalmente è specialista di spaghetti. Passaggio alla commedia per Scott Hicks, ma l’esordio con “Shine” faceva sperare un altro livello. Aaron Eckhart (attore di cinema e teatro, apparso la prima volta in “Nella società degli uomini”, esploso con “Thank you for smoking”) si barcamena come può, Catherine Zeta-Jones è un pò fuori peso. Alla bisogna, interviene anche il ralenti e una zuccherosa musica di Philip Glass o evergreen come “Via con me”, “Sway”, “the Lion sleeps tonight”. | ||||||
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School of rock [School of rock] | |||||
| La rock star Dewey Finn dopo essere stato buttato fuori dalla sua band, per far fronte ai suoi debiti accetta di lavorare come supplente in una quarta elementare di una scuola privata. Visto il loro talento in musica decide di servirsene per partecipare ad una competizione fra bande musicali... *** Hey ho let's go! Per chi conosce la frase appena citata saprà benissimo quanto i Ramones siano stati e siano ancora una delle band più importanti degli ultimi trent'anni (per chi invece non la conosce è opportuno se non necessario comprare quella pietra miliare che è il primo disco degli "immaginari" fratelli Ramone). Ma altrettanto importanti sono stati (e ancora lo sono): AC/DC, Clash, Sex Pistols, Led Zeppelin, Black Sabbath, Jimi Hendrix, Who ecc. Ma tutto questo cosa c'entra con l'ultimo film di Richard Linklater? Il fatto è che "School of Rock" è un film che parla proprio della rivoluzione, ancora in atto, che questi gruppi straordinari hanno compiuto. Si potrebbe definire un film rock'n roll, ma non solo per la presenza della musica, bensì per lo spirito che infiamma la storia: il rock come stravolgimento del sistema. Precisiamo subito che questo film non è certo rivoluzionario nella forma, essendo una favoletta con tutti gli elementi del genere. Ma chi se ne importa! Se a farci da cicerone è l'incredibile Jack Black, un'unione del primo Meat Loaf con Angus Young degli AC/DC, il divertimento è assicurato. Ambientato in una scuola dalla disciplina ferrea, "School of rock", narra la storia di Dewey Finn, chitarrista cacciato dal gruppo in cui suonava, che va a fare l'insegnante nella scuola sopraccitata fingendosi il suo amico Ned Schneebly (Mike White), che per l'appunto fa l'insegnante (supplente). Non avendo argomenti con i propri alunni decide di costituire un gruppo rock con gli stessi.Io avevo dodici anni nel 1979 quando comprai il primo ed unico disco dei Sex Pistols "Never mind the bollocks". Ve lo potete immaginare che rivoluzione fu per la mia testa ascoltare quel capolavoro? Ho detto testa, ma avrei potuto dire stomaco o cuore. E sì perché quello scoppio allucinante che era il punk era strettamente legato alle passioni. Era qualcosa di completamente rivoluzionario, come sicuramente fu il rock'n roll negli anni cinquanta (d'altra parte il primo punk era, a suo modo, una forma esasperata della musica di vent'anni prima). Da allora ogni volta che vedo un film che parla di gente che vuole formare una band, ritorno ragazzino (mi è successo con "The Blues Brothers" e "The commitments") e mi emoziono come dovrebbe essere naturale sempre (anche a trentasette anni!). "School of rock" mi ha dato queste sensazioni. Se oggi vi vogliono far credere che non sia più tempo di rivoluzioni, perché è tutto omologato, non gli credete. La musica è un mezzo eccezionale, oggi come lo era duemila anni fa, per poter cambiare il mondo (o almeno crederci). Basta farlo con passione. | ||||||
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Scrivimi una canzone [Music and Lyrics] | |||||
| Anni '80. Una pop star che non ha mai scritto un testo per le sue canzoni prima d'ora, si trova di fronte all'ostacolo di doverne scrivere uno. Viene in contatto così, con una ragazza che nasconde un talento innato per le parole e trovando un forte feeling fra loro, inizieranno a collaborare insieme... *** Non è la prima volta che Drew Barrymore, la ex bimba di "E.T.-L'extraterrestre" (1982), intreccia su grande schermo una relazione sentimentale con un cantante appartenente alla decade in cui spopolarono i Duran Duran; era già successo in "Prima o poi me lo sposo" (1998), nel quale faceva perdere la testa ad un intrattenitore da feste di nozze con il volto di Adam Sandler. Però, mentre il lungometraggio di Frank Coraci si svolgeva nel 1985, "Scrivimi una canzone", che segna il ritorno di Hugh Grant al servizio del regista Marc Lawrence, cinque anni dopo "Two weeks notice-Due settimane per innamorarsi" (2002), sceglie come sfondo l'attuale New York. La Grande Mela del nuovo millennio è infatti il teatro della storia d'amore tra Alex Fletcher (Grant, appunto), pop star degli Anni Ottanta ormai fuori moda, e la sua giardiniera Sophie Fisher (Barrymore, appunto), ex studentessa di scrittura creativa che si rivelerà essere ottima dispensatrice di parole per musica, proprio nel momento in cui all'uomo viene offerta l'occasione di tornare in auge con una canzone da scrivere e registrare in duetto, affiancato da Cora Corman (l'esordiente Haley Bennett), teen-idol del momento. Perché il principale affascinante sottotesto dell'ultima fatica di Lawrence vuole, romanticamente, le parole come mezzo utile per poter meglio conoscere la persona a cui ci si avvicina, attratti in un primo momento da una melodia che è sinonimo di sesso, per far sì che dall'unione dei due elementi si concretizzi l'amore (a tal proposito, è molto più significativo il titolo originale "Music and lyrics"). Peccato che, al di là degli esilaranti titoli di testa in cui viene ricostruita la luccicante e colorata atmosfera (e, diciamolo, oggi ridicola) dei videoclip degli Anni Ottanta, con evidenti strizzatine d'occhio a gruppi del calibro di Wham, Spandau ballet ed i succitati Duran Duran, e di alcuni buoni momenti intervallati con efficaci dosi d'ironia (una delle migliori battute è quella riguardante i pantaloni attillati), la sceneggiatura, a firma del regista stesso, tenda a riservare esclusivamente situazioni poco coinvolgenti e tutt'altro che originali, affidandosi in maniera svogliata alla buona prova dei due protagonisti, cui, nel corso della narrazione, si affiancano la Kristen Johnston di "E.R.-Medici in prima linea", il veterano della tv Brad Garrett ed il sempre ottimo Campbell Scott. Alla fine, quindi, l'unica cosa che rimane da fare è ascoltare l'orecchiabile colonna sonora comprendente diversi brani cantati dallo stesso Grant (per ricoprire il ruolo, ha preso perfino lezioni di ballo, piano e canto), mentre i nostalgici di quello che è stato definito il "Decennio della Decadenza", potranno divertirsi ad individuare citazioni e modelli d'ispirazione, dalla coppia Fletcher-Fisher, per la cui creazione Lawrence racconta di essersi rifatto, tra gli altri, a Elton John e Bernie Taupin, alla figura di Cora Corman, che sembra un mix tra Britney Spears e Madonna, con tanto di statue di Buddha sul palco e sfarzose coreografie di contorno. | ||||||
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Scusa ma ti chiamo amore [Scusa ma ti chiamo amore] | |||||
| Niki (Michela Quattrociocche) e le sue amiche sono all'ultimo anno di scuola. Malgrado abbiano la maturità ne combinano ogni giorno di tutti i colori. Alex (Raoul Bova) è un "ragazzo" di quasi trentasette anni. E' stato lasciato da poco e senza un vero perché dalla sua fidanzata storica. Intorno a lui ruota un mondo complicato e divertente: i suoi genitori, le sorelle sposate con figli e poi i suoi tre amici Enrico (Luca Angeletti), Flavio (Ignazio Oliva) e Pietro (Francesco Apolloni) anche loro tutti già sposati ma ognuno con le proprie particolarità. Enrico è geloso, Flavio metodico, Pietro invece è in fissa con tutte le donne del mondo. Alex è un pubblicitario ed ha delle grandi responsabilità all'interno della sua azienda. Ma è appena arrivato un giovane rampante che mette a repentaglio il suo lavoro. E tutto questo non sarebbe niente se quella mattina Alex non incontrasse Niki. O meglio, se i due non si scontrassero. Niki è una bella ragazza, è divertente, è intelligente, è allegra, è spiritosa. C'è solo un piccolo dettaglio. Ha diciassette anni. Vent'anni meno di Alex. E dopo l'incontro di quella mattina nulla sarà come prima. Il mondo adulto si scontra con quello degli adolescenti. Ed ecco mamme e figlie in una discussione continua, papà che sono ancora ragazzini e ragazzi giovanissimi che sono già troppo adulti. Alex nonostante i fatti ed il cuore dimostrino il contrario, nonostante Niki gli abbia fatto scoprire la gioia di amare, viene sopraffatto dalla paura delle convenzioni e del futuro, rivede all'improvviso Elena (Veronica Logan), la sua ex fidanzata, e lascia Niki. Ma un giorno scopre qualcosa che finalmente gli fa aprire gli occhi su tutto. Anche sul suo amore per Niki. Così finalmente tutto si ricompone in nome dell'amore e del coraggio di seguire il proprio cuore. *** Federico Moccia con i libri scritti vende e fa tendenza liceale. Che diventa pericolosa quando i suoi personaggi si legano con una cinta l’uno all’altro in sella ad una motocicletta lanciata a velocità o, come succede in “scusa ma ti chiamo amore”, fanno “bum bum car”, cioè autoscontro con veicoli rubati. Un gesto considerato “rifiuto del sistema”. Figlio del mestierante Pipolo, regista e autore televisivo, sceneggiatore e romanziere, Moccia aveva già la dimestichezza con la macchina da presa per esordire al cinema. Per cui il problema del film non è tanto tecnico, quanto la pochezza della sostanza. Uno sconsolante vuoto borghese, che si presume generalizzato e per di più esposto col sorriso. Nel confronto tra due generazioni, dalla differenza ventennale, gli adulti non fanno una bella figura, soprattutto sentimentalmente. Le mogli praticano yoga coinvolgendo i loro bambini, i mariti assoldano investigatori privati, le madri non si fidano dei figli (certo, bugiardi), 4 adulti sbavano per una tavolata con 4 adolescenti, alcuni partner tradiscono con avversari di lavoro del marito, altri con la moglie del migliore amico. Con cotanti modelli non stupisce che gli adolescenti dicano “io faccio quello che mi pare” (ovvero il divertimento a tempo pieno), rifiutino l’idea del lavoro con in tasca i soldi guadagnati da mamma e papà, stressino i professori dormendo in classe, negoziando sui voti, azzardando paralleli tra Leopardi e Totti. Se il trentasettenne protagonista dopo la prima notte di sesso con una diciassettenne già dice “solo con te” e si scopre geloso sui trascorsi raccontati, lei può anche dargli del “nonno” se le chiede rispetto per le cose altrui, del “braccino corto” se si lamenta pagando multe prese stupidamente a causa della ragazza, del “vigliacco” quando riaccoglie a casa l’ex-compagna che lo aveva lasciato. A contorno, mettiamoci pure l’ingresso in un centro sociale equiparato ad un’isola della droga (“questi consumano tutto”), tante celebri penne citate per lo più banalmente e una emblematica voce fuori campo investita di dignità arbitrale. La frase: "figli: farne, non mettercisi insieme". Federico Raponi | ||||||
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Sei Giorni Sette Notti [Six Days Seven Nights] | |||||
| Quinn vive una vita tranquilla in un arcipelago tropicale trasportando merci sul suo vecchio e sgangherato aereoplano. La sua vita è proprio come la voleva, priva di complicazioni...fin quando non incontra Robin, pignola redattrice di una rivista newyorkese in vacanza con il fidanzato Frank. *** | ||||||
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Semplicemente Irresistibile [Simply Irresistible] | |||||
| Amanda rischia di far fallire il ristorante di famiglia, sennonché l'arrivo di un misterioso sconosciuto la aiuta a risolvere magicamente tutti i suoi problemi finanziari... e anche sentimentali. Ma non sarà tutto troppo bello per essere vero? *** Amanda (Sarah Michelle Gellar, "Cruel Intentions", "Buffy l'ammazza vampiri") è proprietaria e cuoca di un ristorante ereditato dalla madre. Il suo talento tra i fornelli lascia un pò a desiderare ma Amanda è comunque una donna attraente che mostra sempre le proprie emozioni. Tom (Sean Patrick Flanery, "The Boondock Saints") è manager di un grande magazzino: le sue maniere molto decise lo hanno subito portato al successo. Per quanto i due non sembrino avere nulla in comune, grazie a un pizzico di magia le loro vite stanno per cambiare avvicinandoli irresistibilmente.Quando Tom si reca al ristorante, Amanda è subito attratta da lui e l'attrazione verrà "mescolata" nei suoi piatti, così quando Tom inizia a mangiare in ogni boccone proverà le emozioni di lei rimanendone attratto. Quando la loro relazione si scalda, Tom comincia ad avere dei dubbi su Amanda e sul fatto che possa essere una strega; ma per quanto non manchino le complicazioni sentimentali, l'attrazione li porterà a vivere una "magica" relazione.Diretto dall'esordiente Mark Tarlov (peraltro famoso produttore), è la storia di due personaggi diametralmente opposti che però trovano un punto di riferimento nel cibo, idealizzato e cucinato sensualmente e che infatti diventa veicolo d'amore e socializzazione; e tramite gusto olfatto e tatto si sviluppano gli ingredienti fondamentali per questa storia d'amore molto romantica e ispirata ai vecchi classici. Curiosa la scelta della protagonista Sarah Michelle Gellar: l'attrice nei panni di Buffy imperversa in casa Tarlov, visto che i figli del regista seguono la serie in tv con grande passione. E anche lui è stato talmente colpito dall'esuberanza e dall'interpretazione della ragazza che l'ha subito contattata per il suo primo film. | ||||||
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Seta [Silk] | |||||
| Quando nel 1861 un'epidemia attacca gli allevamenti di bachi da seta prima in Europa e poi nel vicino oriente, Herve Joncour, un giovane francese decide di andare sino in Giappone per procurarli di contrabbando, anche perchè, così facendo riesce ad evitare la carriera militare. Salutata la bellissima moglie, con la promessa di fare presto ritorno, Herve, parte per l'oriente. Una volta arrivato nel paese del sol levante però, rimarrà affascinato da una donna, legata ad un potente uomo giapponese, e preso dalla passione decide di inseguire il suo sogno d'amore... *** Questa trasposizione cinematografica del romanzo “Seta” di Alessandro Baricco ha avuto una gestazione lunga 10 anni, all’inizio dei quali il primo nome in circolazione per la regìa è stato proprio quello di François Girard. L’operazione era considerata difficile, ma non così per Girard, che perseverando ce l’ha fatta. Una bozza del trattamento Baricco l’aveva già preparata, ed è poi intervenuto con suggerimenti - ma discretamente e senza interferire - durante la stesura del cineasta canadese (in collaborazione con Michael Golding). Il quale è anche scrittore che lavora per cinema, teatro (dello stesso Baricco ha portato in scena “Novecento”), opera, riprese di esibizioni e concerti, video e pubblicità. Ed ha anche la passione per la musica, come testimoniano i film “trentadue piccoli film su Glenn Gould” e “il violino rosso” (premiato con l’Oscar per la migliore colonna sonora originale), oltre a “la sinfonia dei salmi” di Stravinskij per il palcoscenico. Un uomo e un’ossessione per un’ enigmatica donna, lontana geograficamente e per cultura. Può, ciò, valere la morte di un innocente, il tradimento delle aspettative economiche dei compaesani e soprattutto quelle sentimentali della moglie, che appassionatamente continua a volerlo (“devo dargli un motivo per tornare” e “al mondo non c’era più niente di bello”, dice prima e dopo il suo ritorno)? Piuttosto che in sommovimenti interiori e scelte travagliate, la pellicola è però tutta impegnata nella ricerca paesaggistica, quasi che al posto del protagonista ci sia una guida per viaggi. Colpa pure di un Micheal Pitt inespressivo, al posto di un complesso personaggio sfuggente anche a sé stesso (“niente di tutto questo è ciò che sono”), arrendevole (“decidete voi”) e allo stesso tempo più abile e capace di quanto sembra nel commercio e nella diplomazia (“la guerra è un gioco dispendioso. Voi avete bisogno di me”). Con aggiunte di umorismo (“perché smise di parlare?”. “E’ una delle molte cose che non disse mai”, oppure: “sono due anni che proviamo ad avere un bambino”. “Dobbiamo impegnarci di più”), un’opera rarefatta ma sostanzialmente vuota. | ||||||
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Sex crimes - Giochi pericolosi [Wild things] | |||||
| Due studentesse accusano l'istruttore di vela di un college di violenza carnale, ma durante il processo una delle due confessa che si é trattato di una montatura. Ma qualcosa non quadra e due investigatori, indagando, scopriranno nuovi ed inaspettati particolari. *** | ||||||
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Sex Crimes 2 [Sex Crimes 2] | |||||
| Brittany e Maya sono molto diverse tra loro, una ha i soldi l'altra la grinta, una sa vivere l'altra sa farsi valere. Tutti sanno che sono troppo diverse per essere amiche. Ma quando inizia la battaglia per mettere le mani su una favolosa eredità le due arrivano davvero ai ferri corti: non c'è inganno, non c'è stratagemma, non c'è trappola che non metteranno in atto per impossessarsi di quei soldi. *** | ||||||
| Sex crimes 3 [] | ||||||
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Shine [Shine] | |||||
| Peter Helfgott é un ebreo polacco fuggito in Australia durante la guerra, col rimorso di non aver studiato il violino da ragazzo. Questo condiziona i rapporti con il figlio David, costretto dal padre a studiare pianoforte. David esasperato dalla situazione ha un crollo psichico, ma qualcuno noterà il suo vero talento al piano. *** | ||||||
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Sin City [Sin City] | |||||
| Sin City è infestata da criminali, poliziotti corrotti e donne sexy, alcuni cercano vendetta, alcuni redenzione e altri entrambe le cose... *** Un altro film tratto da un fumetto: si consolida così l'uso di portare sul grande schermo gli eroi "di carta" anche se con esiti molto differenti tra loro, basti pensare agli ultimi Daredevil, Constantine o il tanto amato Spiderman. "Sin City", la città del peccato nata dalla fantasia di Frank Miller (per la prima volta anche in veste di regista cinematografico) è il luogo oscuro in cui bene e male si fondono e si combattono, un far west postmoderno abitato da poliziotti corrotti, prostitute bellissime e agguerrite, malavitosi, ed eroi dagli ideali puri e irrealizzabili. Le atmosfere ricreate sono dirette discendenti dei noir anni 40, così come i personaggi, le cui interpretazioni sono curate da un cast d'eccezione: Bruce Willis(Hartigan), Mickey Rourke (Marv), Benicio Del Toro(Jackie Boy) solo per ricordarne alcuni. L'impareggiabile uso di un bianco e nero nitido e perfetto anima il disegno di Miller portandolo fuori dalle pagine degli albi e infondendogli la vita; l'uso parziale del colore richiama l'attenzione su alcuni particolari e simboli come da tempo non si usava più al cinema. Il film risulta un piacere per lo sguardo, una prova ottima per Rodriguez che oltre ad essere co-regista, cura il montaggio, le riprese, le musiche e supervisiona gli effetti visivi. Il film emoziona e colpisce già dal prologo e per tutta la sua durata, oltre due ore, tiene alta l'attenzione raccontando tre delle tante storie disegnate da Miller ( "Quel bastardo giallo","The Hard Goodbay" e "Un abbuffata di morte"). "Sin city" riesce ad essere, forse fortuitamente o forse no, il connubio di forme artistiche diverse ma accomunate da una simile poetica, Rodriguez trova pane per i suoi denti in questa pellicola, molti sono gli elementi comuni che legano l'universo che questi due autori amano mostrarci: eroi "con macchia" dal grilletto facile e donne da salvare (viene in mente "Desperados"), passioni violente, sacrifici estremi, il tutto condito da ironia e violenza. Troviamo anche in questa occasione l'immancabile apporto del grande amico e collega Quentin Tarantino, che gira la sequenza in cui Dwight ( Clive Owen) e Jackey Boy (un Benicio Del Toro in una situazione a dir poco surreale) sono in auto. Un film da vedere. | ||||||
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Snow Dogs - 8 cani sottozero [Snow Dogs] | |||||
| La più grande squadra di cani da slitta ha un nuovo proprietario: Ted Jones, che da Miami prende subito un aereo per l'Alaska. Ma l'impatto con i suoi nuovi cani non è quello sperato.... *** | ||||||
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Sogno di una notte di mezza estate [A Midsummer Night's Dream] | |||||
| Una notte fantastica in cui un gruppo di persone si trova a far parte dei giochi d'amore di fate e folletti. *** Shakespeare è sicuramente lo sceneggiatore più prolifico di tutto il millennio. Ogni cosa lui abbia scritto si presta bene ad essere trasposta in chiave cinematografica. Lo sanno bene i registi e produttori, che hanno visto ogni film tratto da una sua opera riscuotere un gran successo e guadagnare una marea di soldi.Michael Hoffman ha rivisitato una delle opere più fantastiche ambientandola alla fine dell'ottocento in Toscana.In una notte toscana del diciannovesimo secolo Ermia (Anna Friel) e Lisandro (Dominic West), due giovani che si amano segretamente, si nascondono nella foresta per sfuggire al padre di lei, che vorrebbe farla sposare ad un altro. Demetrio (Dominic West), che è profondamente innamorato di Erminia, si addentra anche lui nella foresta per cercare il suo unico e grande amore. Elena (Calista Flockhart), a sua volta innamorata, non corrisposta, di Demetrio, parte all'inseguimento di quest'ultimo. Nel frattempo, nella stessa foresta, una troupe di attori fa le prove per lo spettacolo che verrà messo in scena per le nozze del duca Teseo (David Strathairn) con Ippolita (Sophie Marceau), il cui protagonista è Bottom (Kevin Kline). Il sogno comincia quando un folletto burlone Puck (Stanley Tucci), comincia a utilizzare le sue polverine magiche per movimentare una festa di fate. Con la magia confonde le idee ai quattro innamorati, portandoli ad uno scambio di partner e a delle situazioni alquanto imbarazzanti.La voglia di scherzi del folletto colpisce anche Bottom che si trasforma nell'oggetto del gioco amoroso tra il geloso Oberon (Rupert Everett), Re delle Fate, e Titania (Michelle Pfeiffer), la sua regina.Una commedia leggera, divertente che ci catapulta in un mondo di sogno, animato di fate e folletti, ninfe e fauni e di ilare romanticismo. | ||||||
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Solaris [Solaris] | |||||
| Una volta arrivato nella stazione spaziale Solaris lo psicologo Chris Kelvin scopre un susseguirsi di avvenimenti misteriosi. *** Probabilmente il nuovo corso di Soderbergh prevede la sua trasformazione in una sorta di messia del cinema, o meglio del nuovo Kubrick. Dopo quell'abominio sperimentale che è stato "Full Frontal" (spacciatoci per un grande film d'avanguardia sperimentale) è la volta di "Solaris", remake dell'omonima pellicola di Tarkosky della quale mantiene il ritmo assolutamente statico. Un film già di per se difficile, considerando che prevede essenzialmente quattro soli personaggi chiusi in un ambiente a cavallo tra il claustrofobico e l'ospedaliero. Definire questo come un film di fantascienza non è solo pretenzioso, ma criminale. Nonostante le due astronavi e l'ambientazione in un prossimo futuro, la sostanza non muta: in realtà si tratta di un viaggio nella psicologia umana, nel mondo del rimorso e del rimpianto. La missione esplorativa partita alla volta del pianeta Solaris mostra sempre più evidenti segni di scompenso, gli scienziati si trovano in stato di alienazione e rifiutano ogni tentativo di rientro sulla Terra senza dare alcuna spiegazione. Il Dr. Chris Kelvin (George Clooney), un vecchio amico del capo missione, viene inviato sulla base "Solaris" sperando che possa risolvere la situazione, ma appena arrivato si trova di fronte ad una situazione ancora più deteriorata: il suo amico si è suicidato e gli altri due membri della missione Snow (Jeremy Davis / "The Million Dollar Hotel") e Helen (Viola Davis / Far from Heaven), fanno riferimento a strani fenomeni di cui non vogliono parlare. Dopo la prima notte sulla base Chris trova nel suo alloggio la moglie Rheya (Natasha McElhone / "Ronin"), cosa di per se già strana, ma ancor più inquietante se consideriamo che è morta da un anno. Ecco il segreto: Solaris materializza i pensieri ed i desideri degli uomini. La storia si sviluppa secondo temi psicologici ed analizza profondamente l'animo umano soprattutto ponendo una delle domande più ricorrenti: se potessi riformulare le mie scelte, mi comporterei diversamente? Peccato che comunque parta da un errore di fondo, ovvero la storia viene comunque rivista prendendo dei ricordi di parte, quelli di Chris, e resta quindi viziata dal suo modo di vedere. Inoltre già un altro film di fantascienza abbastanza atipico aveva sfruttato questo filone basato sulla psicologia, "Sfera". Ma la domanda che realmente si pone lo spettatore è: che bisogno c'era di un remake così simile al suo "genitore"? Probabilmente la voglia di proporre al pubblico americano, notoriamente refrattario alle pellicole estere (e questa era addirittura russa), la storia. La sensazione che resta è comunque quella di trovarsi di fronte alla dilatazione dei quindici minuti finali di "2001 odissea nello spazio" in cento minuti di pellicola, con dialoghi ridotti all'osso e musica "lounge" onnipresente. Si, Soderbergh è sicuramente bravo nel suo lavoro di regia e montaggio con sequenze perfette sottolineate dalle sue luci che delineano i singoli personaggi, ma non è altro che l'ennesimo esercizio di stile. Curiosità: i versi che recita Clooney sono presi da una poesia di Dylan Thomas "And death shall have no dominion". | ||||||
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Solo due ore [16 Blocks] | |||||
| Un poliziotto in fase di declino e con problemi di alcool, Jack Mosley, deve scortare un malvivente, Eddie Bunker, per una testimonianza in tribunale. Il tragitto dalla centrale, é molto breve, appena 16 isolati, ma quando Jack viene a sapere contro chi deve testimoniare Eddie, capirà che non sarà una passeggiata... *** Il dolorante poliziotto Jack Mosley (Bruce Willis), alcolizzato e malridotto, vorrebbe solo poter bere qualcosa e andare a dormire. Ma per una serie di fortuite coincidenze, invece di smontare dal servizio, si ritrova a dover accompagnare Eddie Bunker, un piccolo furfante, davanti al Grand Gurì. Un caso da nulla, solo 16 isolati separano la prigione dal tribunale ma neanche il tempo di partire e Jack si trova a dover salvare il suo testimone da un killer. Troppo presto scoprirà che la persona contro cui Eddie deve testimoniare è proprio un poliziotto e sembra che tutta la polizia di New York City sia decisa a farlo tacere. Il film segue le vicende dei due protagonisti praticamente in tempo reale, come avviene nel telefilm "24" ma sembra che Richard Donner, regista tra le altre cose della serie "Arma letale", prenda spunto dagli action movie anni '80, dove si univa azione e commedia e venivano contrapposti caratteri completamente diversi, solitamente uno verboso, l'altro più riflessivo e ruvido. In fondo Jack Mosley non è poi molto diverso dal Martin Riggs prima maniera, entrambi non hanno più un motivo per vivere o per lottare. Ma le circostanze esterne gli faranno tornarne la voglia di vivere e di agire. "Solo due ore - 16 blocks" è un onesto film di genere, piacevole, ben scritto, ottimo il ritmo e dialoghi divertenti. Richard Donner e lo sceneggiatore Richard Wenk hanno deciso di concentrare la loro attenzione più sui personaggi che sulle scene di azione. La tensione non si basa sulla rivelazione, dopo dieci minuti ci viene spiegato tutto della vicenda ma sono le situazione dalle quali i due protagonisti devono uscire a crearla. E' un susseguirsi di situazione apparentemente senza via d'uscita, in cui ci chiediamo "e adesso come riusciranno a venirne fuori?". L'accoppiata tra un Bruce Willis disilluso e alcolizzato, e Mos Def, giovane criminale dalla parlantina facile e l'entusiasmo di un ragazzino alla vigilia di Natale, funziona molto bene. | ||||||
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Sotto corte marziale [Hart's war] | |||||
| Tommy Hart (Colin Farrel) era uno studente al secondo anno di legge prima di arruolarsi nell'esercito durante la seconda guerra mondiale. In combattimento viene fatto prigioniero in Europa ed assegnato ad un campo di concentramento. Quando un prigioniero di colore, il tenente Lincoln Scott, viene accusato di aver assassinato un compagno, un prigioniero bianco, il colonnello William McNamara (Bruce Willis) lo incarica della difesa nel processo. Il giudizio sconvolge i Tedeschi e lavora in favore dei prigionieri americani, che usano il caso come diversione per aiutare la sua fuga. *** Collocare "Sotto Corte Marziale" all'interno di un genere specifico non è facile, di certo c'è la rispondenza ad alcuni dettami suggeriti dall'amministrazione americana dopo la strage dell'undici settembre: inneggiare al valore degli uomini e stigmatizzare la crudeltà della guerra. Non ci troviamo di fronte i soliti tedeschi ottusi e crudeli, ma persone coinvolte in un atroce conflitto il cui confine tra bene e male viene spostato "di forza" dalle atrocità a cui assistono. Né il comandante tedesco del campo di prigionia (Marcel Iures / "Amen"), né il colonnello Mc Namara (Bruce Willis / "Bandits"), responsabile dei prigionieri, sono due figure dai contorni chiari e definiti, ambedue si muovono in una "zona grigia" dove sono concessi strappi alle regole per quello che loro ritengono essere un bene maggiore. La vita di un prigioniero di guerra può essere un semplice tirare avanti, o può diventare una sorta di scontro con i propri carcerieri. Il colonnello Mc Namara pensa che questo sia il dovere di un vero soldato, mentre il tenente Hart (Colin Farrell / "Tigerland") sembra più preoccupato di sopravvivere che altro. Lo scontro tra le ideologie dei due ufficiali in realtà nasconde situazioni molto più complesse e diventa un braccio di ferro, che coinvolgerà tutto il campo, in cui dominano il senso del dovere e del sacrificio.La pecca maggiore della pellicola risiede però nella sua mancanza di identità, sebbene la regia di Gregory Hoblit ("Frequency") sia solida ed avvincente (nelle poche scene d'azione), rimaniamo costantemente in bilico tra un film di guerra, un processuale o, addirittura, un thriller. La corte marziale, come anche la fase che la precede risulta un pò lunga e lenta, tanto da appesantire tutto il resto e da far dimenticare allo spettatore che si trova in un film di guerra. La demarcazione risulta ancor più netta se raffrontata alla cattura ed al viaggio di Hart in cui si respira un'atmosfera decisamente più "bellica". Ovviamente, visti i sentimenti ispiratori del tutto, siamo condannati a fare un bagno di retorica moralista fin troppo stucchevole. Interamente girato nella Repubblica Ceca, il film si avvale di un cast molto europeo. Se Colin Farrell sembra incarnare perfettamente il suo personaggio, altrettanto non si può dire di Willis che continua a sfoggiare sempre la stessa "maschera" senza alcuna variazione di tono. Francamente risulta palese il suo ruolo di "specchietto per le allodole", continuo a sorprendermi che queste esche siano ancora efficaci. Curiosità: la storia scritta da John Katzenbach si basa sulle esperienze dirette di suo padre, prigioniero di guerra durante il secondo conflitto mondiale. La chicca: la scena in cui si incrociano il treno dei prigionieri di guerra con quello dei deportati nei campi di concentramento: semplice, essenziale, ma è come un pugno nello stomaco. Indicazioni:Per i nostalgici dei film di guerra infarciti di americanismo. | ||||||
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Squadra 49 [Ladder 49] | |||||
| Il devoto vigile del fuoco Jack Morrison, dopo aver tratto in salvo un civile imprigionato all'interno di un edificio in fiamme, resta a sua volta intrappolato all'interno del magazzino ormai trasformato in una spaventosa fornace. Solo, nascosto da un'impenetrabile coltre di fumo nero e fiamme che infuriano, senza la possibilità di essere raggiunto dai suoi compagni, Jack combatte stavolta per la sua sopravvivenza, mentre, all'esterno, il suo amico e capo dei pompieri, Mike Kennedy lotta per riuscire a salvarlo. Nei momenti in cui i due uomini si giocano il tutto per tutto, Jack si aggrappa ai suoi ricordi, sperando e aspettando che qualcuno lo salvi. *** È impossibile vedere questo film senza pensare ai tanti pompieri di New York che sono periti nel World Trade Center. In realtà Squadra 49 ha l'ambizione di raccontare la vita di tutti i pompieri statunitensi che ogni giorno rischiano la vita per salvare chi è imprigionato in un inferno di fiamme e fumo. La sceneggiatura è stata completata prima dell'11 settembre 2001 ed era ambientata a New York; poi forse per mettere ulteriore distanza da quella tragedia la produzione ha deciso di cambiare la location, raccontando la storia di un'autoscala di Baltimora. Il film ha come sfondo la squadra da cui prende il titolo, ma è incentrata sulla vita di Jack Morrison (Joaquin Phoenix), che dopo essere rimasto intrappolato in un edificio in fiamme si vede letteralmente passare davanti la vita. Dagli inizi come pompiere novellino fino a diventare esperto Jack sperimenta gioie intense, ma anche il dolore del ferimento e della morte dei suoi compagni, con il sostegno costante del suo capitano Mike Kennedy (John Travolta) e poi di sua moglie Linda (Jacinda Barrett). All'inizio il tono è leggero, quasi a riflettere l'ingenuità del protagonista, per poi diventare sempre più cupo con l'accumulo di tante tragedie personali e collettive. Squadra 49 ha l'ambizione di essere un film-documento sulla vita dei membri dell'omonima squadra, e forse è proprio questa la sua pecca. Dopo un inizio coinvolgente, la pellicola diventa presto prevedibile e frammentaria, lasciando spazio solo a qualche rarissimo momento davvero emozionante. Ci sono logicamente scene molto spettacolari, in cui il fuoco è un elemento affascinante e distruttivo. Tuttavia i personaggi e le situazioni sono convenzionali, e le motivazioni battono sempre sul tasto dell'eroismo, ma senza un'analisi profonda. Joaquin Phoenix non riesce ad essere del tutto convincente in un ruolo appena abbozzato, mentre Jacinda Barrett interpreta un personaggio credibile e molto umano. Buona l'interpretazione di John Travolta. Bisogna aggiungere che questo film è anche estremamente retorico, ma questo è un aspetto integrante dell'idea che sta dietro a Squadra 49: il sacrificio quotidiano dei cosiddetti "eroi dimenticati". Basta esserne consapevoli prima di andarlo a vedere. | ||||||
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Stay - Nel labirinto della mente [Stay] | |||||
| Un ragazzo dall'oscuro passato annuncia al suo psichiatra che intende suicidarsi entro tre giorni. I tentativi disperati di aiutare il suo paziente portano lo psichiatra a compiere un viaggio allucinante fino al confine estremo tra la vita e la morte. *** Quella eccezionale invenzione meglio conosciuta come cinema non poteva certo lasciarsi sfuggire, grazie alle sue molteplici possibilità di rappresentazione visiva, un affascinante universo astratto come quello psichiatrico, invisibile all'occhio umano, ma tranquillamente ricostruibile sul set; tanto che, già nel lontano 1945, quell'indiscutibile maestro della Settima Arte che portava il nome di Alfred Hitchcock se ne occupò nel suo "Io ti salverò". Oggi, attraverso ricordi, sentimenti e pensieri, è Marc Forster, regista di "Monster's ball - L'ombra della vita" (2001) e "Neverland - Un sogno per la vita" (2004), a tornare sull'argomento con "Stay-Nel labirinto della mente", che pone al centro della vicenda due figure di uomo: lo psichiatra di successo Sam Foster, interpretato da Ewan McGregor, fidanzato con Lila, fragile ma brillante artista che ha salvato da un tentativo di suicidio, cui concede anima e corpo Naomi Watts, e Henry Lethem, con il volto di Ryan Gosling, studente di college scoraggiato ed ossessionato dalla tragedia della morte. Quando il suo terapeuta si ammala misteriosamente, Henry diventa paziente di Sam e gli comunica di essere intenzionato a togliersi la vita il sabato successivo a mezzanotte, per la vigilia del 21° compleanno. Una coppia di protagonisti, quindi, che ricorda molto da vicino quella dell'eccezionale "The sixth sense - Il sesto senso" (1999) di M. Night Shyamalan. D'altra parte, come nel film di Shyamalan, ci troviamo dinanzi ad un soggetto appositamente costruito per trasportare lo spettatore fino al cosiddetto twist ending, o finale a sorpresa; ma è certo che, dopo pellicole come "Session 9" (2001), "Identità" (2003) e "L'uomo senza sonno" (2004), capaci di spiazzare il pubblico grazie a geniali trovate che, a fine storia, stravolgono, giocando sui punti di vista, quanto si era visto fino a pochi minuti prima, siamo stati abituati a non stupirci quasi più. Puntualmente, infatti, "Stay - Nel labirinto della mente" ricorre ad un intrigo che s'infittisce man mano che subentrano personaggi secondari e che Forster mette in scena attraverso una regia piuttosto classica, basandosi soprattutto sui dialoghi e tirando in ballo raramente virtuosismi tecnici, tanto che il massimo del coinvolgimento emotivo lo si raggiunge nel momento in cui assistiamo all'aggressione da parte di un cane inferocito, e l'insieme rischia di risultare eccessivamente piatto e noioso. Eppure, nonostante la conclusione appaia tutt'altro che originale, presentando perfino analogie con il poco conosciuto "Dead end", diretto nel 2003 da Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa, e con il nostro "Le porte del silenzio" (1991) di Lucio Fulci, si esce dalla sala disorientati ed invasi da un certo senso di amarezza, il quale ci spinge alla riflessione nei confronti dei tanti, tragici eventi che assillano il quotidiano vivere e, soprattutto, di come essi possano influire sul percorso vitale dei comuni mortali. Un prodotto non facile come potrebbe sembrare, quindi, il quale, se dal punto di vista dell'intrattenimento appare sicuramente senza infamia e senza lode, nasconde dietro di se una profondità di contenuto tutt'altro che banale. | ||||||
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Staying alive [Staying alive] | |||||
| Tony Manero decide di fare sul serio e così parte per Broadway e studia per diventare un ballerino. Ma la strada da percorrere non é semplice e così inizia a perdersi d'animo. Ma alla fine anche per lui arriva l'occasione giusta.. *** | ||||||
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Stealth Fighter [Stealth Fighter] | |||||
| Owen Turner è un ex pilota navale che dopo aver simulato la propria morte inizia a lavorare per un trafficante sudamericano di armi e droga.Entra in possesso inoltre di una bomba segreta con l'obiettivo di minacciare il mondo.Un ufficiale di riserva, Ryan Mitchell, si metterà a caccia dell'uomo *** | ||||||
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Studio 54 [54] | |||||
| Siamo a New York alla fine degli anni '70, e l'ambiente è quello del mitico Studio 54 dove il giovane cameriere Shane O'Shea incontra e si innamora della star delle soap opera Julie Black. *** New York, numero 254 della 54a strada alla fine degli anni 70: uno studio tv viene trasformato da Steve Rubell (Mike Myers, da tutti conosciuto per essere la famosa spia "Austin Powers") in una discoteca, dando origine a quello che in pochissimo tempo diventa il luogo del jet set internazionale e quello in cui tutti i ragazzi americani sognano di andare. Ogni sera tantissimi ragazzi in coda sperano di riuscire a entrare o almeno provano a vedere qualche personaggio di fama quando si aprono le portiere delle cadillac o delle limousine di fronte al locale. Tra i ragazzi in fila c'è anche Shane O'Shea (il bel Ryan Phillippe, visto da poco in "Cruel Intentions"), un ragazzo di Jersey City particolarmente ambizioso che finalmente è riuscito a entrare alla corte di Steve Rubell lavorando come cameriere-topless. Qui Shane trova ottimi amici oltre che colleghi di lavoro in Greg (Breckin Meyer, visto da poco in "Go-Una notte da dimenticare") e sua moglie Anita (Salma Hayek, vista da poco in "Wild wild west" e che rivedremo tra non molto anche in "Dogma"), ma trova anche una ragazza di cui si innamora, Julie Black (Neve Campbell, lanciata dalla serie tv "Party of five" e soprattutto dal film "Scream") star delle soap-opera.Diretto da Mark Christopher, da sempre interessato allo studio 54, il film parte dall'idea veramente brillante di ricostruire l'ambiente della mitica discoteca della fine degli anni '70 con nostalgia e ironia e mostrarci tutto ciò che ci ruotava attorno, compresi droga e sesso, ma soprattutto tantissimo rock'n'roll, il tutto utilizzato per farci capire il modo di vita, o almeno il pensiero, dei giovani americani in quel periodo.Il film, interpretato da attori giovani ma già molto famosi e tra cui spicca soprattutto Mike Myers decisamente a suo agio in un ruolo drammatico, è uscito con un anno di ritardo e prosegue sul filone che ha dominato la penultima stagione cinematografica americana dopo le uscite di "Velvet Goldmine", "Paura e delirio a Las Vegas", "Last days of disco" e il recente "Summer of Sam". | ||||||
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Summer Camp. Primi amori primi vizi primi baci [Nos jours heureux] | |||||
| Vincent si trova a dirigere per la prima volta una colonia estiva con animatori scatenati e ragazzi indomabili: sesso, invidia, amicizia, primi amori, festicciole e notti in tenda sotto le stelle. Le tre settimane del campo estivo saranno piú movimentate del previsto e, tra forti emozioni e incontri sorprendenti, ragazzi e animatori vivranno la vacanza piú divertente della loro vita. *** | ||||||
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Sunshine [Sunshine] | |||||
| In un futuro non troppo lontano, l'umanità rischia l'estinzione perchè il sole, la stella che ha permesso la nascita di ogni forma di vita sulla terra, sta esaurendo la sua energia. Una navicella spaziale con a bordo otto astronauti, viene spedita verso l'astro per cercare, con uno strumento, di evitarne la morte, ma durante il viaggio non saranno pochi gli imprevisti... *** Alla fonte dell'esistenza. Nelle intenzioni di Danny Boyle, Sunshine voleva essere "un viaggio psicologico. Siamo formati da particelle di stelle esplose, e il Sole è la stella da cui proviene la vita". Al regista piacciono fantascienza elegante e bellezza scientifica, perciò ha cercato da un lato la verosimiglianza in consulenze qualificate e in una preparazione tecnica che ha coinvolto tutto il cast, e dall'altro l'inventiva in una fotografia (Alwin Kuchler) con lenti anamorfiche, in esterni realizzati al computer interamente in CGI dalla Moving Picture Company, in scenografie (Mark Tildesley, designer Richard Seymour) ispirate a sottomarini nucleari, impianti di trivellazione petrolifera, missioni NASA e ricostruite in otto teatri di posa con set anche a dimensioni reali. D'accordo che gli astronauti sono provati dalla prolungata permanenza a bordo ("in 16 mesi ti abitui a tutto e vai fuori di testa"), però sembrano tutt'altro fuorchè professionisti: si azzuffano, urlano litigando, si accusano reciprocamente, hanno dialoghi banali, si disperano terrorizzati, prendono sedativi per non suicidarsi, restano stupefatti come bambini. Rispetto poi ai canoni del genere, la claustrofobia limita l'attrattiva del vuoto cosmico, dei lenti movimenti delle astronavi, della maestosità dei corpi celesti. Boyle esaudisce il personale desiderio di visioni, ma con un roboante miscuglio squinternato che aggiunge thriller, azione, horror. Nel continuo di incidenti e scelte drastiche, sangue e sudore, ustioni e congelamenti, pelle polverizzata e frantumazione d'arti, il film si fa catastrofico e con un andamento forsennato corre verso il ridicolo, inseguito da un pazzo - preda di farneticazioni misticheggianti apocalittico-messianiche - dotato di una resistenza sovrannaturale. La frase: "E' energetico, come farsi una doccia di luce. La luce ti avvolge, diventa parte di te". | ||||||
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Supergirl - La ragazza d'acciaio [Supergirl] | |||||
| Sotto falsa identità, la cugina di Superman scende sulla Terra dal pianeta Argonville. Divertente per i ragazzi questo filmato tratto dai fumetti. Gli effetti speciali, curati da David Lane, sono più belli e perfezionati di quelli di Superman I, II, III.di Laura, Luisa e Morando Morandini *** | ||||||
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Surf's Up - I re delle onde [Surf's Up] | |||||
| Surf's Up - I re delle onde è una commedia d'animazione che sbircia dietro le quinte del vivace mondo delle gare di surf. Il film racconta la storia del giovane pinguino saltatore Cody Maverick (Shia LaBeouf nella versione originale), un promettente surfista alla sua prima competizione professionistica. Seguito da una troupe televisiva che documenterà le sue esperienze, Cody lascia la sua famiglia e la sua casa a Shiverpool, in Antardide, diretto all'isola di Pen Gu per partecipare alla Grande Gara in onore di Big Z. Nel suo viaggio Cody conosce il patito di surf Chicken Joe (Jon Heder) di Sheboygan, il famoso promoter Reggie Belafonte (James Woods), il talent scout Mickey Abromowitz (Mario Cantone) e l'energica bagnina Lani Aliikai (Zooey Deschanel). Tutti riconoscono la grande passione di Cody per il surf, che però, a volte, lo porta a esagerare. Cody è convinto che vincendo la gara riuscirà ad ottenere l'ammirazione e il rispetto che desidera, ma quando inaspettatamente si ritrova faccia a faccia con il vecchio e fallito surfista Freaky (Jeff Bridges), scopre la sua vera strada e capisce che il vero vincitore non è chi arriva primo. *** Sono passati tanti anni da quando al cinema se si parlava di pinguino, il pensiero non poteva che correre al cattivo Danny DeVito avversario del secondo Batman di Tim Burton. Ormai questo uccello che non vola è una star del grande schermo, soprattutto quando è disegnato (al computer). Dopo i quattro agenti improvvisati naviganti di Madagascar, e il pinguino ballerino premiato con l’Oscar di Happy Feet, ecco il surfista di Ghiacciano terme (chissà com’è nell’originale) Cody Maverick. Un film a suo modo geniale questo della Sony. Lo stile registico è infatti ispirato al linguaggio televisivo, quello dei reality show. Avete presente quel programma di Mtv in cui si segue un ragazzo X impegnato a realizzare il proprio sogno? Beh, anche se non lo conosceste, potrete facilmente dedurlo: si intervistano protagonista e conoscenti e quando c’è dell’azione ci si muove con tanto di camera a mano, quindi tremolante e esplicitamente “presente”, facendo capire che c’è un operatore lì dietro all’inquadratura (per rendere credibile le riprese in questo “stile”, si è utilizzata addirittura la motion capture). Il montaggio poi mischia il tutto mettendoci dentro anche spezzoni televisivi, con tanto di presentatori e cronisti e commento fuori campo degli stessi personaggi a vicenda già avvenuta. Il cartone animato ormai non è più un “genere” a sé stante, ma uno strumento per delle storie che in altro modo non potrebbero essere raccontate. La storia di per sé non è nulla di particolarmente originale. Si ruota attorno alla frase, e al tema: “se hai un sogno, non arrenderti mai”, ma l’approccio leggero e divertente (soprattutto adatto ad un pubblico più grande di quello dei bambini), con tanto di citazioni sportive (il manager alla Don King), è adeguato e rende fluido il tutto. Il surf, e lo sport, come divertimento e non competizione. Azzeccata la colonna sonora, che mette insieme una serie di hit, che già da soli sanno di vacanza. Surf’s up non sarà il cartone dell’anno, ma ha il grande merito di mettere di buon umore. La frase: Si è una spiaggia: sole, mare sabbia. Vista una, viste tutte. | ||||||
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Sweet November [Sweet November] | |||||
| Nelson Moss, (Keanu Reeves), è un pubblicitario in carriera; unico valore nella vita il lavoro, totale assenza di rispetto per gli altri ed un obiettivo prefissato imprescindibile: essere il migliore. Riuscirà, con il suo amore, Sara (Charlize Theron) a cambiarne il carattere? *** Novembre può essere decisamente dolce per Keanu Reeves e Charlize Theron, specialmente se si vive a San Francisco, città molto più calda di New York dove l'autunno di Richard Gere e Winona Ryder è stato forse più gelido. Al di la di questa differenza climatica le due pellicole risultano essere una il clone dell'altra. Per essere giusti bisogna dire che "Sweet November" vanta una colonna sonora molto piacevole, cosa che non si poteva dire per "Autumn in New York".Nelson Moss, Keanu Reeves (Matrix), è un pubblicitario in carriera; unico valore nella vita il lavoro, totale assenza di rispetto per gli altri ed un obiettivo prefissato imprescindibile: essere il migliore. Nella sua vita, piuttosto squallida, irrompe improvvisamente Sara Deever, Charlize Theron (La Leggenda di Bagger Vance), che, vedendolo incapace di godersi la vita, decide di dedicargli per un mese anima e corpo per cambiarlo e fargli ritrovare la sua "umanità". Nelson lentamente inizia a riacquistare la consapevolezza che il mondo non gira intorno a lui e che c'è dell'altro oltre il lavoro, ad esempio l'amore. Ma, come è ovvio, le cose non sono mai così semplici come potrebbero sembrare... Sweet November è il remake dell'omonima pellicola del 1968 diretta da Robert Ellis Miller, ma in questa nuova versione l'unica cosa che rimane impressa è il binomio fotografia/sceneggiatura (elegante il contrasto tra l'austero loft di Nelson e la solare casa di Sara), sempre particolarmente curato in questo tipo di film, tutto il resto rientra nella canzone di Califano (noia n.d.a.). Tra l'altro il basso valore dell'opera coincide, stranamente, con una prova d'attrice particolarmente convincente della Theron (non siamo abituati); per quanto concerne Keanu Reeves, sembra non riuscire a scrollarsi di dosso i panni di "Neo", l'eroe di Matrix. Curiosità: Gli interni della casa di Sara non sono stati girati negli "studios", ma in un magazzino di Treasure Island (baia di San Francisco) in cui è stata appositamente ricostruita. | ||||||
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Sweet Sixteen [Sweet Sixteen] | |||||
| Il giovane sedicenne Liam è determinato ad avere una vita familiare normale quando la madre sarà uscita di prigione, sebbene tutte le difficoltà dovute alla sua giovane età e al duro ambiente sociale, Liam comincia a racimolare soldi per una casa... *** A volte sembra quasi che i sociologi enfatizzino il ruolo della famiglia come asse portante della società e della vita dell'individuo. Questo film è la dimostrazione che invece, nonostante le grandi scoperte scientifiche e i grandi progressi tecnologici le persone hanno ancora bisogno di un nido sicuro cui far ritorno. Ken Loach questa volta ci stupisce con la drammatica storia di un sedicenne costretto a sopravvivere in una Glasgow tetra e languida in cui le persone si trascinano per le strade cercando un lavoro che non arriva mai. Quella di Liam è la storia di tanti ragazzi inglesi che sono costretti a sopravvivere in condizioni davvero disagiate. Potrà sembrare strano, ma il tasso di povertà e di analfabetismo fra i giovani inglesi è tra i più alti d'Europa. Nella Scozia poi, questo tende a salire a causa della chiusura di molte fabbriche e miniere che un tempo davano da vivere a moltissimi operai. In situazioni di estremo disagio, anche in uno degli stati più progrediti del mondo, le persone scendono a compromessi che ai più possono sembrare inaccettabili.Liam non è un delinquente, è un ragazzo pieno di buoni principi, di voglia di vivere. La vita però gli si prospetta difficile fin dalla prima infanzia: sua madre, Jean è una tossicodipendente sprovveduta che non esita a legarsi a brutti ceffi, di suo padre non se ne sa nulla. L'unica persona che gli sta vicino è la sorella, la quale però a sua volta è una ragazza madre con tanti problemi da risolvere. L'amore che il ragazzo nutre per la madre è viscerale. Farebbe di tutto per renderla felice, per vederla sorridere. Aspettando la sua uscita da un istituto di recupero per tossicodipendenti, Liam si imbatte in un losco giro d'affari. Il suo scopo non è quello di fare del male, ma è quello di comprare un prefabbricato alla madre. Per sé non vuole niente. Non gli interessano le macchine di grossa cilindrata, i vestiti all'ultima moda, i modelli di cellulare più esclusivi. Lui vuole solo vivere in pace con sua madre. Purtroppo però le cose non vanno come dovrebbero. Nonostante la prigione, Jean non è cambiata, forse vorrebbe essere quella che il figlio desidera, ma non ci riesce, non è abituata a prendersi cura di nessuno se non di se stessa. Ferito nel proprio orgoglio, nella propria dignità Liam non esita a compiere un gesto estremo e questo proprio nel giorno del suo sedicesimo compleanno!Il film è vero e travolgente. La sceneggiatura (giustamente premiata a Cannes) è perfetta, non ha una sola smagliatura, un solo punto debole. Scorre liscia senza nessuna increspatura fino alla fine. Un attimo sei lì ad aspettare che il film inizi e un attimo dopo è già finito. Tutto è scivolato via in un momento, ma le sensazioni che ha suscitato sono destinate a rimanere, a incidere sulla visione futura delle cose. Solo un insensibile potrebbe restare indifferente di fronte ad una storia di tale portata narrativa.Peccato che operazioni di questo genere vengano ostacolate: è prevista l'uscita di solo 45-50 copie per di più censurate ai minori di 16 anni. A volte mi chiedo come si può essere così ottusi e propinare ai ragazzi dei film sciocchi e inutili e privarli di un'opera che potrebbe contribuire a renderli persone migliori, o almeno più attente alla realtà che li circonda (il che non è poco). | ||||||
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Symbiosis - Uniti per la morte [Like Minds] | |||||
| La psicologa criminale, Sally Rowe, viene incaricata di verificare se le prove a carico di Alex, studente di 17 anni accusato di aver ucciso il compagno di stanza, sono sufficienti per condannarlo. La donna verrà messa sotto pressione anche dall'influenza del padre del ragazzo... --- La psicologa forense Sally Rowe riceve dal detective Martin Mackenzie l’incarico di indagare sul profilo psicologico del diciassettebbe Alex Forbes, figlio del rettore del college locale. Il ragazzo è stato trovato ai bordi della ferrovia con in braccio il corpo inanimato del compagno di studi Nigel Colby. Nel corso dei colloqui Alex professa la propria innocenza raccontando come Nigel si fosse impossessato della sua mente tentando di coinvolgerlo nella folle idea di essere entrambi discendenti dai Templari e di avere una missione da compiere. Sally decide di non accettare a priori la tesi di Mackenzie secondo la quale Alex è colpevole dell’omicidio e si mette ad indagare a sua volta. Le sorprese non mancheranno. Gregory J.Read è alla sua opera prima e dimostra di conoscere in profondità le regole dello psicothriller senza cadere nel deja vu. Considerando che è anche l’autore della sceneggiatura possiamo affermare che è riuscito a raccontare due devianze adolescenziali senza calcare troppo la mano sul versante più emotivo e imponendosi di lavorare su più livelli. Perché in questo film il rapporto malato è senz’altro quello che intercorre tra il dominante Nigel (un forse un po’ troppo stereotipo Tom Sturridge) e il debole Alex (un ottimo Eddie Radmayne abilissimo nel sottolineare le insicurezze e le velleità del suo personaggio). Sono loro a condurre il gioco della vicenda nei numerosi flashback filtrati attraverso la descrizione di Alex il quale si richiama alla teoria della Gestalt secondo la quale il tutto è superiore alla somma delle sue parti e su quella base costruisce le proprie deposizioni. Ma il mondo che li circonda non è più sano di loro. Perché in esso agisce il padre di Alex, rettore apparentemente inflessibile che però nasconde zone oscure e inconfessabili così come i genitori di Nigel. Gli stessi investigatori (l’uno convinto di dover solamente certificare una verità data già per scontata e l’altra certa delle proprie capacità di esplorazione dell’animo di un adolescente disturbato) ci parlano di un ‘ordine’ sociale che sta progressivamente perdendo le chiavi di lettura del mondo. Ecco allora che Simbyosis diviene qualcosa di più complesso di un film di genere trasformandosi in una riflessione sulla sempre più fragile consistenza della psicologia di molti adolescenti che finisce con l'essere esposta a influssi negativi. Che si trasformano in più di un'occasione in fatti di cronaca. *** | ||||||
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T come Tigro [The Tigger movie] | |||||
| Tigro è triste ed è alla ricerca del gigante albero genealogico che gli permetterà di sapere dove trovare suoi simili, Winnie Pooh e tutti gli amici del bosco dei Cento Acri sono preoccupati per lui. *** Milioni di bambini in tutto il mondo da settanta anni crescono con le avventure dell'orsetto Winnie Pooh e degli altri abitanti del bosco dei cento acri. In Italia questo simpatico e tenero personaggio, è ancora poco conosciuto, ma si sta facendo un suo pubblico di affezionati grazie alla messa in onda di alcuni cortometraggi dalle reti nazionali e a pagamento. Le sue avventure sono state create appositamente per i bambini più piccoli, lo si vede sia dalle storie, che sono sempre semplici e con un risvolto morale che sia comprensibile anche dai più piccini, ma lo si nota anche per i colori e i toni che lo caratterizzano, tutti tendono, infatti, a tonalità pastello azzurre gialle, beige. Ma questo è anche il motivo per cui molti adulti riescono ad appassionarsi ai personaggi delle storie, non c'è mai un azione o una parola, detta o fatta, per cattiveria, non esiste l'egoismo, il cinismo o l'indifferenza, tutte caratteristiche del mondo reale.I personaggi non sono mai figure reali, ma i pupazzi preferiti di un bambino, (Christopher Robin), che quando non giocano con lui vivono delle avventure tutte loro. È come se la mente di un bambino immaginasse di videoregistrare le storie partorite dalla sua fantasia. Per cui in un cartoon di questo genere non ci si immedesima, come capita per gli altri personaggi animati, ma ci si differenzia da quel mondo reale che spesso ci opprime e ci coinvolge troppo. Dell'orso Pooh goloso di miele c'è ormai tutto un set completo di cortometraggi, libri, abbigliamento, oggetti per la casa e tutto quanto ci si poteva inventare, mancava solo un lungometraggio, ma come è tradizione Disney, il film è stato fatto e si preannuncia veramente fantastico, in tutti i sensi.In questa storia siamo alle prese con la solitudine e con il sentirsi diversi. Tigro che è il più gioioso del gruppo si sente triste e solo perché non ci sono tipi come lui nel bosco, e tra mille tentativi e difficoltà nella ricerca dei suoi simili, si renderà conto che non importa essere diversi, l'importante è avere degli amici veri e sinceri che ti vogliono bene. Per saperne di più sulla storia dell'orsetto Pooh e i suoi amici non perdetevi lo speciale che FilmUP gli ha dedicato. | ||||||
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Tacchi a spillo [Tajones lejanos] | |||||
| Per conquistare il successo, Becky , trascura la figlia Rebeca che da grande diventerà una famosa annunciatrice televisiva. Rebeca non riesce a perdonare le madre e quando Manuel, ex marito di Rebeca ed amante di Becky, viene assassinato, confessa in diretta tivù di essere l'omicida. Si occuperà del caso uno strano giudice istruttore amante dei travestimenti. *** | ||||||
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Tart [Tart] | |||||
| Gioie, delusioni e speranze di una adolescente che si trasferisce a New York e che incontrerà non pochi problemi di di ambientamento. Una madre estremamente possessiva e un ambiente scolastico alquanto ostile nonla aiuteranno affatto. *** Strumentalizzazione di un nome: Melanine Griffith! Tart, che segna l'esordio alla regia di Christina Wayne (già sceneggiatrice del seguito di "Dirty Dancing") sfrutta il nome della star, ben evidenziato nei credits, che appare per totali cinque minuti di film in un ruolo decisamente di contorno (sarebbe stato più appropriato definirlo "cameo"). Per il resto la "mattatrice", se così si può definirla, è Dominique Swain nota per il remake di "Lolita" e poco altro ("Face Off").La storia, di un banale sconvolgente, vede la giovane Cat Storm (la Swan) frequentare, nonostante la sua estrazione sociale non brillantissima, uno dei college più prestigiosi di New York. I suoi unici desideri sono di guadagnarsi la stima e l'attenzione delle sue compagne di classe e l'amore di William (Brad Renfro / "Il Cliente" - "Sleepers"). La sola vera amica di Cat è Delilah (Bijou Philips / "Almost Famous") che tenta, inutilmente, di metterla in guardia sulla vera natura dei suoi nuovi amici.Sedotta e abbandonata da William, allontanata dalla sue nuove "amiche", che la considerano comunque inferiore sia per estrazione sociale, sia per origini (è ebrea), incompresa dai genitori, Cat dovrà imparare a convivere con la dura realtà.Tutta l'atmosfera è permeata da luoghi comuni: l'alta società non ha valori e si rifugia nella decadenza e nell'egoismo, i ricchi sono tutti dei drogati e dei pervertiti, i genitori non sono quei mostri che potrebbero sembrare, e via discorrendo. Ogni qualvolta che ci viene mostrata la vita quotidiana dei ragazzi non riusciamo a cogliere nulla di significativo, si ricade sempre nei soliti parametri: rubare in un negozio come rito di iniziazione, scappare dal ristorante senza pagare il conto (Pieraccioni ne "I Laureati" lo faceva con molta più classe e fantasia) per ostentare il proprio potere, "sniffare" cocaina per sentirsi grandi; tutti episodi banali.Anche la regia non è certo brillante, sequenze piatte, uso della telecamera senza particolari personalismi e scelte non molto innovative, come nell'inizio con la voce narrante fuori campo ed il costante senso di tragedia che aleggia su tutti. Curiosità: I colori dell'autunno di New York segnano l'inizio della pellicola che si dipana quindi attraverso tutto l'inverno (compreso Natale); peccato che alla fine ci troviamo in una bella sequenza a Central Park in autunno!. Indicazioni: Ottimo per un pomeriggio afoso da passare al fresco in un cinema. | ||||||
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Thank you for smoking [Thank you for smoking] | |||||
| Nick Naylor crea una serie di intrighi per tenere vivo il mercato del tabacco, del quale é uno dei principali attori, ma allo stesso tempo cerca di rimanere un modello da seguire per su figlio. *** L'arte della persuasione. E' questa la materia da cui muove il film, tratto dall'omonimo romanzo di Christopher Buckley e diretto dall'esordiente Jason Reitman (autore di cortometraggi e spot, figlio dell'Ivan regista di "Ghostbusters"). Nick Naylor è vicepresidente dell'Accademia di Studi sul Tabacco, emanazione diretta delle corporazioni del settore responsabili di 1.200 decessi al giorno (lui si definisce un MDM, ossia un mercante di morte che attua un "controllo demografico"). La strada sembra spianata: "Le sigarette sono fighe, facili e danno assuefazione. Praticamente il lavoro è già fatto", gli dice il capo. E se non bastasse ci sono le influenze politiche degne di una grande lobby, una squadra composta dai migliori studi legali e ricercatori scientifici "disposti a negare anche la legge di gravità". Ma in epoca di sensibilizzazione alla salute, relative crociate anti-fumo e calo dei consumi in seguito pure ai divieti, il suo ruolo di avvocato del diavolo è quello di arginare i danni all'industria della nicotina. Questo necessita di abilità dialettica supportata da una "moralità flessibile" adatta a "mantenere i segreti e distorcere la realtà". O meglio, rimanendo in tema come la locandina, "filtrarla". Quando poi, parlando ad esempio di gelato, al tuo interlocutore piace la vaniglia e a te il cioccolato, puoi sempre puntare più in alto ("Cioccolato o vaniglia? Non mi bastano, voglio avere la scelta"). Naylor ha questa dote, e gioco-forza è un cinico. Il suo ragionamento è lineare: "La morte ci toglie clienti. Noi vogliamo il cliente vivo e fumatore", e per ottenere questo è disposto perfino a concedere 50 milioni di dollari per la pubblicità contro il tabacco. Ma se nel libro egli è un personaggio integralmente negativo, qui viene mostrato umano al punto di farsi ingannare da una giornalista, suscitare l'affetto del proprio figliolo, e in definitiva risultare un simpatico farabutto. Un vero mattatore col sorriso e l'energia di Aaron Eckhart, in un'opera dinamica, acuta (buona parte dei dialoghi viene direttamente dal libro), provocatoria. E non si vede neanche una sigaretta accesa. La frase: "Se argomenti, non hai mai torto". Federico Raponi | ||||||
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The aviator [The aviator] | |||||
| La storia del fortunato produttore cinematografico Howard Hughes che da una piccola somma di denaro, avuta in eredità dal padre, creò un impero ad Hollywood. *** Con "The Aviator", Martin Scorsese continua a raccontarci la sua America. Infatti, se con "Gangs of New York" ci dava la sua lettura della nascita dell'America, con questa sua ultima opera ne descrive la parabola dell'ascesa fino alle più alte vette del potere a cui consegue, ineffabile, il declino, ingrato frutto delle sommità raggiunte. Il regista italoamericano lo fa raccontando la storia di Howard Hughes (Leonardo Di Caprio), una delle figure più controverse della storia americana del secolo passato. Magnate del petrolio, il giovane Hughes ha una passione per il volo e decide di investire le proprie risorse nella costruzione di velivoli sia commerciali che militari. Ma Hughes - che come dice Scorsese ha in sé le strambezze tipiche dei pionieri - nutre anche altre passioni: il cinema e le donne. Produce, nel 1930 il film più costoso della storia del cinema fino ad allora ("Gli angeli dell'inferno", costato 4 milioni di dollari), colleziona donne come fossero auto sportive. Tra queste annovera attrici del calibro di Katherine Hepburn (interpretata da una volitiva Cate Blanchet) e Ava Gardner (il volto è quello della bellissima Kate Backinsale). Ma come in tutti i bei sogni (e anche quello americano non fa sconti al botteghino) c'è il lato oscuro della medaglia. Qui è rappresentato dalla malattia che attanaglia Hughes. Una forma ossessiva compulsiva di una sindrome chiamata germofobia, probabilmente derivatagli dall'infanzia. Howard ha il terrore delle infezioni, si lava di continuo le mani, non tocca le posate altrui, beve solo latte da bottigliette ermeticamente sigillate. Una malattia che lo accompagnerà, aggravandosi, fino alla fine della sua vita avvenuta in un attico di un albergo di Las Vegas dove vi viveva come un recluso. Scorsese - grazie anche all'opera del fido Dante Ferretti - ricostruisce maestosamente l'America dell'inizio degli anni '30 fino agli inizi degli anni '60: scenografie, costumi, musica restituiscono un'opera certamente grandiosa e completa. Nonostante ciò, però, confessiamo che il film stenta ad emozionare, forse proprio a causa della fredda perfezione della sua realizzazione. Certamente, non si può negare che la pellicola susciti un indubbio interesse sia nei bozzetti dei grandi attori del passato (oltre alle due attrici citate si vedono Errol Flynn - Jude Law, Jean Harlow - Gwen Stefani) sia nella raffigurazione della lotta economico-politica tra il nostro eroe e Juan Trippe (Alec Baldwin) il capo della Pan Am, concorrente della TWA di cui Hughes era diventato il maggior azionista. E forse, proprio nella descrizione dei complessi giochi politici, (Alan Alda interpreta il Senatore Brewster foraggiato dalla Pan Am per presentare una legge che favorisse gli interessi monopolistici della Pan Am), l'opera centra i momenti migliori. Il film, fortemente voluto dallo stesso Di Caprio nelle vesti anche di produttore esecutivo, è comunque un leggendario affresco di un personaggio - definito dagli stessi realizzatori - come una maschera da tragedia greca, dalle mille sfaccettature e il cui potere ha finito per sopraffare. | ||||||
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The Bank [The Bank] | |||||
| Jim Doyle (David Wenham) esperto programmatore sta studiando un softwere in grado di predire l'andamento del mercato finanziario, sul suo studio mette gli occhi l'amministratore delegato della Centabank, che spera di risollevare in questo modo la crisi finanziaria della banca... *** | ||||||
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The body [The body] | |||||
| Durante degli scavi a Gerusalemme, un'archeologa trova il corpo di un uomo crocifisso datato circa 2000 anni fa. Molte analogie farebbero pensare al corpo di Cristo, ad indagare sulla faccenda viene inviato Padre Gutierrez, ex guerrigliero e abile investigatore. *** | ||||||
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The Bourne ultimatum - Il ritorno dello sciacallo [The Bourne ultimatum] | |||||
| Ritroviamo in questo sequel l'agente Bourne, che in "The Bourne Identity" del 2002, cercava di scoprire chi fosse, in "The Bourne Supremacy" del 2004 esigeva vendetta per quello che aveva subito. Adesso, sta tornando a casa...e si ricorda tutto. Bourne non ha ne un paese ne un passato. Sottoposto ad un training brutale di cui non ha memoria da parte di persone che non può identificare, Bourne è stato trasformato in una sofisticata arma umana-per la CIA l'obbiettivo più impossibile da rintracciare. Da quando lo hanno ritrovato alla deriva nel Mar Mediterraneo a largo delle coste italiane diversi anni fa, si è imbarcato in un disperato viaggio alla ricerca della propria identità e di chi lo abbia addestrato ad uccidere. Tuttavia, dopo l'assassinio della sua amante Marie da parte di un killer, tutto ciò che Bourne desiderava era vendicarsi. Una volta raggiunto il suo scopo, ciò che voleva era scomparire per sempre e dimenticare la vita che qualcuno gli aveva sottratto. Ma la prima pagina di un quotidiano londinese che pone degli interrogativi in merito alla sua esistenza pone fine a tale speranza e Bourne si trova ad essere nuovamente un bersaglio. La Treadstone, l'operazione top-secret che ha creato questo super assassino, è ormai defunta. E' stata ricostituita come programma Blackbriar del Dipartimento della Difesa , con una nuova generazione di killer addestrati-nascosto alle ingerenze interne o estere-a disposizione del governo. Per loro Bourne è una minaccia difettosa da 30 milioni di dollari che deve essere eliminata una volta per tutte. Per lui, loro sono l'unico legame con una vita che ha tentato in vano di dimenticare. Bourne è alla fine della corsa. Questa volta a fermarlo non basteranno le vacue promesse dei suoi ex padroni ne l'uccisione di coloro che lo inseguono senza tregua. non avendo più nulla da perdere utilizzerà ogni sottile tecnica acquisita durante il suo addestramento e ogni tipo di istinto che ha affinato nel frattempo per perseguire i suoi creatori e porre fine al tutto. La sua ricerca lo porterà da Mosca a Parigi e da Madrid a Londra e a Tangeri-sfuggendo, superando in astuzia e contro manovrando gli agenti del Blackbriar, gli agenti federali e la polizia locale minuto dopo minuto-in una disperata ricerca di risposte alle domande che lo tormentano. E il viaggio di Bourne alla fine lo porterà là dove tutto ha avuto inizio e dove tutto dovrà finire: le strade di New York. *** Con “The Bourne identity”, diretto nel 2002 da Doug Liman (“Go-Una notte per dimenticare”) e tratto dal romanzo “Un nome senza volto” di Robert Ludlum, siamo venuti a conoscenza di Jason Bourne, ex agente segreto della CIA con le fattezze di Matt Damon (“Ocean’s eleven”) che, risvegliatosi privo di memoria a bordo di un peschereccio, si trovava a ricercare la propria identità, ostacolato proprio dalla stessa organizzazione di cui faceva parte. Accusato di omicidio e deciso a portare avanti una personale vendetta nel sequel “The Bourne supremacy”, firmato due anni dopo da Paul Greengrass (“Bloody Sunday”), il novello 007 torna all’opera in questo terzo episodio realizzato dallo stesso regista, il quale ha nel frattempo riconfermato la sua abilità nell’installare i meccanismi della tensione su pellicola con l’eccezionale “United 93”, datato 2006 e candidato al premio Oscar per la regia ed il montaggio. Non a caso, si comincia immediatamente con un serrato prologo ambientato a Mosca, dopo il quale apprendiamo che la Treadstone, operazione top secret che ha creato Jason Bourne, è stata ricostituita come programma Blackbriar del Dipartimento della Difesa, con una nuova generazione di killer addestrati a disposizione del governo, per i quali l’uomo rappresenta una difettosa minaccia da eliminare definitivamente. E, oltre a Joan Allen (“Face/off-Due facce di un assassino”), nuovamente nei panni di Pamela Landy, detective per gli affari interni della CIA, nel cast ritroviamo anche Julia Stiles (“Save the last dance”) in quelli dell’agente Nicky Parsons, mentre il protagonista, che sembra privilegiare il ricorso a calci e pugni ancor prima che alle classiche pallottole, tenta in ogni modo di perseguire i suoi creatori per porre fine al tutto. Quindi, tra inseguimenti mozzafiato in moto, a piedi ed in automobile, l’adrenalina non rientra davvero tra gli elementi assenti nella terza avventura di Jason Bourne, costruita su un coinvolgente script per mano di Tony Gilroy (già sceneggiatore dei primi due film), Scott Z. Burns (produttore di “Una scomoda verità”) e George Nolfi (“Ocean’s twelve”), dispensatore di circa 111 veloci minuti di visione dinanzi ai quali risulta impossibile annoiarsi, in corsa attraverso Parigi, Madrid, Londra, Tangeri e New York. Merito soprattutto dell’abbondanza di inquadrature a mano fornite da una frenetica macchina da presa, le quali, sapientemente assemblate dal frammentato montaggio di Christopher Rouse (“The italian job”), forniscono il marchio di fabbrica di un vero e proprio autore britannico che stupisce non sia stato ancora convocato alla direzione di una delle imprese di James Bond. | ||||||
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The Confession [The Confession] | |||||
| Perduto il figlioletto, morto in seguito a un disservizio di malasanità, Fertig (B. Kingsley), ebreo ortodosso di New York, uccide tre sanitari e si costituisce, pronto a dichiararsi colpevole e a scontare la pena che gli spetta. Il suo avvocato difensore Bleakie (A. Baldwin), carrierista senza scrupoli e strapagato dal datore di lavoro di Fertig, gioca, invece, la carta della momentanea infermità mentale. Dal romanzo Fertig di Sol Yurick, sceneggiato da David Blach, un dramma di idee, avvincente nella 1ª parte, grazie anche alla tragica figura del protagonista che B. Kingsley impersona con severa intensità: la Legge e la legge, etica ebraica ed etica cristiana, giustizia e peccato originale. Non è difficile - dice - fare le cose giuste; difficile è sapere cos'è giusto. Poi, però, com'era di moda negli anni '90, diventa un legal thriller come tanti, con ingarbugliati risvolti ecologici sulla corruzione dell'alta finanza. Ne rimane schiacciato il dolente personaggio di Sarah (A. Irving), moglie di Fertig, mentre si dà troppo spazio ad A. Baldwin, attore mediocre come i suoi fratelli meno noti Adam, Stephen e William, ma coproduttore del film.di Laura, Luisa e Morando Morandini *** Confesso che "The Confession" mi ha lasciato assai interdetto, tanto da non sapere bene come commentarlo.Di sicuro non mi è piaciuto: l'ho trovato statico, senza mordente e senza pathos. Sembra più uno sceneggiato televisivo che un film da grande schermo e per gran parte della storia si respira un'atmosfera "falsa", da "fiction".La recitazione degli attori contribuisce ad alimentare la sensazione che qualcosa non funzioni: Alec Baldwin è, per usare un eufemismo, "minimalista", mentre Ben Kingsley e Amy Irving azzardano qualcosa di più ma senza riuscire a dare spessore vero ai personaggi. Per il resto non riesco, e me ne scuso, a trovare spunti di critica né in posistivo né in negativo, segno evidente che il film mi ha lasciato indifferente... | ||||||
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The Constant Gardener - La cospirazione [The Constant Gardener] | |||||
| In una remota area del Kenya del nord, l'attivista Tessa Quayle, viene trovata brutalmente assassinata. All'apparenza sembra un delitto di tipo passionale, ma il marito della vittima Justin Quayle, non crede all'ainfedeltà della moglie e decide di indagare per conto proprio... *** Dopo il sublime "The City of God", ci si aspettava molto dal regista Brasiliano Fernando Meirelles, e vedere "The Costant Gardener" soddisfa ogni aspettativa. Il film è allo stesso tempo una storia d'amore, un thriller politico e un dramma riflessivo, ma nonostante tutto i confini tra generi sono impercettibili, mescolati in modo omogeneo da una fotografia superlativa. Tessa è un'attivista politica che vive in Africa con suo marito Justin Quayle, membro dell'Alto Commissariato Britannico in Kenya. Un giorno Tessa viene trovata morta uccisa e il suo accompagnatore è sparito. Si pensa ad un omicidio passionale, e Justin è intenzionato a scoprire la verità. Ciò che colpisce guardando il film è l'uso della videocamera a mano, che si muove velocemente, insiste sui primi piani, torna indietro, rallenta, dando un ritmo veloce a tutto il film e puntando il suo interesse sulle emozioni, sui sentimenti. La fotografia, diretta magistralmente da César Charlone, sottolinea le differenze culturali tra l'Africa, soleggiata e piena di colore, e l'Inghilterra fredda e triste avvolta nel suo grigiore. Poi c'è il bianco, che fa da sfondo alla nascita del legame tra i due protagonisti, come se volesse evidenziare il controllo della storia d'amore tra Tessa e Justin su tutto il film. Stupiscono e affascinano i suoni, ma soprattutto i mille colori che Meirelles riesce catturare in Africa, che sottolineano la dissonanza stridente di un popolo maltrattato dalla civilizzata Europa, eppur cosi allegro, solare e pieno di vita. E in effetti questo è il duro contrasto che si avverte visitando il Continente Nero, così meraviglioso nei luoghi, nella natura nella gente e nella cultura, tanto da generare una sindrome malinconica in chiunque l'abbia visto e non riesca a tornarvi. Eppure al di là dei colori dell'Africa c'è l'ipersfruttamento occidentale, una speculazione talmente spinta al limite dell'etica, che getta in miseria la popolazione, che muore di fame, e a causa di malattie terribili, ma spesso curabili. È il caso degli investimenti delle case farmaceutiche per la ricerca sui medicinali, dell'utilizzo della popolazione indigena come cavie per la sperimentazione dei farmaci, e soprattutto l'esagerato costo delle medicine che le rende inaccessibili alla quasi totalità della gente, aggravando le epidemie di HIV, tubercolosi e malaria, che uccidono milioni di persone ogni giorno. Ed è proprio per scoprire fino a che punto le case farmaceutiche e il governo britannico sono implicate in questo sporco giro che Tessa compie delle indagini che probabilmente l'hanno portata alla morte. Ma l'asse portante del film non è né il thriller, ne il dramma politico, ma l'amore tra i due protagonisti, Tessa e Justin, due persone così opposte, con atteggiamenti così diversi nei confronti della vita, ma con un legame così forte. Inizialmente Justin rimane quasi impassibile di fronte all'entusiasmo di sua moglie, freddo e austero come quell'Inghilterra che lui rappresenta, la cui unica passione è il giardinaggio. Quando però Tessa muore, quando si insinua che lei l'abbia tradito e che sia stato il suo amante a ucciderla, Justin decide di scoprire la verità, e mentre indaga ripercorrendo la vita di sua moglie, svela il mistero più grande: il suo amore, la sua passione, il suo entusiasmo per lei. Ralph Fiennes ricopre bene il ruolo del giardiniere tenace, affascinato solo dalle sue piante, cinico e distaccato dal mondo, e solo passando attraverso il dolore più grande, riscopre l'entusiasmo e il motivo del suo amore per Tessa, impulsiva, passionale, interpretata da una bellissima Rachel Weisz. La frase: "Dio ha creato Adamo, ma si è perfezionato con Eva". | ||||||
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The Contractor - Rischio Supremo [The Contractor] | |||||
| James Dial è un cecchino infallibile ex agente della CIA. Per eliminare un pericoloso terrorista viene richiamato in servizio.Il compito si rivela più difficile del previsto, inoltre Dial si scopre al centro di un complotto. -- Un agente operativo della CIA accetta di fare il lavoro sporco uccidendo, in Inghilterra, un terrorista appena arrestato dagli inglesi. L'agente verrà rinnegato dalla sua agenzia, e inizierà una feroce caccia all'uomo da parte della polizia verso di lui. *** Ritmo lento, poca cura nei dettagli e una narrazione che salta senza continuità tra una scena e l'altra. Anche il lavoro di doppiaggio non è eccellente come pure i dialoghi e la recitazione. La mancanza di un adeguato sottofondo musicale si nota e si fa sentire in più occasioni. Nonostante si tratti di un film d'azione la pellicola non si può certo definire adrenalinica e, a parte qualche sparatoria, è al limite del soporifero. Basta paragonarlo con "The Bourne Identity" o "The Jackal" o col romanzo "Il giorno dello sciacallo" per rendersi conto che non esiste proprio alcuna possibilità di confronto. Nel finale il film si risolleva vagamente, ma senza giungere a chissà quali livelli. Il rapporto tra il protagonista e la bambina aggiunge un tocco diverso al film, ma non necessariamente in senso positivo. La psicologia non è curata e l'azione ne risente. Insomma, un filmetto d'azione discreto e guardabile, ma non particolarmente intrigante o coinvolgente. | ||||||
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The Dark [The Dark] | |||||
| Dopo essersi separata dal marito, Adelle, vede la propria vita e la propria famiglia frantumarsi, così, decide con la figlia Sarah di trasferirsi in Galles, per provare una riconciliazione col marito James. I tre vanno a vivere in una casa in cima ad una scogliera, ma dopo qualche giorno dal loro arrivo, Sarah cadendo dalla scogliera, sparisce fra le onde. Adelle é disperata e mentre il marito si mette alla ricerca della figlia, lei é continuamente turbata da misteriose apparizioni della figlia... *** Ispirandosi al romanzo Sheep di Simon Maginn, John Fawcett, conosciuto dagli amanti del cinema horror soprattutto per aver diretto nel 2000 il capostipite della trilogia Ginger snaps/Licantropia, torna al genere con "The dark", il quale apre presentandoci la newyorchese Adèle (Maria Bello), in viaggio in automobile insieme alla figlia Sarah (Sophie Stuckey) per raggiungere il marito James (Sean Bean), da cui è separata, trasferitosi in una vecchia fattoria in Galles. E, mentre a spadroneggiare è una efficace, grigia atmosfera, enfatizzata dalla bella fotografia di Christian Sebaldt (Resident evil: Apocalypse), Adèle cerca di ricostruire la famiglia di un tempo, ma i suoi peggiori incubi si materializzano dal momento in cui Sarah viene tragicamente portata via dalle onde del mare. Quindi, con ampio uso di riprese a mano ed immancabile alternanza di piani sonori volta a far balzare lo spettatore dalla sedia, Fawcett ci trascina all'interno di un vero e proprio involucro d'inquietudine, supportato anche dalla desolazione emanata dai paesaggi del Galles, e, tra flashback, visioni e sequenze oniriche, ci porta prima a conoscenza di un'antica leggenda locale che narra di una terra eterea chiamata The dark, immagine rovesciata e distorta del mondo reale, poi di una misteriosa bambina di nome Ebrill (Abigail Stone), la quale sembrerebbe in verità essere deceduta cinquanta anni prima. Il tutto, per un'avvincente allegoria in salsa horror su celluloide relativa all'abbandono dei figli ed all'istinto di genitore che, con vaghi richiami all'ormai classico "...e tu vivrai nel terrore!" "L'aldilà" (1981) di Lucio Fulci (impossibile non pensarlo nel momento in cui entra in scena la ragazza dagli occhi bianchi), si riallaccia di sicuro alla recente moda delle ghost-stories orientali e spagnole, tempestate di fantasmagoriche fanciulle e cupe dimore, risultando però nettamente superiore sia ai vari derivati di "The ring" e "The grudge", sia agli ultimi lavori di Jaume Balagueró e connazionali. E l'inaspettato epilogo tutt'altro che consolatorio, unito anche al sapiente uso di indispensabili personaggi di contorno come l'agricoltore Dafydd (Maurice Roëves), ne fanno un elaborato sicuramente non inferiore al già ottimo Ginger Snaps e, contemporaneamente, uno dei migliori prodotti distribuiti sino ad oggi da Mediafilm. | ||||||
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The Dark [The Dark] | |||||
| Dopo essersi separata dal marito, Adelle, vede la propria vita e la propria famiglia frantumarsi, così, decide con la figlia Sarah di trasferirsi in Galles, per provare una riconciliazione col marito James. I tre vanno a vivere in una casa in cima ad una scogliera, ma dopo qualche giorno dal loro arrivo, Sarah cadendo dalla scogliera, sparisce fra le onde. Adelle é disperata e mentre il marito si mette alla ricerca della figlia, lei é continuamente turbata da misteriose apparizioni della figlia... *** Ispirandosi al romanzo Sheep di Simon Maginn, John Fawcett, conosciuto dagli amanti del cinema horror soprattutto per aver diretto nel 2000 il capostipite della trilogia Ginger snaps/Licantropia, torna al genere con "The dark", il quale apre presentandoci la newyorchese Adèle (Maria Bello), in viaggio in automobile insieme alla figlia Sarah (Sophie Stuckey) per raggiungere il marito James (Sean Bean), da cui è separata, trasferitosi in una vecchia fattoria in Galles. E, mentre a spadroneggiare è una efficace, grigia atmosfera, enfatizzata dalla bella fotografia di Christian Sebaldt (Resident evil: Apocalypse), Adèle cerca di ricostruire la famiglia di un tempo, ma i suoi peggiori incubi si materializzano dal momento in cui Sarah viene tragicamente portata via dalle onde del mare. Quindi, con ampio uso di riprese a mano ed immancabile alternanza di piani sonori volta a far balzare lo spettatore dalla sedia, Fawcett ci trascina all'interno di un vero e proprio involucro d'inquietudine, supportato anche dalla desolazione emanata dai paesaggi del Galles, e, tra flashback, visioni e sequenze oniriche, ci porta prima a conoscenza di un'antica leggenda locale che narra di una terra eterea chiamata The dark, immagine rovesciata e distorta del mondo reale, poi di una misteriosa bambina di nome Ebrill (Abigail Stone), la quale sembrerebbe in verità essere deceduta cinquanta anni prima. Il tutto, per un'avvincente allegoria in salsa horror su celluloide relativa all'abbandono dei figli ed all'istinto di genitore che, con vaghi richiami all'ormai classico "...e tu vivrai nel terrore!" "L'aldilà" (1981) di Lucio Fulci (impossibile non pensarlo nel momento in cui entra in scena la ragazza dagli occhi bianchi), si riallaccia di sicuro alla recente moda delle ghost-stories orientali e spagnole, tempestate di fantasmagoriche fanciulle e cupe dimore, risultando però nettamente superiore sia ai vari derivati di "The ring" e "The grudge", sia agli ultimi lavori di Jaume Balagueró e connazionali. E l'inaspettato epilogo tutt'altro che consolatorio, unito anche al sapiente uso di indispensabili personaggi di contorno come l'agricoltore Dafydd (Maurice Roëves), ne fanno un elaborato sicuramente non inferiore al già ottimo Ginger Snaps e, contemporaneamente, uno dei migliori prodotti distribuiti sino ad oggi da Mediafilm. La frase: "Uno dei vivi, per uno dei morti". Francesco Lomuscio | ||||||
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The descent - Discesa nelle tenebre [The descent] | |||||
| Un crollo improvviso blocca sottoterra sei ragazze impegnate in un’avventurosa spedizione speleologica. L’unica speranza è trovare un’altra uscita che le riporti verso la libertà. Cieche nel labirinto delle grotte sotterranee, le ragazze si rendono conto che oscure presenze le seguono nell’ombra... *** Sono passati migliaia di anni da quando gli uomini abitavano le caverne come noi adesso le nostre case. L'attrazione però per questi luoghi oscuri e misteriosi non è passata di moda, e c'è ancora chi si organizza le vacanze per scoprirne e percorrerne di nuove. E' quello che amano fare sei bellissime amiche inglesi intorno alla trentina, da sempre appassionate di sport estremi ed emozioni forti. Si avventurano così nel sistema di grotte dei Monti Appalachi. Il leader del gruppo è Juno (Natalie Mendoza), una ragazza che aveva una relazione col marito di Sarah (Shauna Macdonald) prima che questo morisse in un terribile incidente automobilistico. La vacanza non andrà però come avevano previsto. Le caverne sono inospitali così come chi le abita... Quello dell'inglese Neil Marshall ( regista al secondo lungometraggio dopo "Dog soldiers") è da lui stesso definito :" un tranquillo weekend di paura sottoterra". Ed infatti il ricordo del celebre film di John Boorman viene subito alla mente quando vediamo l'organizzazione dell'avventura. Il paragone però è solo concettuale, visto che "The descent" vira ben presto sull'horror, diventando più cruento di quanto ci si possa aspettare. E il giudizio è senz'altro positivo. Uno splatter serio che fa saltare diverse volte sulla sedia, mette angoscia, sorprende con i suoi mostri e crea suspance nei momenti in cui è la natura ad essere ostile. Girato con un budget dalle basse pretese (cunicoli e grotte sono sempre la stessa grotta ricostruita in studio e arrangiata in modo diverso dal bravissimo scenografo Simon Bowles) il film si impone con forza all'interno di un panorama (quello dell'horror) che da troppo tempo si ripete. Sia chiaro: "The descent" non inventa nulla, ma gioca bene le sue carte, caratterizzate dal fatto di poter scegliere quando e dove illuminare. E' la conseguenza di avere deciso come ambietazione un luogo come la caverna, adattissimo per la costruzione di un horror. Non si prende in giro nessuno, e così l'assenza di un'improbabile spiegazione finale, risulta un vero sollievo per lo spettatore. | ||||||
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The Eye [The Eye] | |||||
| In seguito ad una tragedia capitatale durante l'infanzia, Sydney Wells (Jessica Alba) ha perso la vista, ma questo non le ha impedito di diventare un'apprezzata concertista suonatrice di violino. dopo più di due decenni di cecità, Sydney si sta per sottoporre ad un doppio trapianto di cornea che le ridarà la vista. Dopo l'intervento, Sydney deve affrontare un difficoltoso adattamento, ma, con il supporto della sorella maggiore, Helen, (Parker Posey), il mondo di Sydney lentamente comincia a venire messo a fuoco. Purtroppo però, la vista riacquistata, non é l'unica cosa che il trapianto regala a Sydney, infatti, inspiegabili e spaventose immagini iniziano a perseguitarla. Quando la famiglia e gli amici di Sydney cominciano a dubitare della sua salute mentale, Sydney presto si convince che i suoi nuovi occhi le hanno in qualche modo aperto la porta di un terrificante mondo che solo lei può vedere. *** Che l’hongkonghese “Gin gwai”, diretto nel 2002 dai fratelli gemelli Oxide e Danny Pang e meglio conosciuto con il titolo anglofono “The eye”, avrebbe generato prima o poi, dopo i due sequel del 2004 e 2005, una rilettura a stelle e strisce, era già intuibile dalla spettacolare sequenza di esplosione che giungeva a pochi minuti dall’epilogo, non troppo diversa da quelle viste in un’infinità di prodotti partoriti dal mainstream cinematografico made in USA. Sequenza che, ricostruita da David Moreau e Xavier Palud, già autori del gioiellino franco-rumeno “Them” (2006), assume ora i curiosi connotati di speranzosa arma di celluloide volta ad esorcizzare le fobie nei confronti del terrorismo post-11 settembre. Ed è sicuramente questo uno degli aspetti più interessanti del nuovo “The eye”, che, su sceneggiatura di quel Sebastian Gutierrez che in fatto di horror script già curò “Lei, la creatura” (2001, anche diretto), “Gothika” (2003) e “Snakes on a plane” (2006), vede la bella Jessica Alba (“I fantastici 4”), come l’interprete originale Lee Sin-Je, nei panni di una ragazza non vedente – il cui nome viene qui cambiato da Mun in Sydney – per la quale un rischioso trapianto di cornea andato a buon fine, da dono si trasforma in maledizione. Infatti, in maniera abbastanza fedele al capostipite, dal quale vengono recuperati sia i lenti ritmi di narrazione che la contrastata fotografia, non tardano a manifestarsi misteriosi individui sfigurati e inquietanti figure spettrali che presagiscono morti improvvise, fino al momento in cui Sydney, appreso che l’immagine che vede riflessa negli specchi non le appartiene, decide di far luce sulla prima proprietaria delle sue cornee. Mentre il sonoro, stratagemma che permise ai Pang brothers di rendere non poco spaventoso il proprio lungometraggio, porta qui a risultati meno efficaci, come meno efficace appare anche la tesissima sequenza dell’ascensore, momento da antologia della pellicola del 2002. In ogni caso, con meno pessimismo dell’originale, l’accoppiata Moreau-Palud ci regala un onesto e tutt’altro che disprezzabile remake che, come quelli dei vari “The ring” e “The grudge”, risulta sicuramente utile al fine di stimolare gli spettatori occidentali (soprattutto quelli più giovani) nella riscoperta del titolo da cui prende le mosse, costringendo ancora una volta chi già lo conosce, invece, a rivedere lo stesso film privato, però, degli occhi a mandorla. | ||||||
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The Hunted - La preda [The Hunted] | |||||
| Un insegnante della scuola di guerra (Tommy Lee Jones) deve combattere contro un ex studente (Benicio Del Toro), che è stato uno dei migliori delle forze speciali, ma che ora è diventato un assassino *** William Friedkin non molla e torna al cinema per parlare ancora una volta dell'eroe, reso più vulnerabile ed umano perché sofferente e tormentato. Nella sua ultima prova il regista americano racconta del rimorso e della follia, mettendo a confronto due uomini che per motivi e in modi diversi, sono stati costretti nel passato a venire a patti con la violenza come unica soluzione per la sopravvivenza.La storia raccontata dall'autore de "L'esorcista", "Vivere e morire a Los Angeles" e "L'albero del male", prende avvio da due direzioni diverse. La prima nella violenza inaudita della guerra del Kosovo del '99, dove il soldato speciale Aaron Hallam è mandato per uccidere uno dei generali del paese e in seguito nei boschi dell'Oregon, dove tre anni dopo il soldato ormai 'cane sciolto' delle Forze Speciali, protegge a modo suo la fauna da cacciatori super-attrezzati. La seconda invece inizia nel silenzio delle montagne innevate della British Columbia, dove L.T. Bonham è sulle tracce di un lupo bianco per aiutarlo a liberarsi dalla trappola in cui è caduto. Due personaggi all'opposto eppure simili perché entrambi perseguitati da incubi e ricordi del passato, che affliggono irrimediabilmente il loro presente. L.T., ex-insegnante di tecniche di sopravvivenza, dovrà riuscire a fermare il suo ex-allievo Aaron che la brutalità delle esperienze ha trasformato in un uomo dissennato.Con le radici facilmente rintracciabili in precedenti illustri come "Rambo" o "Il Fuggitivo", il film firmato da Friedkin non aggiunge e non toglie alcunché al genere. Al contrario. Così fortemente ispirato ai suoi predecessori, la sua 'Preda' offre solo qualche goccia di sangue in più e uno spettacolare salto dal ponte della Portland Intestate nel fiume Williamette, impresa riservata all'ispanico Del Toro. Quest'ultimo, lontano miglia dall'intensità che ci aveva regalato in "Traffic", non è granché sostenuto dalla sceneggiatura che, oltre a volerlo spesso con il viso nero di fuliggine, lascia poco spazio alla sua eventuale versatilità, affidandogli il ruolo di un pazzo dalla mente ottenebrata, in grado solo di pensare a come fuggire al suo risoluto inseguitore. Nessuna crudeltà è risparmiata. La macchina da presa segue gli scontri dei due protagonisti senza allontanarsi troppo dai corpi in movimento, che mescolando arti marziali e lotta libera, e muniti di affilati coltelli, incidono profondamente l'uno le carni dell'altro, mentre il sangue scende copioso. Ma ancor più brutali sono proprio quelle teorie di sopravvivenza, attraverso le quali L.T. insegna ai suoi allievi come annientare il nemico incidendone il corpo con sette colpi. Sarà forse per i venti di guerra con i quali dobbiamo oggi fare i conti, ma quelle tecniche così precise sono la parte più difficile da sostenere. | ||||||
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The new world - Il nuovo mondo [The new world] | |||||
| 1607, America. I coloni si apprestano ad iniziare una "nuova" vita nel "nuovo" continente. Ambientata nella città di Jamestown, la trama prende spunto dalla storia d'amore tra Pocahontas, una nativa-americana, e John Smith, soldato inglese. *** Dopo sette anni, tempo cinematograficamente lungo ma cortissimo se consideriamo i vent'anni che intercorrono tra il secondo e il terzo film del regista de "La sottile linea rossa", Terrence Malick torna nuovamente dietro la macchina da presa, e ci presenta alla sua maniera una favola nota al grande pubblico, quella dell'amore impossibile tra una giovane e bellissima indiana d'America e John Smith, capitano delle guardie di sua maestà. Il pretesto narrativo è banale e conosciuto, eppure, come ha di recente insegnato il King Kong di Peter Jackson, pieno di una vitalità e di uno smalto che lo rendono comunque nuovo e degno d'essere raccontato. Il regista dell'Illinois sfoggia tutta la sua arte e la sua tecnica al meglio delle proprie possibilità, dando un'impronta autoriale al film riconoscibile fra mille altre, costruendo sulla voice-off e sulla fotografia (quest ultima coadiuvata dalle splendide location) tutto l'impianto visivo e narrativo del film. Un film che alla prima visione lascia un sapore agrodolce, il sapore di una pellicola costruita sul linguaggio delle immagini più che su quello delle parole, ma che del parlato non può fare a meno, attraversata com'è da una profonda e penetrante voce fuori campo per tutto il corso della sua durata. Il tentativo di Malick è quello di dar voce ai pensieri dei suoi personaggi, di sviscerare quel che l'immagine lascia solamente intuire, non cadendo mai in una pedanteria didascalica, ma fornendo spunti per ulteriori letture del girato. Tutto il film è architettato secondo morbidi e ponderati contrasti: quello fra musica e immagine, quello tra montaggio e movimento di macchina, quello tra luci, ombre e penombre, ma anche diegeticamente, tra due culture differenti, tra natura selvaggia e inurbamento, tra volontà costruttiva e risultanze distruttive. Il tutto concorre al dipanarsi di una storia d'amore che costituisce insieme il fulcro del film, e un suo contorno marginale. Fulcro perché motore dell'affresco del regista, perchè vicenda unica e totalizzante di tutto il girato, tant'è che dello svolgersi degli avvenimenti, di certo complesso e articolato, non è dato sapere che qualche elemento funzionale e necessario per scorgere l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, rimanendo tutto il resto vago e, dove più dove meno, sostanzialmente indefinito. Contorno marginale perché la polisemia di senso del film contribuisce a renderla mero pretesto per parlare di ieri per parlare di oggi, in un rincorrersi di linguaggi visivi che affascinano e, a tratti, disorientano. L'ambientazione quasi totalmente "yankee" (solo qualche sequenza è ambientata nei palazzi inglesi) contribuisce a dare spessore alla figura di una nuova civiltà nascente, ricca della propria cultura, dei propri usi e del proprio modus vivendi che va in cerca del confronto/scontro con chi di cultura, di usi e di modus vivendi ne ha già uno proprio. Come non leggervi una denuncia, splendida e sottile, di un atteggiamento fin troppo comune nel panorama odierno. Denuncia mitigata però da un giudizio attento al non fare di tutt'erba un fascio, a porre i propri distinguo e le proprie valutazioni non generiche. Un film politico, dunque, da un certo punto di vista, un film storico, drammatico. Una storia d'amore. Tante le chiavi di lettura, e ancor più i livelli di lettura impressi nelle singole sequenze, nelle singole immagini. E paradossalmente, un film che identifica i suoi punti deboli negli aspetti che contribuiscono a imprimergli carisma e fascino. Un montaggio non sempre lineare, un uso del voice-off a volte fuori le righe, una musica troppo invasivamente protagonista di molte sequenze. Forse, tra i pochi film di Malick, quello più in affanno. Ma pur sempre enormemente al di sopra della media di qualunque altra cosa si possa trovare in sala. | ||||||
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